Dicembre 2004

Se c'era una cosa che David odiava, era fare le cose di corsa.

Nonostante il suo lavoro, e gli imprevisti che esso poteva portare, aveva sempre calcolato le cose in modo da avere abbastanza tempo per farle tutte, senza necessariamente dover correre da una parte all'altra con il terrore di non riuscire a fare le valigie, dimenticare gli ultimi regali di natale o, peggio ancora, perdere l'aereo con il rischio di dover poi farsi tutta la strada in macchina dal momento che trovare posto su un altro volo nel periodo natalizio era pressocché impossibile.

Così quando sua madre, il quindici di dicembre, lo aveva chiamato e tenuto due ore al telefono per chiedergli, in sostanza, quando sarebbe andato a trovarli per le feste e quanto sarebbe rimasto, David aveva calcolato di portare a termine l'ultimo incarico da lì a due giorni, impiegarne un terzo per i regali di natale e un quarto per gestire le ultime cose, quindi partire intorno al venti e rimanere fino a Capodanno. Era tutto semplicemente perfetto.

Quelle che gli erano sfuggite erano le variabili.
A due giorni dalla partenza, una vecchia signora - la cui età oscillava tra i novanta e i centodue anni a giudicare dalla pelle incartapecorita - si era presentata alla sua porta millantando una casa piena di fantasmi con l'inclinazione a rubarle le formine per i biscotti allo zenzero. David aveva provato a declinare, adducendo scuse assolutamente stupide come il fatto che la Paranormal Parisienne si occupava soltanto di casi ectoplasmatici di un certo livello (.. era stato ben attento a non menzionare la microscopica apparizione nei gabinetti di un motel sull'autostrada che gli era comunque fruttata un discreto quantitativo di euro ..) o che al momento l'agenzia era oberata di lavoro (.. sempre dimenticando di menzionare che aveva chiuso gli ultimi sei mesi con solo due miseri casi ..) ma poi la signora si era messa a piagnucolare che era rimasta sola, che i suoi nipoti e i suoi figli erano tutti andati a sciare a Saint Moritz lasciandola a casa e che la sua unica felicità era preparare i biscotti allo zenzero per la festa di Natale della parrocchia del suo quartiere. Dopo venti minuti di piagnistei e una scatola intera di fazzolettini doppio velo, David era stato costretto ad accettare.

I fantasmi si erano rivelati veri fantasmi e non il vaneggiamento di una povera vecchia. Lui e una recalcitrante Miranda, recuperata al volo sulla strada per casa della vecchia, avevano fatto molta fatica a stanarli, a capire cosa volessero, a darglielo e infine a recuperare le formine per i biscotti. La donna li aveva pagati bene, e Miranda se n'era andata via canticchiando che adesso aveva i soldi per fare il suo decimo viaggio in Irlanda - il che significava, palesemente, che da lì a due mesi David sarebbe rimasto chissà per quanto senza un'assistente che potesse vedere i fantasmi al posto suo.

La sua tabella di marcia, comunque, non avrebbe risentito molto di questo imprevisto se su di lui non si fosse abbattuta la seconda variabile, che si era presentata sotto forma di Sophie LeFevre, alle quattro del pomeriggio del venti dicembre. Due ore prima della sua partenza.
David stava letteralmente correndo in giro per casa in cerca delle ultime cose da mettere in valigia quando era suonato il campanello. Si era precipitato alla porta, l'aveva spalancata ed era stato investito dallo sproloquio inarrestabile di quella donna.

Sophie non era molto alta, e non faceva niente per evitare di sottolinearlo.
Aveva sempre addosso scarpe molto basse e lunghe gonne colorate, prevalentemente a fiorelloni, che non solo non le slanciavano la figura ma tendevano a darle l'aria della squinternata. Cosa che era, ben inteso. Quel giorno, il suo discutibile abbinamento tra un maglioncino viola prugna e un paio di pantaloni verde acido, era avvolto in una gigantesca mantella rossa senza maniche completa di cappuccio. "Buongiorno Davìd," cinguettò, sbagliando sistematicamente la pronuncia del suo nome, con quel modo tutto francese di spostare gli accenti sull'ultima sillaba.

"Buongiorno signora LeFevre," biascicò lui, piuttosto di malavoglia, lanciando un'occhiata all'orologio.

 

"Chiamami Sophie, dammi pure del tu," disse lei, entrando senza permesso. "Quante volte ancora devo dirti che non mi piacciono questi formalismi borghesi?"

David avrebbe voluto dirle che più che formalismi borghesi, quella era buona educazione - dal momento che lui aveva ventisei anni e lei ne aveva cinquanta ma lasciò perdere. Conosceva Sophie LeFevre da quando Miranda aveva iniziato a lavorare per lui - quindi più o meno da cinque anni - e in tutto quel tempo non era ancora riuscito a capire come le funzionasse davvero il cervello. Dopo un paio d'anni aveva anche smesso di provare a capirlo, a dire il vero.

 

Ad ogni modo, qualunque cosa la donna stesse blaterando riguardo ad un certo problema e riguardo ad una certa soluzione che lui avrebbe avuto per lei, la sua attenzione fu catturata dal fatto che la porta non si era richiusa dopo Sophie ma era rimasta aperta per fare entrare un grosso borsone azzurro e il ragazzino che lo portava. Il ragazzino che, per inciso, era quel ragazzino.

Due mesi prima, Miranda si era presentata a casa sua con quel bambino che leggeva nel pensiero e che non aveva alcun controllo su quell'abilità. Una volta scoperto che il cervello di David - immune a qualsiasi manifestazione psichica - era immune anche al potere invasivo del ragazzino, Miranda aveva pensato bene di lasciarglielo in casa: "Noël con te starà bene," si era giustificata. "Ci sei solo tu qui, non puoi fargli del male con i tuoi pensieri."

 

David aveva acconsentito a tenerlo con sé o, meglio, non era stato in grado di dire alla ragazza che non aveva nessuna intenzione di occuparsene e così Noël era rimasto con lui. Agli inizi di dicembre, però, lo aveva rispedito dai LeFevre, tanto più che Sophie e suo marito avevano avviato le pratiche legali per l'adozione dal momento che, a quanto pareva, il bambino veniva da un orfanotrofio e non aveva nessun parente.

 

"... e quindi abbiamo poi deciso di dare una grande festa," stava concludendo Sophie, mentre lui si perdeva tristemente fra i ricordi di due mesi passati a dover dormire sul divano per lasciare il letto ad un perfetto sconosciuto.

 

"Come scusa?"

"La festa di natale," ripeté Sophie, sbattendo gli occhi dietro le lenti rettangolari degli occhiali. Era struccata, come al solito, ma l'azzurro delle sue iridi era tanto acceso da risaltare comunque. "Abbiamo deciso che non sarebbe stato un vero Natale senza una grande festa con tutti i nostri amici."

David cercò di far girare le rotelle del suo cervello alla stessa velocità di quelle della donna, cercò di sintonizzarsi insomma, ma non ci riuscì. Per quale motivo, Sophie LeFevre, se ne stava sull'uscio di casa sua - anzi sulla scrivania del suo ufficio - a raccontargli delle sue feste di Natale quando lui stava per perdere un maledetto aereo? "Sophie..." iniziò pacatamente, cercando di non dare di matto. "Mi fa molto piacere, ma non capisco cosa..."

"Ci sto arrivando," annuì lei. "Non dovresti essere così impaziente, sai? Vivi in maniera troppo stressante, non ti fa bene! Avrai un infarto, di questo passo! Hai mai provato con lo yoga?"

"Faccio yoga da 15 anni," sibilò David. "Ora, se tu volessi cortesemente continuare."

"A far cosa?" Chiese lei, confusa.
David vide Noël scuotere la testa e quindi caracollare con tutta la sua sospetta borsa da viaggio verso il divano, per poi appollaiarsi sul bracciolo e sparire all'interno dell'enorme felpa grigia e slavata che indossava e che sembrava pendergli un po' da tutte le parti.

"La festa, Sophie," rispose piano David, tentando di farla focalizzare. "Che cosa c'entro io con la festa? Anzi, gradirei che tu chiarissi la cosa in fretta perché ho un aereo tra venti minuti."

 

"Oh sì!" La donna batté le mani. "Dunque, alla fine abbiamo deciso di organizzare questa festa. Ci saranno un centinaio di persone e capisci che il bambino potrebbe sentirsi male di nuovo; perciò ho pensato che potrebbe passare il natale con te."

"Che cosa?" Sbraitò David, a dir poco sconvolto. "No che non può!"
Lanciò uno sguardo al ragazzino che giocava con l'orlo sfilacciato della felpa e sembrava non ascoltarli anche se sapeva che non era così. Per quel poco che lo conosceva sapeva che era molto attento quando parlavi. A volte si era ricordato frasi e particolari che nemmeno lui si ricordava di aver detto.

 

"Ma David, sarebbe solo per qualche giorno."

"Io sto partendo, Sophie," le ricordò lui, cercando di essere il più delicato possibile. "Tornerò dopo Capodanno. Non posso occuparmene io."

"Sì, lo so," sorrise lei. "Miranda mi ha detto che torni a... dov'è che stai? Hannover? per le feste."

"Sarebbe Leipzig, in realtà. Comunque, appunto, starò via dieci giorni," confermò. "Mi dispiace, ma non so proprio come aiutarti."

 

"Oh ma non devi preoccuparti," annuì lei con convinzione. "Noël ha con sé tutto l'occorrente. Non è vero, tesoro?" Il ragazzino annuì. E Sophie sospirò: "Non se la sente ancora di parlare. Lo fa solo qualche volta."

David, in due mesi, lo aveva sentito dire si e no un centinaio di parole. Si faceva capire, ma non apriva quasi mai bocca. Lui era riuscito a fargli capire come chiudere fuori i pensieri degli altri, ma evidentemente non era riuscito a togliergli la paura che comunicando potesse perdere il controllo dei suoi poteri. Sospirò. "Sono dieci giorni," ripeté. "E sto andando in aereo."

Sophie gli consegnò una busta della Air France. "Miranda me lo ha detto," sorrise gioiosa. "Così ho comprato un secondo biglietto."

David spalancò la bocca, travolto dall'indignazione. Era surreale come quella donna e sua figlia riuscissero sistematicamente a stravolgere la sua vita perfetta. Lui se ne stava lì, sul suo confortevole tappeto di organizzazione e routine, arrivavano loro due e tiravano il tappeto da una parte, ribaltando lui e le sue certezze per poi andarsene fischiettando e lasciandolo con un bambino di quattordici anni che nemmeno conosceva. E che avrebbe dovuto stare con loro.

 

"Ma Sophie, state cercando di adottarlo!" Tentò disperato. "Non dovrebbero esserci dei controlli da parte dei servizi sociali, o che so io? Che cosa gli direte se passano da casa vostra, che lo avete spedito in Germania con me?"

 

Sophie agitò una manina di fronte a lui con nonchalance, quelle due centinaia di braccialetti di legno che indossava fecero un rumore curioso sbattendo gli uni contro gli altri. "Sei sempre così pessimista, per la miseria," lo liquidò. "Perché vedi sempre il lato negativo delle cose? E' Natale, saranno a casa con le famiglie anche gli assistenti sociali!"

 

"Non ci posso credere..." sospirò, pinzandosi la radice del naso e tentando di trovare la calma mentre sentiva montare un'emicrania di dimensioni epiche. "Io non ho ancora capito secondo quale logica ve lo hanno affidato."

 

"Bene, sapevo che avresti detto di sì," commentò lei, con un sorriso affettuoso. "D'altronde sei un uomo buono, il tuo karma lo dice chiaramente," gli agitò un ditino convinto di fronte al viso. "E il karma non mente mai, ricordatelo."


"Certo, il karma."

La donna raggiunse Noël e lo abbracciò così stretto e forte che David si stupì che non soffocasse. "Buon Natale, tesoro," lo baciò sulla fronte e gli accarezzò la testa, affettuosamente. "Vedrai che alla prossima festa, potrai venire anche tu."

 

Il ragazzino annuì e fece un mezzo sorriso, al quale la donna rispose. David avrebbe giurato che l'avesse portato lì per levarselo di torno, ma poi - a guardarli insieme, a guardarla mentre lo abbracciava - non c'era niente che desse da pensare una cosa simile. C'era affetto negli occhi della donna e ce n'era altrettanto in quelli di Noël. "Buon Natale anche te, David," disse Sophie, mentre lui la accompagnava alla porta. E poi, sussurrando quasi impercettibilmente aggiunse: "Credo che tu gli mancassi." Quindi si chiuse la porta alle spalle e lo lasciò lì, con un fagotto di felpa alto un metro e sessanta.

 

David sospirò e si portò le mani ai fianchi. "Sembra che passerai le vacanze con me."
Noël annuì. "Sei mai stato in aereo?" Noël scosse la testa; i capelli neri, ancora corti e sparpagliati, gli si agitarono intorno alla testa in maniera molto buffa. E David espirò di nuovo. "Beh, datti una mossa allora. O non ci andrai neanche stavolta."

 

Noël fece un mezzo sorriso e saltò prontamente giù dal divano, tenendosi pronto vicino alla porta, con la sua valigia in mano.


Albert, la vache de Noël

 

All'aeroporto arrivarono appena in tempo per fare il check-in.


David in pratica lanciò la sua valigia e la borsa del ragazzino all'hostess di terra che aveva il compito di etichettarle e riprese a respirare - infuriato e nervoso - solo dopo che le vide sparire dietro le frange sul nastro trasportatore. Dopodiché si diresse in sala d'aspetto, in attesa dell'aereo che sarebbe partito da lì ad un'ora.


Noël gli trotterellò dietro, con in spalla un minuscolo zainetto che componeva il suo bagaglio a mano. Si sedette accanto a David quando David si sedette e rimase in silenzio a fissarlo quando l'uomo tirò fuori un libro e si mise a leggerlo.

Dopo cinque minuti, David cominciò a sentirsi osservato, così mise il segnalibro nella sua preziosissima copia tedesca de "Il pendolo di Focault"  e si voltò verso di lui con aria non molto amichevole. "Devi stare a guardarmi in quel modo tutto il tempo?" Chiese. "Non hai qualcosa da leggere in quello zaino?"


Noël lo guardò ancora per un po', poi si portò lo zaino sulle gambe e ne tirò fuori una di quelle consolle portatili con le cartucce. David lo vide premere ripetutamente uno dei tasti laterali, quindi la musichetta che era partita all'accensione si abbassò fino a sparire. Si ritrovò ad annuire convinto, ma il ragazzino non lo stava più guardando.

A quel punto gli venne in mente che non aveva avvertito sua madre della presenza di Noël, il che equivaleva a farla andare clamorosamente in paranoia perché non era preparata all'evenienza.

 

In realtà David sapeva che in quel preciso momento sua madre stava preparando tanto cibo da sfamare la Germania intera e di certo casa sua era abbastanza grande perché avanzassero almeno un paio di stanze in cui Noël avrebbe potuto dormire, ma sua madre aveva sempre bisogno di sapere le cose in anticipo per preparare ancora più cibo e preparare le stanze dio solo sapeva come. Sospirò, quindi tirò fuori il cellulare e alzandosi in piedi. Gli occhi di Noël scattarono subito su di lui, quindi si premurò di avvertirlo: "Sono qui. Faccio solo una telefonata."


Noël lo fissò per qualche istante, quindi tornò lentamente al suo gioco.

 

La madre rispose in piena frenesia da preparativi delle feste. "Pronto?" Cinguettò, tra l'amichevole, l'indaffarato e lo stanco con una voce squillante che passò ben oltre i timpani di suo figlio. In sottofondo, David sentì chiaramente rumori da fucina dei nani di Moria, segno inequivocabile che sua madre aveva costretto tutta la famiglia ad aiutarla nella preparazione di pranzi, cene, varie ed eventuali.

 

"Ciao Mamma, sono David!"

 

"Oh ciao tesoro," rispose quella, intanto che urlava a suo fratello Daniel di girare l'arrosto che c'era sul fuoco.


David deglutì. "Mamma, te lo ricordi che io non mangio la carne, vero?"

 

"Sì, tesoro, me lo ricordo," rispose lei." Non la mangi da quando avevi 15 anni. "Dio solo sa come hai fatto a venir su sano. Comunque, dimmi tutto: sei già partito? Tra quanto arrivi?"


"L'aereo parte tra-" David osservò il tabellone e ne approfittò per lanciare un'occhiata al ragazzino, che stava ancora giocando. "-circa venti minuti. Volevo solo avvisarti che ho avuto un imprevisto e sto portando una persona con me."


David sentì chiaramente nella voce della madre il tono speranzoso di un nuovo fidanzato in arrivo. "Davvero, tesoro?" Esclamò infatti, e David se la immaginò che chiamava a raccolta tutti gli altri perché assistessero al grande evento. "E' meraviglioso!"


Preferì troncare la cosa sul nascere. "Non esaltarti troppo. Ricordi quel ragazzino che Miranda mi ha portato in casa due mesi fa?" Chiese. "Quello che leggeva nel pensiero."


"Noël?"

 

"Esatto," confermò l'uomo, stando ben attento a non ripetere il nome che era l'unica cosa che il ragazzino potesse capire di quella discussione. "Me lo hanno lasciato a tradimento e ora mi tocca portarmelo dietro."


Il tono della voce dall'altra parte della cornetta si trasformò istantaneamente in quello dolce e caldo della madre di famiglia. "Oh, non dire così, David," commentò intenerita. "E' un bambino che non ha nessuno. Dovresti essere più carino nei suoi confronti. Comunque non c'è nessun problema, c'è sempre in posto per una persona in più in questa casa."


"Anche per un esercito," commentò sarcastico l'uomo.


"Ah, tesoro!" Si ricordò sua madre all'ultimo. "Viene a prenderti Daniel, papà è impegnato a sistemare gli animali per la notte."


"D'accordo. Ora vado, chiamano il nostro volo."

 

*

 

Il viaggio in aereo era stato privo di eventi degni di nota.


David aveva chiesto alla hostess se poteva trovare due posti vicino per lui e il ragazzino, quindi aveva concesso a Noël il sedile vicino al finestrino nella speranza che si distraesse guardando le nuvole e il cielo notturno.


Noël era stato silenzioso per tutto il viaggio - a parte un per favore e un grazie rivolti alla hostess quando gli aveva portato la sua cioccolata calda - ma aveva stretto con violenza i braccioli della poltrona durante il decollo e l'atterraggio. David aveva apprezzato molto che non si mettesse a piangere o pretendesse da lui un qualche tipo di attenzione.


Una volta fuori dall'aeroporto, suo fratello Daniel li aveva recuperati ed avevano raggiunto finalmente casa un'ora dopo.
Ovviamente, al loro arrivo, sua madre era già sulla porta - e per largo la prendeva tutta - una mano stretta nell'altra e l'onnipresente grembiule bianco a coprirle la gonna. David l'aveva salutata già ancora prima di scendere, quindi aveva aiutato suo fratello a scaricare i bagagli mentre Noël usciva di macchina, pressoché ignorato dal Maier che conosceva e anche da quello che - pur non volendo lasciarlo da parte - non sapeva in che lingua parlargli.


Ci pensò la signora Angelika Maier a fare gli onori di casa. Quando vide che il ragazzino si stava guardando intorno con un grosso punto interrogativo sulla testa, gli si avvicinò allegra, con le guance rosse per il freddo pungente che c'era sulla veranda di quella casa di montagna. "Tu devi essere Noël," disse in tedesco.

 

Noël sollevò lo sguardo su di lei e la guardò con due occhi tondi, ancora più spaesati.

 

David passò al ragazzino la sua sacca. "Non parla tedesco, mamma," le spiegò. Quindi tradusse in francese per Noël.


Il ragazzino annuì. "Piacere di conoscerla," esalò in francese. E David fu costretto a tradurre di nuovo, cosa che - palesemente - lo stava innervosendo già dopo i primi dieci minuti. La sola idea di doverlo fare per altri dieci giorni lo stava pericolosamente portando sulla strada dell'omicidio.


"Che bella pronuncia!" Esclamò innamorata sua madre, con un sorriso che avrebbe risvegliato i morti. "Il piacere è mio, Noël. Io mi chiamo Angelika. Puoi chiamarmi così se vuoi."

 

Noël sorrise. "Angelika," ripeté.

 

Sua madre li portò tutti quanti dentro casa, che era un grosso chalet in legno, appena fuori Leipzig, circondato da prati innevati per chilometri in tutte le direzioni, dove trovarono il resto della famiglia; che era numerosa, e decisamente troppo chiassosa.

 

Noël fece un passo oltre la soglia, sentì il rumore di risate - tante risate - che proveniva dalla cucina e quindi si immobilizzò lì dov'era.

 

"Che cosa c'è?" Gli chiese David, smettendo di scherzare con suo fratello.


Noël sembrò valutare il peso della risposta, quindi sospirò. "Ci sono tante persone," disse alla fine, guardandosi le scarpe.


Angelika si fermò con David mentre Daniel raggiungeva gli altri e osservò la discussione. "Che cosa succede?" Chiese al figlio.

 

David si strinse nelle spalle. "Ha paura che ci siano troppe persone."


"In effetti siamo molti," ammise sua madre, preoccupata. "Non ho pensato che potesse essere un problema."


"Ha soltanto paura," David liquidò la cosa con un gesto della mano, parlando in tedesco. "E' perfettamente in grado di tenere fuori i pensieri di tutti."

 

"Beh forse è una cosa un po' più difficile in mezzo a dei perfetti sconosciuti," protestò sua madre, un po' irritata. "Traduci," gli ordinò alla fine, prima di chinarsi verso Noël.

 

"Noël, guardarmi per favore," disse dolcemente.

 

Il ragazzino alzò lo sguardo non appena David tradusse.
Angelica sorrise. "Pensi che ti aiuterebbe se ti presentassi le persone un po' alla volta, magari in un'altra stanza?"

 

Noël aspettò che David traducesse, quindi annuì, balbettando un grazie in tedesco, molto molto vago. Angelika apprezzò lo sforzo.


Ne seguì una lunga processione verso il salotto, dove la donna aveva condotto Noël. Il francese osservò ogni singola persona con molta attenzione e si sforzò perfino di aprire un po' la testa, cercando di percepire i pensieri in modo da conoscerli e abituarsi, nel caso - per qualsiasi motivo - il potere gli fosse sfuggito di mano quando erano tutti quanti insieme.

 

Fu un processo un po' lungo, comunque, perché uno dei fratelli di David era sposato, quindi c'era anche la moglie e dei bambini. David pensò che sarebbe potuto morire di noia a furia di stare lì in piedi a tradurre dal francese al tedesco e dal tedesco al francese.


Alla fine, quando non ci furono più parenti, David tirò un sospiro di sollievo.
Sarebbero stati dieci giorni d'inferno.

 

*

 

Al mattino, Noël riaprì gli occhi su una stanza completamente nuova e ci mise un po' a rendersi conto di dove si trovasse. Poi, lentamente, ogni cosa tornò al suo posto e si ricordò dell'enorme famiglia di David e di Angelika.


La stanza era piccola ma molto confortevole, tutta in legno come il resto della casa. Angelika aveva rifatto il letto per lui, riempiendolo di coperte e piumoni con il terrore che avesse freddo, almeno così aveva tradotto David per lui. In effetti la nottata era stata gelida - il naso che aveva cacciato fuori un paio di volte lo aveva provato ampiamente - ma nel letto era stato bene. Scivolò fuori e s'infilò il suo maglione pesante. L'orologio del cellulare segnava le dieci e mezzo e non sapeva se questo, in casa Maier, significasse che aveva dormito troppo oppure no. In casa di Sophie, che ancora non gli riusciva di chiamare mamma, la gente si svegliava anche a mezzogiorno a volte.

 

Aprì la porta per scoprire che si trovava al piano superiore - aveva dimenticato anche questo - e si avviò lungo il corridoio, fino a raggiungere le scale. Dal piano di sotto arrivarono un mucchio di risate, che lo fermarono a metà della rampa. Non era sicuro di voler vedere tutte quelle persone insieme, non se non sapeva dove si trovasse David, esattamente.

 

Decise che poteva sedersi sullo scalino e aspettare che le voci si diradassero. Forse qualcuno sarebbe uscito, non era possibile che in quella famiglia si muovessero sempre tutti quanti in branco. Angelika lo trovò ancora lì, dieci minuti dopo, che giocava distrattamente con una pallina di gomma del gatto di casa. "E tu che cosa ci fai qui?" Chiese, con uno di quei suoi enormi sorrisi.

Noël non la capiva, perciò si limitò a guardarla e a stringersi nelle spalle, sperando che capisse lei. Avrebbe dovuto almeno imparare la frase per dire che non capiva, sarebbe stato utile. "Ti va di mangiare qualcosa?" Domandò la donna, portandosi una mano alla bocca nel gesto universale del cibo.

Noël si illuminò tutto, mentre la sua pancia faceva dei gran salti. Con il viaggio e la gente nuova, non aveva mangiato quasi niente la sera prima. Così annuì e si alzò da terra, seguendola verso la grande cucina della casa, dove c'era un bel tepore con il forno acceso.
Noël si sedette sulla panca di legno che correva lungo tutta la parete e la seguì passo passo mentre stendeva davanti a lui una tovaglietta all'americana, la tazza e un cucchiaino.

La donna sollevò la caraffa del latte e quella del caffé. Noël si morse un labbro e le indicò incerto entrambe. Angelika ridacchiò e lo servì, per poi spingere verso di lui un vassoio di paste da inzupparci dentro, di fronte al quale Noël sgranò gli occhi tutto contento.

"Mangia quello che vuoi," gli disse la donna, senza per altro essere capita. Quindi sospirò, mentre Noël si dava alla pazza gioia, e gli si sedette davanti.


Lo osservò mangiare per qualche minuto prima di attirare di nuovo la sua attenzione. “Noël,” lo chiamò piano e il ragazzino sollevò la testa su di lei. “Pensavo che forse potremmo trovare un accordo io e te, che ne dici?”

 

Noël, ovviamente, avrebbe tanto voluto poterle dire che comprendeva alla perfezione. “Potresti leggermi nel pensiero,” continuò la donna, indicando lui e poi la propria testa. “Potrei visualizzare gli oggetti, così forse ci capiremmo.”

Il francese la guardò, un misto di preoccupazione e confusione sul volto. Non voleva pensare di aver davvero capito che cosa questa donna volesse da lui perché faceva paura. “Non lo so,” disse in francese.

“Vogliamo provare?”

Noël penso alle molteplici possibilità negative che un tentativo del genere poteva scatenare: e se i suoi poteri andavano fuori controllo? Se lo colpiva di nuovo quel terribile mal di testa lancinante? Se… se non si fermava al primo pensiero ma li leggeva tutti? Magari scopriva cose che non doveva. Nonostante questo, finì per annuire.

 

“Bene,” Angelika  sorrise. “Allora vediamo un po’.”
Noël inspirò a fondo quindi fece come David gli aveva insegnato, si concentrò e aprì la mente, lasciando che fossero i pensieri della donna ad arrivare a lui. Al''inizio non vide un bel niente, il che era già un gran bel risultato considerando che l'ultima volta che gli era capitato di fare una cosa simile era stato assalito da immagini e pensieri di ogni tipo tutti quanti insieme. Poi, molto lentamente, nel buio che vedeva iniziò a formarsi un'immagine. Dapprima fu soltanto una sagoma sfocata, e poi i dettagli divennero uno ad uno più nitidi. "David," esclamò alla fine, quando il viso dell'uomo fu ben visibile.

 

Angelika batté le mani, sorridendo. "Un'altra volta!" Esclamò, entusiasta della sua stessa trovata. Chiuse gli occhi e si mise a pensare. Noël si concentrò, ora più fiducioso dal momento che c'era già riuscito una volta. Nella mente della signora Angelika si affollarono tre o quattro immagini tutte insieme, ma alcune erano sfocatissime e soltanto una si stava definendo, così Noël comprese che le altre non erano volontarie e le lasciò perdere. Qualche istante e vide la brocca del latte. Euforico, allungò la mano e la sollevò dal tavolo. "Latte," disse in francese.

 

"Sì, latte," ripeté in tedesco la donna. "Ci siamo riusciti. Ora finisci la colazione," l'immagine mentale fu graziosa, con un Noël indaffarato ad inzuppare pezzi di brioche nell'enorme tazza.

 

Il ragazzino annuì. "David?" Chiese, con il suo accento spostato alla fine della parola.

Angelika fu rapita da quel modo di pronunciare il nome del figlio. "In giardino," rispose indicando. "Gioca a palla con Damian."

Noël si affrettò a finire la sua colazione mentre Angelika riprendeva a cucinare qualunque cosa stesse cucinando da quella mattina - e Noël si chiese vagamente quanti ospiti fossero previsti per il giorno di Natale vista la mole di cibo - quindi scivolò giù dalla panca e si diresse in giardino, dal quale provenivano le risate dell'uomo.

 

***

Noël svoltò dietro la casa dove c'era un enorme prato che si estendeva per chilometri fino alla casa più vicina, una specie di baita come quella, della quale riusciva a vedere tutto perché si trovavano a valle e non c'era assolutamente niente che ostacolasse la vista. La proprietà dei Maier era recintata da un semplicissimo steccato di legno rustico, che sembrava lì quasi più per bellezza che non per protezione o per recinzione. Angelika ne aveva decorato una parte con il pungitopo e dei festoni natalizi. Noël si guardò intorno e non gli fu difficile scorgere David e Damian, il fratello minore, che giocavano a palla poco distanti.

 

Noël rimase in piedi accostato al muro e per un po' li guardò contendersi il pallone, ridendo. David sembrava un'altra persona quando sorrideva e il fatto che lo facesse solo quando lui non era nei paraggi era un po' triste. Forse. Non ne era proprio sicuro, in fondo David non aveva nessun dovere nei suoi confronti. Noël era consapevole che era stata Miranda a scaricarlo a casa di David - senza chiedere il permesso, per altro, come al solito - e che quindi David era stato fin troppo gentile. Eppure....

In quel momento la palla sfrecciò dritta verso di lui e Noël fece appena in tempo ad abbassarsi prima che il pallone colpisse il muro alle sue spalle. Quando alzò di nuovo lo sguardo, Damian gardava nella sua direzione e Noël non ebbe bisogno di leggergli nel pensiero per capire cosa pensasse. Da quando era arrivato in quella casa, Damian  lo aveva sempre guardato storto. Anche David cambiò espressione quando, seguito lo sguardo del fratello, si accorse di lui. Mentre Damian recuperava il pallone, si chiuse bene il piumino e si calcò in testa il cappellino di lana, pronto ad andarsene.

 

"Dove vai?" Noël avrebbe voluto starsene zitto, ma la domanda gli uscì di bocca senza che riuscissa fermarla in tempo. Il fatto era che, per quanto provasse della simpatia spontanea per Angelika, odiava l'idea di rimanere solo in quella casa piena di sconosciuti.

 

David gli dedicò appena un'occhiata, mentre si sistemava meglio i guanti. "Ho delle visite da fare," rispose brusco. L'atmosfera - allegra solo qualche istante prima - era diventata improvvisamente pesante.

 

Noël annuì e lo seguì con lo sguardo mentre si allontanava lungo la strada. Si voltò verso Damian che aveva ancora il pallone in mano, in parte sperando che potesse essere un buon modo di entrare in contatto con lui ma il ragazzo - che aveva si e no quattro anni più di lui - lanciò la palla a terra e rientrò in casa, come a dirgli che se voleva giocare poteva farlo da solo.

 

Noël sbuffò, calciando un cumulo di neve che i due dovevano aver  spostato per farsi spazio e giocare. Odiava stare in quella casa, odiava non essere a Parigi, odiava la Germania e odiava David. Finì di martoriare a calci quel povero cumulo di neve e sospirò, gettandosi seduto per terra a tirar palle di neve a nessuno in particolare. No, non era vero. Non odiava David. Odiava stargli così antipatico.

 

***

 

Con metà della famiglia impegnata fuori casa, e Angelika indaffarata in cucina, la piccola baita dei Maier era enorme e silenziosissima. Stufo di tirare palle di neve al vento, Noël era rientrato indeciso se tornarsene in camera e rintanarsi sotto le coperte a giocare con i suoi videogiochi oppure andare a far compagnia ad Angelika anche se, doveva ammetterlo, aveva ben poca voglia di comunicare per immagini.


Alla fine, una volta dentro, gli venne voglia di esplorare la casa, che nessuno gli aveva mostrato. Al primo piano c'erano solo un immenso salotto con il caminetto e l'altrettanto immensa cucina, due stanze che aveva già visto; così si avviò ai piani superiori dove c'erano le camere da letto. Curiosò un po' per il corridoio, sbirciando solo di sfuggita nelle stanze, finché non raggiunse l'ultima, che era esattamente nella stessa posizione della sua, solo dalla parte opposta.

 

Aprì con cautela e si ritrovò in una camera enorme, con l'unica finestra che dava sul giardino sul retro. Ci vollero meno di cinque secondi per capire che si trattava della stanza di David: due macchine fotografiche vecchissime sulla scrivania, fotografie appese ovunque e ogni cosa era ordinata al millimetro, in quella disposizione al limite del maniacale tipica delle cose di David.

 

Noël era un ragazzino tendenziamente educato e fino a quel momento non aveva curiosato se non mettendo la testa dentro ad ogni stanza e poi richiudendo la porta. Solo una sbirciatina, ecco. Qui, però, era diverso. David suscitava in lui una curiosità tutta speciale, forse perché non parlava mai di sé. Forse perchè aveva passato due mesi in casa sua senza conoscerlo più del minimo necessario. Non come a casa di Sophie, dove era venuto a sapere anche cose che avrebbe preferito ignorare.

 

Entrò lentamente, cercando di cogliere con un solo sguardo tutti i minuscoli particolari della stanza. La scrivania era proprio sotto la finestra, dove arrivava molta luce. C'era della carta da lettere e dei quaderni, un vecchissimo libro di scuola. Il letto era sulla destra, vicino all'armadio. Nell'angolo più lontano c'era una chitarra custica appoggiata al muro e anche uno di quei tamburelli che la gente suona per strada: Noël si chiese se fossero oggetti di David, dal momento che non gli era sembrato di capire che suonasse qualche strumento. Gli piaceva la musica, però, questo sì, lo sapeva. A testimoniare la cosa c'era una piccola libreria, occupata per metà da libri e per l'altra metà da cd, meticolosamente ordinati in ordine alfabetico. E poi le foto, ovunque.

 

Noël si avvicinò alla parete accanto alla scrivania che era letteralmente tappezzata di polaroid e di stampe fotografiche. Solo allora si rese conto che tutte quante ritraevano lo stesso soggetto: un ragazzo. A volte nelle foto c'era anche David, ma molto più spesso il ragazzo era da solo. Noël ne osservò una in particolare, la più vicina a sé.

 

Il ragazzo aveva forse l'età di David, ed era biondo biondo, come certi bambini nella pubblicità dello shampoo. Aveva i riccioli, come gli angeli nelle cartoline di natale e gli occhi azzurri come quelli di David, ma molto più vividi e chiari.

 

Noël si rese conto che lo aveva già visto. Era lo stesso ragazzo che compariva in molte delle foto sparse in casa di David. Era lui, non poteva sbagliarsi.

Non aveva mai trovato  il coraggio di chiedere a David chi fosse.

 

Incuriosito, seguì con lo sguardo la sequenza di foto che pur essendo scattate in momenti diversi, con abiti diversi e in luoghi diversi, sembravano ritrarre un unico movimento. Così lo osservò mentre sorrideva - sorrideva sempre - e lo vide agitare le mani di foto in foto; gli sembrò quasi di vederlo muoversi e ridere, e abbracciare David stretto come nell'ultima foto.

 

"Si chiama Björn."

 

Noël si girò di scatto, colto di sorpresa. Angelika sostava sulla soglia, la spalla appoggiata allo stipite mentre si puliva le mani sul grembiule bianco.

 

"Scusa," balbettò incerto, non sapendo quanto la donna fosse arrabbiata perchè aveva curiosato. "Non volevo fare nulla di male."

 

Angelika lo fissò per un po', ma sorrideva. Per quanto si sforzasse non capiva davvero niente, percui decise di andare a senso. "Non preoccuparti, è la vecchia stanza di David," pensò al figlio che vi dormiva dentro perché Noël capisse. "Puoi stare qui se vuoi."

 

Nei pensieri della donna Noël vide se stesso com'era - lì in quella stanza - e capì a grandi linee cosa volesse dirgli. Quindi si ricordò che cos'aveva detto quando era entrata ed indicò le foto sul muro. "Chi è?"

 

"Björn", ripeté lei, con un sospiro. Il sorriso che aveva sulle labbra si fece un po' più triste. "Era il ragazzo di David."

 

Noël arrossì e tornò a guardare le fotografie  mentre vedeva David e Björn baciarsi nei ricordi di Angelika: erano belli insieme, e David sebrava un'altra persona. Scherzava e rideva come non gli aveva mai visto fare. E abbracciava Björn, e gli faceva le foto. Tutte quelle foto.

 

"David è andato a trovare i suoi genitori proprio oggi."


Un attimo e quelle immagini felici scomparvero per lasciarei il posto ad un gruppo di persone raccolte intorno ad una tomba. Noël si voltò di scatto e guardò la donna che teneva gli occhi bassi sulle proprie mani. "Che cos'è sucesso?" Chiese. Angelika sembrò non sentirlo, quindi lui ripeté la domanda, più piano e in varie forme, aiutandosi con i gesti.

 

Di nuovo la tomba, e la gente intorno. La camera ardente, e il volto d'angelo di Björn, con gli occhi chiusi, in mezzo a quintali di fiori. David che piangeva proprio lì di fianco, in una maniera così straziante da fargli male. Noël strinse forte gli occhi e fece due passi indietro, stringendosi le tempie. "No!"

 

"Noël che succede?"

 

La donna gli andò incontro ma Noël scosse di nuovo la testa e allungò un braccio di fronte a sé come a dirgli di stare lontana e lasciargli il suo spazio. Si raggomitolò in piedi contro l'angolo della stanza, entrambe le braccia intorno alla testa, digrignando i denti. Troppi pensieri. Non riusciva a chiudere il collegamento.. Non riusciva, non riusciva, non riusciva.

 

"Noël!" Angelika gli si avvicinò comunque, preoccupata, e fu più svelta e furba della maggior parte delle persone che aveva avuto a che fare con lui. Si concentrò su un pensiero soltanto. Un'immagine sola - quella di David - tagliando fuori tutto il resto. Riprodusse nella sua mente la figura del figlio in ogni minimo dettaglio. Solo lui, senza nient'altro. Un uomo che Noël conosceva e di cui si fidava su uno sfondo bianco e neutro su cui non comparisse nient'altro.

 

Lentamente, i pensieri scatenati da quel funerale che Noël non si aspettava, andarono svanendo. E con essi tutte le sensazioni che lo avevano colpito. Il suo respiro tornò a calmarsi, ma molto piano, e solo quando fu riuscito a  richiudere il canale tra se stesso e Angelika si azzardò a far capolino da dietro i propri avambracci. Tremava così forte che sembrava fosse stato fuori nella neve senza cappotto fino ad un minuto prima.

 

Angelika, a quel punto, si permise di far ripartire il cuore e di farlo andare più veloce del normale. Di agitarsi. Allargò le braccia e Noël d'istinto vi si gettò in mezzo. Se lo strinse addosso accarezzandogli i capelli. "Va tutto bene," sussurrò in tedesco, e non importava che Noël non capisse la lingua, avrebbe comunque capito il concetto. "Va tutto bene, Noël. Adesso usciamo di qui."

 

***

 

David tornò appena prima di cena, con il viso tirato e stanco che aveva tutte le volte dopo quella visita. Sua madre lo accolse sulla porta e lasciò che si togliesse cappotto, sciarpe e guanti prima di abbracciarlo. "Come ti senti?"

 

"Come al solito," fu la risposta, che non era affatto bella. Angelika sapeva che sentirsi come al solito per lui significava stare così male da non voler vedere niente e nessuno. Da quando era successo, David era come appassito, ripiegandosi su se stesso come un fiore secco. "Fra quanto è pronta la cena?"

"Dieci minuti," rispose la donna, trascinandolo verso la cucina, ancora vuota. Damian, Daniel e la sua famiglia erano in paese e non erano ancora rientrati. David annuì distrattamente e si sedette, scivolando lungo la panca appoggiata al muro. La tavola era già apparecchiata per un numero indecenemente alto di persone, e sul fuoco Angelika stava cucinando come al solito per un piccolo esercito.

 

David lanciò un'occhiata fuori dalla finestra. Suo padre aveva già acceso le luci in veranda e fra qualche istante lo avrebbe visto entrare nel recinto delle mucche per riportarle nella stalla. Sulla recinzione, però, c'era già qualcuno. David strizzò gli occhi e riconobbe la forma alta e goffa di Noël che si reggeva al legno mentre uno dei vitellini da latte gli annusava le ginocchia.

 

"E' ancora lì," sospirò sua madre, raggiungendolo. "Parla con quella bestia da ore ormai."

 

"Che era sciroccato lo sapevamo," commentò lui.

 

"Non è sciroccato," sua madre gli tirò uno scappellotto neanche troppo tenero. "E' soltanto disorientato."

 

David non rispose. Si versò un po' d'acqua nel bicchiere e buttò giù un sorso, distogliendo definitivamente lo sguardo dalla finestra.

 

"Dovresti dargli un po' di attenzione, David," continuò sua madre. "Non capisce una sola parola di tedesco e noi non sappiamo il francese. E' qui da solo, non conosce nessuno a parte te e tu non lo consideri minimamente."

"Non è mio figlio, mamma," sbottò lui. "E' già tanto se me lo sono portato dietro. Non è un mio problema se si sente solo."

"Lo è eccome," la donna si appoggiò le mani sui fianchi e lo guardò molto seriamente, costringendolo a sostenere il suo sguardo. "Lo hai aiutato e lui si fida di te. Non puoi lavartene le mani."

 

"Non l'ho cercato io! Lo hanno lasciato in casa mia senza chiedere il mio parere per ben due volte!"

 

"Beh adesso c'è e non puoi fingere il contrario!" Protestò lei. "A volte le cose capitano senza che noi le avessimo programmate."

 

David serrò le labbra.

 

"Ha bisogno di te," mormorò Angelika, la sua voce si fece più dolce. "Sei l'unico pensiero che lo calma, lo sapevi?"

 

David sgranò leggermente gli occhi ma i suoi lineamenti rimasero duri. "Si è sentito male?"

 

Angelika annuì. "Un piccolo momento di confusione, credo che abbia perso il controllo del suo potere ma ho pensato a te e si è calmato." David sopirò e la donna gli sorrise. "Che tu lo voglia o no, hai delle responsabilità nei suoi confronti."

 

***

 

Noël passò al vitellino un po' di fieno e sorrise quando quello sollevò il muso per masticare meglio. "Non avevo mai visto una mucca così da vicino, sai?" Disse, mentre il vitellino ruminava. "Una volta, all'orfanotrofio, ci hanno portati a vedere una fattoria ma non c'erano le mucche. Strano vero?"

 

"Non tanto. A volte i contadini tengono solo polli, galline e conigli."

 

Noël si girò di scatto e rischiò di cadere, ma David lo riprese al volo e non gli lasciò le spalle finché il ragazzino non si fu risistemato a sedere sulla staccionata. David lo raggiunse e accarezzò il vitellino sulla testa.

 

"Come si chiama?" Chiese.

 

"Albert," rispose David annuendo. "Damian l'ha chiamato così perché è nato lo stesso giorno di Einstein."

 

Noël rise e passò altro fieno alla bestia.


"Ne avevo uno come lui quando avevo la tua età," commentò David. "Era proprio uguale, marrone e bianco, con le orecchie piccole. Mi ero affezionato tantissimo ma questo non impedì a mio padre di servircelo per pranzo una domenica."

 

Noël lo guardò con orrore.

 

"Già." David sospirò. "E' per questo che sono diventato vegetariano."

 

Noël tornò a guardare Albert che ricambiò lo sguardo con due occhioni rotondi un po' ebeti ma dolcissimi. Da lì a meno di due mesi neanche lui avrebbe più trovato il coraggio di mettere in bocca un pezzo di carne. Rimasero in silenzio per un po', quindi David si decise a chiederlo. "Hai avuto un altro attacco oggi?"

 

Noël anuì. "Piccolino, però," si affrettò a rassicurarlo.

 

Ancora silenzio, poi Noël sospirò. "Mi dispiace averti rovinato le  vacanze di Natale," disse alla fine.

 

David scosse la testa. Per quanto volesse rispondere che in effetti aveva fatto un gran danno ad essere lì, sapeva che non era vero. "Non hai rovinato niente, tranquillo."

 

"Ho insistito io con Sophie perchè ti chiedesse di tenermi, non..."

 

"Non ti trovi bene con loro?"

 

"No! No!" Noël agitò il cespo di capelli neri spettinatissimi. "Sono fantastici. E' solo che non mi piacciono le feste e poi non mi sentivo ancora pronto. C'è sempre tanta gente a casa loro."

 

David annuì. "L'agendina di Sophie deve avere le dimensioni dell'elenco telefonico di Parigi."

 

Noël sorrise. "Più o meno."

 

Albert annusò le ginocchia di David e poi decise che poteva anche tornare dalla sua mamma, distesa sull'erba. In quel momento il padre di David entrò nel recinto e li salutò con la mano, dalla parte opposta.

 

"Pensavo..." iniziò David, senza guardarlo e Noël rimase in attesa. "...dovrò insegnarti un po' di tedesco se vogliamo stare qui dieci giorni, tu cosa ne dici?"

 

Noël annuì, improvvisamente felicissimo.
La storia era iniziata così.



Note:
Dunque, mi rendo conto di aver descritto i dintorni di Leipzig come il sudtirolo. Non ho idea di come siano i dintorni di Leipzig e non avevo voglia di andare a fare ricerche quindi, delle due una: o vi immaginate una Leipzig in suditorolo, oppure fate finta che io vi stia raccontando la vera verità e ci credete per amor mio.
Anche per l'aeroporto ci sono probabilmente degli errori ma noi siamo persone meglio e quindi non c'interessano? Vero?.

So che David può esservi sembrato OOC, il che ci starebbe anche visto che io sono così particolare da poter essere OOC anche nel fandom che io stessa ho creato ma... c'è un ma, dovete tenere presente la data in cui questo speciale è ambientato. Ci sono cose che sono successe, e cose che devono ancora succedere. David in quattro anni è cambiato da così a così, ve lo assicuro. Idem dicasi per Noel che, come avete visto, al suo arrivo a casa Maier non spiccicava una parola.

Questo speciale è un regalo per me che morivo dalla voglia di raccontarvi questo Noel ed è un regalo per Yulin che moriva dalla voglia di farmi parlare di Bjorn, del quale avrete più notizie in futuro.
Un grazie come al solito per tutti i commenti ricevuti a dicembre. Siete fantastiche.

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