|
Dicembre 2004 Se c'era
una cosa che David odiava, era fare le cose di corsa.
"Chiamami Sophie, dammi pure
del tu," disse lei, entrando senza permesso. "Quante volte ancora devo dirti che
non mi piacciono questi formalismi borghesi?"
Ad ogni modo, qualunque cosa
la donna stesse blaterando riguardo ad un certo problema e riguardo ad una certa
soluzione che lui avrebbe avuto per lei, la sua attenzione fu catturata dal
fatto che la porta non si era richiusa dopo Sophie ma era rimasta aperta per
fare entrare un grosso borsone azzurro e il ragazzino che lo portava. Il
ragazzino che, per inciso, era quel ragazzino.
David aveva acconsentito a tenerlo con sé o, meglio, non era stato in grado di dire alla ragazza che non aveva nessuna intenzione di occuparsene e così Noël era rimasto con lui. Agli inizi di dicembre, però, lo aveva rispedito dai LeFevre, tanto più che Sophie e suo marito avevano avviato le pratiche legali per l'adozione dal momento che, a quanto pareva, il bambino veniva da un orfanotrofio e non aveva nessun parente.
"... e quindi abbiamo poi deciso di dare una grande festa," stava concludendo Sophie, mentre lui si perdeva tristemente fra i ricordi di due mesi passati a dover dormire sul divano per lasciare il letto ad un perfetto sconosciuto.
"Come scusa?"
"Oh sì!" La donna batté le
mani. "Dunque, alla fine abbiamo deciso di organizzare questa festa. Ci saranno
un centinaio di persone e capisci che il bambino potrebbe sentirsi male di
nuovo; perciò ho pensato che potrebbe passare il natale con te."
"Ma David, sarebbe solo per
qualche giorno."
"Oh ma non devi preoccuparti,"
annuì lei con convinzione. "Noël ha con sé tutto l'occorrente. Non è vero,
tesoro?" Il ragazzino annuì. E Sophie sospirò: "Non se la sente ancora di
parlare. Lo fa solo qualche volta." David spalancò la bocca, travolto dall'indignazione. Era surreale come quella donna e sua figlia riuscissero sistematicamente a stravolgere la sua vita perfetta. Lui se ne stava lì, sul suo confortevole tappeto di organizzazione e routine, arrivavano loro due e tiravano il tappeto da una parte, ribaltando lui e le sue certezze per poi andarsene fischiettando e lasciandolo con un bambino di quattordici anni che nemmeno conosceva. E che avrebbe dovuto stare con loro.
"Ma Sophie, state cercando di adottarlo!" Tentò disperato. "Non dovrebbero esserci dei controlli da parte dei servizi sociali, o che so io? Che cosa gli direte se passano da casa vostra, che lo avete spedito in Germania con me?"
Sophie agitò una manina di fronte a lui con nonchalance, quelle due centinaia di braccialetti di legno che indossava fecero un rumore curioso sbattendo gli uni contro gli altri. "Sei sempre così pessimista, per la miseria," lo liquidò. "Perché vedi sempre il lato negativo delle cose? E' Natale, saranno a casa con le famiglie anche gli assistenti sociali!"
"Non ci posso credere..." sospirò, pinzandosi la radice del naso e tentando di trovare la calma mentre sentiva montare un'emicrania di dimensioni epiche. "Io non ho ancora capito secondo quale logica ve lo hanno affidato."
"Bene, sapevo che avresti detto di sì," commentò lei, con un sorriso affettuoso. "D'altronde sei un uomo buono, il tuo karma lo dice chiaramente," gli agitò un ditino convinto di fronte al viso. "E il karma non mente mai, ricordatelo."
Il ragazzino annuì e fece un mezzo sorriso, al quale la donna rispose. David avrebbe giurato che l'avesse portato lì per levarselo di torno, ma poi - a guardarli insieme, a guardarla mentre lo abbracciava - non c'era niente che desse da pensare una cosa simile. C'era affetto negli occhi della donna e ce n'era altrettanto in quelli di Noël. "Buon Natale anche te, David," disse Sophie, mentre lui la accompagnava alla porta. E poi, sussurrando quasi impercettibilmente aggiunse: "Credo che tu gli mancassi." Quindi si chiuse la porta alle spalle e lo lasciò lì, con un fagotto di felpa alto un metro e sessanta.
David sospirò e si portò le
mani ai fianchi. "Sembra che passerai le vacanze con me."
Noël fece un mezzo sorriso e saltò prontamente giù dal divano, tenendosi pronto vicino alla porta, con la sua valigia in mano.
All'aeroporto arrivarono appena in tempo per fare il check-in.
Dopo cinque minuti, David cominciò a sentirsi osservato, così mise il segnalibro nella sua preziosissima copia tedesca de "Il pendolo di Focault" e si voltò verso di lui con aria non molto amichevole. "Devi stare a guardarmi in quel modo tutto il tempo?" Chiese. "Non hai qualcosa da leggere in quello zaino?"
A quel punto gli venne in mente che non aveva avvertito sua madre della presenza di Noël, il che equivaleva a farla andare clamorosamente in paranoia perché non era preparata all'evenienza.
In realtà David sapeva che in quel preciso momento sua madre stava preparando tanto cibo da sfamare la Germania intera e di certo casa sua era abbastanza grande perché avanzassero almeno un paio di stanze in cui Noël avrebbe potuto dormire, ma sua madre aveva sempre bisogno di sapere le cose in anticipo per preparare ancora più cibo e preparare le stanze dio solo sapeva come. Sospirò, quindi tirò fuori il cellulare e alzandosi in piedi. Gli occhi di Noël scattarono subito su di lui, quindi si premurò di avvertirlo: "Sono qui. Faccio solo una telefonata."
La madre rispose in piena frenesia da preparativi delle feste. "Pronto?" Cinguettò, tra l'amichevole, l'indaffarato e lo stanco con una voce squillante che passò ben oltre i timpani di suo figlio. In sottofondo, David sentì chiaramente rumori da fucina dei nani di Moria, segno inequivocabile che sua madre aveva costretto tutta la famiglia ad aiutarla nella preparazione di pranzi, cene, varie ed eventuali.
"Ciao Mamma, sono David!"
"Oh ciao tesoro," rispose quella, intanto che urlava a suo fratello Daniel di girare l'arrosto che c'era sul fuoco.
"Sì, tesoro, me lo ricordo," rispose lei." Non la mangi da quando avevi 15 anni. "Dio solo sa come hai fatto a venir su sano. Comunque, dimmi tutto: sei già partito? Tra quanto arrivi?"
"Esatto," confermò l'uomo, stando ben attento a non ripetere il nome che era l'unica cosa che il ragazzino potesse capire di quella discussione. "Me lo hanno lasciato a tradimento e ora mi tocca portarmelo dietro."
*
Il viaggio in aereo era stato privo di eventi degni di nota.
Noël sollevò lo sguardo su di lei e la guardò con due occhi tondi, ancora più spaesati.
David passò al ragazzino la sua sacca. "Non parla tedesco, mamma," le spiegò. Quindi tradusse in francese per Noël.
Noël sorrise. "Angelika,"
ripeté. Sua madre li portò tutti quanti dentro casa, che era un grosso chalet in legno, appena fuori Leipzig, circondato da prati innevati per chilometri in tutte le direzioni, dove trovarono il resto della famiglia; che era numerosa, e decisamente troppo chiassosa.
Noël fece un passo oltre la soglia, sentì il rumore di risate - tante risate - che proveniva dalla cucina e quindi si immobilizzò lì dov'era.
"Che cosa c'è?" Gli chiese David, smettendo di scherzare con suo fratello.
David si strinse nelle spalle. "Ha paura che ci siano troppe persone."
"Beh forse è una cosa un po' più difficile in mezzo a dei perfetti sconosciuti," protestò sua madre, un po' irritata. "Traduci," gli ordinò alla fine, prima di chinarsi verso Noël.
"Noël, guardarmi per favore," disse dolcemente.
Il ragazzino alzò lo sguardo
non appena David tradusse.
Noël aspettò che David traducesse, quindi annuì, balbettando un grazie in tedesco, molto molto vago. Angelika apprezzò lo sforzo.
Fu un processo un po' lungo, comunque, perché uno dei fratelli di David era sposato, quindi c'era anche la moglie e dei bambini. David pensò che sarebbe potuto morire di noia a furia di stare lì in piedi a tradurre dal francese al tedesco e dal tedesco al francese.
*
Al mattino, Noël riaprì gli occhi su una stanza completamente nuova e ci mise un po' a rendersi conto di dove si trovasse. Poi, lentamente, ogni cosa tornò al suo posto e si ricordò dell'enorme famiglia di David e di Angelika.
Aprì la porta per scoprire che
si trovava al piano superiore - aveva dimenticato anche questo - e si avviò
lungo il corridoio, fino a raggiungere le scale. Dal piano di sotto arrivarono
un mucchio di risate, che lo fermarono a metà della rampa. Non era sicuro di
voler vedere tutte quelle persone insieme, non se non sapeva dove si trovasse
David, esattamente. Decise che poteva sedersi
sullo scalino e aspettare che le voci si diradassero. Forse qualcuno sarebbe
uscito, non era possibile che in quella famiglia si muovessero sempre tutti
quanti in branco. Angelika lo trovò ancora lì, dieci minuti dopo, che giocava
distrattamente con una pallina di gomma del gatto di casa. "E tu che cosa ci fai
qui?" Chiese, con uno di quei suoi enormi sorrisi. "Mangia quello che vuoi," gli disse la donna, senza per altro essere capita. Quindi sospirò, mentre Noël si dava alla pazza gioia, e gli si sedette davanti.
Noël, ovviamente, avrebbe
tanto voluto poterle dire che comprendeva alla perfezione. “Potresti leggermi
nel pensiero,” continuò la donna, indicando lui e poi la propria testa. “Potrei
visualizzare gli oggetti, così forse ci capiremmo.” “Bene,” Angelika sorrise.
“Allora vediamo un po’.”
Angelika batté le mani, sorridendo. "Un'altra volta!" Esclamò, entusiasta della sua stessa trovata. Chiuse gli occhi e si mise a pensare. Noël si concentrò, ora più fiducioso dal momento che c'era già riuscito una volta. Nella mente della signora Angelika si affollarono tre o quattro immagini tutte insieme, ma alcune erano sfocatissime e soltanto una si stava definendo, così Noël comprese che le altre non erano volontarie e le lasciò perdere. Qualche istante e vide la brocca del latte. Euforico, allungò la mano e la sollevò dal tavolo. "Latte," disse in francese.
"Sì, latte," ripeté in tedesco la donna. "Ci siamo riusciti. Ora finisci la colazione," l'immagine mentale fu graziosa, con un Noël indaffarato ad inzuppare pezzi di brioche nell'enorme tazza.
Il ragazzino annuì. "David?"
Chiese, con il suo accento spostato alla fine della parola.
*** Noël svoltò dietro la casa dove c'era un enorme prato che si estendeva per chilometri fino alla casa più vicina, una specie di baita come quella, della quale riusciva a vedere tutto perché si trovavano a valle e non c'era assolutamente niente che ostacolasse la vista. La proprietà dei Maier era recintata da un semplicissimo steccato di legno rustico, che sembrava lì quasi più per bellezza che non per protezione o per recinzione. Angelika ne aveva decorato una parte con il pungitopo e dei festoni natalizi. Noël si guardò intorno e non gli fu difficile scorgere David e Damian, il fratello minore, che giocavano a palla poco distanti.
Noël rimase in piedi accostato
al muro e per un po' li guardò contendersi il pallone, ridendo. David sembrava
un'altra persona quando sorrideva e il fatto che lo facesse solo quando lui non
era nei paraggi era un po' triste. Forse. Non ne era proprio sicuro, in fondo
David non aveva nessun dovere nei suoi confronti. Noël era consapevole che era
stata Miranda a scaricarlo a casa di David - senza chiedere il permesso, per
altro, come al solito - e che quindi David era stato fin troppo gentile.
Eppure....
"Dove vai?" Noël avrebbe voluto starsene zitto, ma la domanda gli uscì di bocca senza che riuscissa fermarla in tempo. Il fatto era che, per quanto provasse della simpatia spontanea per Angelika, odiava l'idea di rimanere solo in quella casa piena di sconosciuti.
David gli dedicò appena un'occhiata, mentre si sistemava meglio i guanti. "Ho delle visite da fare," rispose brusco. L'atmosfera - allegra solo qualche istante prima - era diventata improvvisamente pesante.
Noël annuì e lo seguì con lo sguardo mentre si allontanava lungo la strada. Si voltò verso Damian che aveva ancora il pallone in mano, in parte sperando che potesse essere un buon modo di entrare in contatto con lui ma il ragazzo - che aveva si e no quattro anni più di lui - lanciò la palla a terra e rientrò in casa, come a dirgli che se voleva giocare poteva farlo da solo.
Noël sbuffò, calciando un cumulo di neve che i due dovevano aver spostato per farsi spazio e giocare. Odiava stare in quella casa, odiava non essere a Parigi, odiava la Germania e odiava David. Finì di martoriare a calci quel povero cumulo di neve e sospirò, gettandosi seduto per terra a tirar palle di neve a nessuno in particolare. No, non era vero. Non odiava David. Odiava stargli così antipatico.
***
Con metà della famiglia impegnata fuori casa, e Angelika indaffarata in cucina, la piccola baita dei Maier era enorme e silenziosissima. Stufo di tirare palle di neve al vento, Noël era rientrato indeciso se tornarsene in camera e rintanarsi sotto le coperte a giocare con i suoi videogiochi oppure andare a far compagnia ad Angelika anche se, doveva ammetterlo, aveva ben poca voglia di comunicare per immagini.
Aprì con cautela e si ritrovò in una camera enorme, con l'unica finestra che dava sul giardino sul retro. Ci vollero meno di cinque secondi per capire che si trattava della stanza di David: due macchine fotografiche vecchissime sulla scrivania, fotografie appese ovunque e ogni cosa era ordinata al millimetro, in quella disposizione al limite del maniacale tipica delle cose di David.
Noël era un ragazzino tendenziamente educato e fino a quel momento non aveva curiosato se non mettendo la testa dentro ad ogni stanza e poi richiudendo la porta. Solo una sbirciatina, ecco. Qui, però, era diverso. David suscitava in lui una curiosità tutta speciale, forse perché non parlava mai di sé. Forse perchè aveva passato due mesi in casa sua senza conoscerlo più del minimo necessario. Non come a casa di Sophie, dove era venuto a sapere anche cose che avrebbe preferito ignorare.
Entrò lentamente, cercando di cogliere con un solo sguardo tutti i minuscoli particolari della stanza. La scrivania era proprio sotto la finestra, dove arrivava molta luce. C'era della carta da lettere e dei quaderni, un vecchissimo libro di scuola. Il letto era sulla destra, vicino all'armadio. Nell'angolo più lontano c'era una chitarra custica appoggiata al muro e anche uno di quei tamburelli che la gente suona per strada: Noël si chiese se fossero oggetti di David, dal momento che non gli era sembrato di capire che suonasse qualche strumento. Gli piaceva la musica, però, questo sì, lo sapeva. A testimoniare la cosa c'era una piccola libreria, occupata per metà da libri e per l'altra metà da cd, meticolosamente ordinati in ordine alfabetico. E poi le foto, ovunque.
Noël si avvicinò alla parete accanto alla scrivania che era letteralmente tappezzata di polaroid e di stampe fotografiche. Solo allora si rese conto che tutte quante ritraevano lo stesso soggetto: un ragazzo. A volte nelle foto c'era anche David, ma molto più spesso il ragazzo era da solo. Noël ne osservò una in particolare, la più vicina a sé.
Il ragazzo aveva forse l'età di David, ed era biondo biondo, come certi bambini nella pubblicità dello shampoo. Aveva i riccioli, come gli angeli nelle cartoline di natale e gli occhi azzurri come quelli di David, ma molto più vividi e chiari.
Noël si rese conto che lo aveva già visto. Era lo stesso ragazzo che compariva in molte delle foto sparse in casa di David. Era lui, non poteva sbagliarsi. Non aveva mai trovato il coraggio di chiedere a David chi fosse.
Incuriosito, seguì con lo sguardo la sequenza di foto che pur essendo scattate in momenti diversi, con abiti diversi e in luoghi diversi, sembravano ritrarre un unico movimento. Così lo osservò mentre sorrideva - sorrideva sempre - e lo vide agitare le mani di foto in foto; gli sembrò quasi di vederlo muoversi e ridere, e abbracciare David stretto come nell'ultima foto.
"Si chiama Björn."
Noël si girò di scatto, colto di sorpresa. Angelika sostava sulla soglia, la spalla appoggiata allo stipite mentre si puliva le mani sul grembiule bianco.
"Scusa," balbettò incerto, non sapendo quanto la donna fosse arrabbiata perchè aveva curiosato. "Non volevo fare nulla di male."
Angelika lo fissò per un po', ma sorrideva. Per quanto si sforzasse non capiva davvero niente, percui decise di andare a senso. "Non preoccuparti, è la vecchia stanza di David," pensò al figlio che vi dormiva dentro perché Noël capisse. "Puoi stare qui se vuoi."
Nei pensieri della donna Noël vide se stesso com'era - lì in quella stanza - e capì a grandi linee cosa volesse dirgli. Quindi si ricordò che cos'aveva detto quando era entrata ed indicò le foto sul muro. "Chi è?"
"Björn", ripeté lei, con un sospiro. Il sorriso che aveva sulle labbra si fece un po' più triste. "Era il ragazzo di David."
Noël arrossì e tornò a guardare le fotografie mentre vedeva David e Björn baciarsi nei ricordi di Angelika: erano belli insieme, e David sebrava un'altra persona. Scherzava e rideva come non gli aveva mai visto fare. E abbracciava Björn, e gli faceva le foto. Tutte quelle foto.
"David è andato a trovare i suoi genitori proprio oggi."
Di nuovo la tomba, e la gente intorno. La camera ardente, e il volto d'angelo di Björn, con gli occhi chiusi, in mezzo a quintali di fiori. David che piangeva proprio lì di fianco, in una maniera così straziante da fargli male. Noël strinse forte gli occhi e fece due passi indietro, stringendosi le tempie. "No!"
"Noël che succede?"
La donna gli andò incontro ma Noël scosse di nuovo la testa e allungò un braccio di fronte a sé come a dirgli di stare lontana e lasciargli il suo spazio. Si raggomitolò in piedi contro l'angolo della stanza, entrambe le braccia intorno alla testa, digrignando i denti. Troppi pensieri. Non riusciva a chiudere il collegamento.. Non riusciva, non riusciva, non riusciva.
"Noël!" Angelika gli si avvicinò comunque, preoccupata, e fu più svelta e furba della maggior parte delle persone che aveva avuto a che fare con lui. Si concentrò su un pensiero soltanto. Un'immagine sola - quella di David - tagliando fuori tutto il resto. Riprodusse nella sua mente la figura del figlio in ogni minimo dettaglio. Solo lui, senza nient'altro. Un uomo che Noël conosceva e di cui si fidava su uno sfondo bianco e neutro su cui non comparisse nient'altro.
Lentamente, i pensieri scatenati da quel funerale che Noël non si aspettava, andarono svanendo. E con essi tutte le sensazioni che lo avevano colpito. Il suo respiro tornò a calmarsi, ma molto piano, e solo quando fu riuscito a richiudere il canale tra se stesso e Angelika si azzardò a far capolino da dietro i propri avambracci. Tremava così forte che sembrava fosse stato fuori nella neve senza cappotto fino ad un minuto prima.
Angelika, a quel punto, si permise di far ripartire il cuore e di farlo andare più veloce del normale. Di agitarsi. Allargò le braccia e Noël d'istinto vi si gettò in mezzo. Se lo strinse addosso accarezzandogli i capelli. "Va tutto bene," sussurrò in tedesco, e non importava che Noël non capisse la lingua, avrebbe comunque capito il concetto. "Va tutto bene, Noël. Adesso usciamo di qui."
***
David tornò appena prima di cena, con il viso tirato e stanco che aveva tutte le volte dopo quella visita. Sua madre lo accolse sulla porta e lasciò che si togliesse cappotto, sciarpe e guanti prima di abbracciarlo. "Come ti senti?"
"Come al solito," fu la
risposta, che non era affatto bella. Angelika sapeva che sentirsi come al solito
per lui significava stare così male da non voler vedere niente e nessuno. Da
quando era successo, David era come appassito, ripiegandosi su se stesso come un
fiore secco. "Fra quanto è pronta la cena?"
David lanciò un'occhiata fuori dalla finestra. Suo padre aveva già acceso le luci in veranda e fra qualche istante lo avrebbe visto entrare nel recinto delle mucche per riportarle nella stalla. Sulla recinzione, però, c'era già qualcuno. David strizzò gli occhi e riconobbe la forma alta e goffa di Noël che si reggeva al legno mentre uno dei vitellini da latte gli annusava le ginocchia.
"E' ancora lì," sospirò sua madre, raggiungendolo. "Parla con quella bestia da ore ormai."
"Che era sciroccato lo sapevamo," commentò lui.
"Non è sciroccato," sua madre gli tirò uno scappellotto neanche troppo tenero. "E' soltanto disorientato."
David non rispose. Si versò un po' d'acqua nel bicchiere e buttò giù un sorso, distogliendo definitivamente lo sguardo dalla finestra.
"Dovresti dargli un po' di
attenzione, David," continuò sua madre. "Non capisce una sola parola di tedesco
e noi non sappiamo il francese. E' qui da solo, non conosce nessuno a parte te e
tu non lo consideri minimamente."
"Non l'ho cercato io! Lo hanno lasciato in casa mia senza chiedere il mio parere per ben due volte!"
"Beh adesso c'è e non puoi fingere il contrario!" Protestò lei. "A volte le cose capitano senza che noi le avessimo programmate."
David serrò le labbra.
"Ha bisogno di te," mormorò Angelika, la sua voce si fece più dolce. "Sei l'unico pensiero che lo calma, lo sapevi?"
David sgranò leggermente gli occhi ma i suoi lineamenti rimasero duri. "Si è sentito male?"
Angelika annuì. "Un piccolo momento di confusione, credo che abbia perso il controllo del suo potere ma ho pensato a te e si è calmato." David sopirò e la donna gli sorrise. "Che tu lo voglia o no, hai delle responsabilità nei suoi confronti."
***
Noël passò al vitellino un po' di fieno e sorrise quando quello sollevò il muso per masticare meglio. "Non avevo mai visto una mucca così da vicino, sai?" Disse, mentre il vitellino ruminava. "Una volta, all'orfanotrofio, ci hanno portati a vedere una fattoria ma non c'erano le mucche. Strano vero?"
"Non tanto. A volte i contadini tengono solo polli, galline e conigli."
Noël si girò di scatto e rischiò di cadere, ma David lo riprese al volo e non gli lasciò le spalle finché il ragazzino non si fu risistemato a sedere sulla staccionata. David lo raggiunse e accarezzò il vitellino sulla testa.
"Come si chiama?" Chiese.
"Albert," rispose David annuendo. "Damian l'ha chiamato così perché è nato lo stesso giorno di Einstein."
Noël rise e passò altro fieno alla bestia.
Noël lo guardò con orrore.
"Già." David sospirò. "E' per questo che sono diventato vegetariano."
Noël tornò a guardare Albert che ricambiò lo sguardo con due occhioni rotondi un po' ebeti ma dolcissimi. Da lì a meno di due mesi neanche lui avrebbe più trovato il coraggio di mettere in bocca un pezzo di carne. Rimasero in silenzio per un po', quindi David si decise a chiederlo. "Hai avuto un altro attacco oggi?"
Noël anuì. "Piccolino, però," si affrettò a rassicurarlo.
Ancora silenzio, poi Noël sospirò. "Mi dispiace averti rovinato le vacanze di Natale," disse alla fine.
David scosse la testa. Per quanto volesse rispondere che in effetti aveva fatto un gran danno ad essere lì, sapeva che non era vero. "Non hai rovinato niente, tranquillo."
"Ho insistito io con Sophie perchè ti chiedesse di tenermi, non..."
"Non ti trovi bene con loro?"
"No! No!" Noël agitò il cespo di capelli neri spettinatissimi. "Sono fantastici. E' solo che non mi piacciono le feste e poi non mi sentivo ancora pronto. C'è sempre tanta gente a casa loro."
David annuì. "L'agendina di Sophie deve avere le dimensioni dell'elenco telefonico di Parigi."
Noël sorrise. "Più o meno."
Albert annusò le ginocchia di David e poi decise che poteva anche tornare dalla sua mamma, distesa sull'erba. In quel momento il padre di David entrò nel recinto e li salutò con la mano, dalla parte opposta.
"Pensavo..." iniziò David, senza guardarlo e Noël rimase in attesa. "...dovrò insegnarti un po' di tedesco se vogliamo stare qui dieci giorni, tu cosa ne dici?"
Noël annuì, improvvisamente
felicissimo. Note: |
|
|