David iniziava seriamente a trovare irritante la strada che conduceva a Rungis.
L’aveva percorsa un numero incredibilmente troppo alto di volte in un numero incredibilmente troppo basso di giorni e per motivi incredibilmente troppo assurdi per poter apprezzare il paesaggio e la guida del maggiolone; l’ultima cosa, per altro, era resa ancora più improponibile dai due LeFevre che avevano iniziato a litigare per la musica da ascoltare quando erano saliti in macchina e lo stavano facendo tutt’ora.
“Si può sapere perché dobbiamo ascoltare soltanto quello che vuoi tu?” Stava dicendo Miranda, seduta a gambe incrociate sui sedili di dietro. “L’autoradio non è tua.”
“E’ del mio ragazzo, quindi decido io.”
“Non dovrei decidere, io visto che è mia?” Provò a lamentasi David.
I due lo ignorarono. A volte il tedesco si stupiva di come, pur non essendo fratelli, Noël e Miranda si assomigliassero in quasi tutte le cose.
“Tu ascolti solo lagne new age,” protestò Noël che, nonostante la cintura, si era girato verso lo sorella con quasi tutto il corpo per guardarla dritta negli occhi. “Ne ho abbastanza di queste donnine eteree che suonano tamburelli.”
“E io ne ho abbastanza di Bjork,” replicò lei. “Se sento ancora una volta Bachelorrette ti strangolo con le mie mani.”
David percorse la via principale, quindi svoltò a destra, parcheggiando nel suo solito posto. “Adesso non ha più molta importanza, siamo arrivati,” annunciò. I due smisero di litigare, sbattendo le portiere del maggiolone con più forza del necessario e quello si lamentò, cigolando un po’. “Se anche non mi smontate la macchina…”
“Guarda in che stato è la villa,” commentò Noël, sistemandosi la borsa a tracolla. Appena sopra di loro, affacciata sulla strada esterna al paesino, c’era l’enorme villa nella quale Anaϊs aveva risvegliato gli zombie. Della struttura principale non rimanevano che due piani, tutto il resto erano mattoni, travi annerite e brandelli di tende che si muovevano a quel poco di vento che c’era.
“Ho sentito che il sindaco vuole farla ristrutturare.”
“Io non lo farei,” Noël si calcò sul naso gli occhiali da sole mentre tutti e tre si incamminavano lungo la via. “Chissà cosa non ci trovano là sotto. Non mi stupirei se fra due mesi siamo di nuovo qui. La mocciosa faceva meglio a giocare con le bambole. E’ questa la casa?”
David sollevò lo sguardo e si ritrovò davanti la villetta di Adeline. “Come fai a saperlo?”
“Le energie psichiche sono potenti qui,” commentò Noël. David lo guardò con due occhi rotondi come biglie. “Ho letto sulla cassetta della posta.”
Miranda si mise a ridere, seguita dal fratello mentre David li guardava storto entrambi e quindi spingeva il cancelletto. Non fecero in tempo a raggiungere la porta che la videro aprirsi e poi uscire Adeline, con in mano una valigia enorme.
“Signora Blanchard!” Esclamò David.
Solo allora la donna si accorse di loro, tre semi-sconosciuti che bloccavano il vialetto, e sospirò, alzando gli occhi al cielo. “Signor Maier, che cosa vuole ancora da me?”
“Devo farle alcune domande.”
“Io non ho risposte da darle, gliel’ho detto,” era rimasta immobile però, senza trascinare la valigia né fuori né dentro casa.
Noël guardò David che gli fece un cenno con la testa. Normalmente leggeva i pensieri soltanto con i loro clienti per trovare indizi che loro non sapevano di conoscere, oppure solo se era strettamente necessario – tant’è che la prima volta, a chiedere informazioni alla donna c’erano andati senza di lui, nella speranza che parlasse spontaneamente – ma in questo caso, dal momento che la donna sapeva qualcosa e palesemente mentiva, non avevano molta altra scelta. “Sta partendo per la Spagna, signora?” Chiese.
Adeline sgranò gli occhi.
“Siviglia,” continuò il ragazzo, gli occhi ancora coperti dalle enormi lenti scure. A Noël piaceva fare scene simili, soprattutto quando era vestito bene. David disapprovava il suo gusto scenico nell’indossare maglie strane e pantaloni ancora più strani, per poi leggere i pensieri della gente senza mostrare gli occhi. Sembrava uno di quei ragazzini da fumetto, quelli che di solito lavorano per le associazioni super-segrete.
“Come diavolo fa a saperlo?”
“Finché continua a pensarlo…” rispose David.
Adeline aveva ancora gli occhi spalancati e sconvolti. “Chi diavolo siete voi?”
“Amici,” la rassicurò David. “Vogliamo solo capire che cosa sta succedendo.”
“E per farlo mi entrate nel cervello?” Sbottò acida lei.
David assunse un’espressione estremamente contrita. “Ha ragione,” ammise. “Se Noël smette di leggerle nella testa, lei risponderà?”
Adeline sbuffò. “Entrate, vi faccio un po’ di tè.”
La donna lasciò la valigia nel corridoio e li fece accomodare in cucina. La stanza era molto più spoglia di come Miranda e David se la ricordavano. “Pensa di stare via molto?”
“Penso di non tornare,” confessò Adeline, mettendo l’acqua nel bollitore. Noël scostò educatamente la sedia dal tavolo e si sedette, spostando gli occhiali sulla testa. Adeline lo osservò scrutare la stanza ma non osò chiedere se lo stesse facendo di nuovo anche con la sua testa. “Allora, cos’è che dovevate chiedermi?”
“Il libro,” esordì David. “E’ sicura di non saperne niente?”
La donna frugò nelle credenza alla ricerca di un po’ di tè. “Non più di quanto, credo, ne sappiate voi.”
“Quando ho cercato informazioni sul libro che ci ha dato, sono entrato in contatto con un uomo che ha voluto incontrarmi perché aveva qualcosa da darmi,” spiegò David. “Era un uomo di colore, cubano, forse haitiano. Non lo so. E mi ha fatto venire in mente che forse era la stessa persona che Anaϊs ha visto in questa casa, prima di rubare il libro.”
"Era la stessa persona, sì," confermò lei.
David cominciava a trovarla più simpatica ora che rispondeva alle domande, almeno non aveva impulsi violenti come invece era successo in precedenza. Il che era tutto dire, visto che lui, di solito, era un tipo estremamente pacifico. "Chi era?"
"Questo non ha imporanza."
Come non detto. "Ha importanza, signora. Mi dispiace essere io a darle la notizia, ma gli hanno sparato. Davanti ai miei occhi."
Adeline sorrise amaramente. "Non è lei a darmi la notizia, non si dispiaccia troppo," disse spiccia. "So che è morto."
"E sa anche chi l'ha ucciso?" Chiese David.
Adeline scosse la testa con decisione, servendo loro il té. Noël pensò distrattamente che per bere del té caldo alle sei del pomeriggio in pieno luglio bisognasse essere sciroccati ma si guardò bene dal dirlo e sorrise gentilmente alla donna che gli stava passando la tazza ustionante. "Dei bastardi, comunque."
"Abbiamo già avuto a che fare con loro in passato," insistette David, sperando che metterla al corrente un po' dei fatti suoi potesse convincerla a raccontargli i propri. "Ma non sappiamo chi siano."
Adeline rimase in silenzio, così Miranda sospirò, girando il cucchiaino nella sua tazza. "Lei è una di noi, non è vero?" Chiese.
La donna osservò Miranda e poi le concesse un mezzo sorriso. "Come tante altre forse, ma non come te," rispose. "Non sono mai stata un fenomeno, come strega."
Miranda sorrise, modesta. "Quindi lei sa che cosa contiene il libro."
Adeline sospirò, tornando ad alzarsi per lavare la tazza nel lavello. "Quello che è scritto nel libro, sta scritto nel libro," rispose. "Non avete bisogno di me."
"Sono incantesimi quasi del tutto innocui, alcuni perfino falsi," le fece notare Miranda, bevendo. Noël studiò i movimenti delle due donne e si rese conto che per quanto sembrassero calme, erano tese e si stavano studiando a vicenda.
"Lo so," Adeline disse soltanto questo.
"D'accordo," saltò su David alla fine, che si stava anche un po' stancando di tutta la questione. Lui era un fotografo, al massimo un acchiappafantasmi, ma di certo non un detective quindi non era compito suo starsene nella cucina di una vecchia signora a cercare di carpirle informazioni su un uomo che non conosceva e su un libro che non capiva come potesse interessargli e che comunque gli interessava lo stesso. E se proprio volevano dirla tutta, già che c'erano, non avrebbero nemmeno dovuto sparargli addosso - per due volte, mica una! -, non era mica un reporter di guerra. Erano a Parigi. "Lei conosceva quest'uomo, il cui nome non è importante, che aveva un libro di nessuna apparente utilità, dico bene?"
Adeline non riuscì a trattenere un sorriso. "Sì."
"A noi però hanno sparato e lei sta partendo per la Spagna," commentò David, anche un po' ironico. "Non le sembra che ci sia qualcosa di strano?"
La donna sospirò. "Io parto perché devo," disse. "Questo non ha niente a che vedere con voi, nè con chi ha ucciso quell'uomo. Io ci vado per lui, che era l'amico di una vita. In quanto al libro, sono certa che Miranda, qui, ne verrà a capo."
"Ho già provato a leggerlo e non ha senso."
"Delle cose, mia cara, devi guardare sempre la base," rispose. "Non ho altro da dirvi."
Il tono non ammetteva repliche e l'occhiata che la donna lanciò a Noël non lasciava spazio alla possibilità di leggerle nel pensiero. A David non piaceva far violare a Noël la privacy della gente quasi quanto odiava fare indagini su un omicidio. "Va bene, signora, immagino che così debba bastare."
"Immagina bene, signor Maier," sorrise Adeline.
Li accompagnò alla porta e attese che David e Noël fossero passati per trattenere Miranda. "Posso parlarti un istante?"
La ragazza annuì. "Andate avanti, vi raggiungo," disse agli altri due che le lanciarono un'occhiata un po' perplessa ma non ritennero Adeline una grande minaccia e si avviarono verso l'auto. "Dunque?"
"Tu sai che Anaϊs ha del potenziale," esordì secca la donna. "Lo hai visto."
Miranda sollevò un sopracciglio. "Del potenziale è un eufemismo. Resuscitare un morto doveva essere impossibile per la sua età. Non parliamo di un intero cimitero."
"Appunto," annuì la donna. "Qualcuno deve insegnarle la strada, ma io non posso."
"Sua madre dov'è?"
"Lei non crede in queste cose," Adeline si strinse nelle spalle. "Potrei anche pensare di lasciar perdere, ma lo sai che un potere del genere non sparisce da un giorno ad un altro. E potrebbe diventare pericoloso."
Miranda si ritrovò ad annuire. "Non posso insegnarle se lei non vuole."
"Tu le piaci, credo che finirà con l'accettare."
Miranda sorrise.


Un carnage magnifique

A volte David si chiedeva per quale motivo non assumesse dei collaboratori seri. Qualcuno che non dormisse con lui e che non fosse la sorella di quello che dormiva con lui, per dire. In parole povere si chiedeva se non fosse il caso di assumere con regolare contratto dei dipendenti veri, che lavorassero le loro otto ore e che alla sera, quando chiudeva l’agenzia, se ne tornassero a casa loro. Miranda e Noël erano ben lontani dal rientrare nella definizione. Nello specifico, se lo stava chiedendo perché al ritorno da Rungis, lei si era fatta lasciare a casa – d’accordo, non lavorava più all’agenzia, ma lavorava al caso in oggetto almeno – e lui aveva visto un negozio di musica lungo la strada e allora, David, mi lasci un secondo qui che devo cercare un regalo per Mathis, è il suo compleanno, sì, amore, grazie, ti raggiungo a casa, ciao, e aveva già chiuso la portiera.
Per questo adesso David stava parcheggiando il maggiolone da solo, entrando da solo in ufficio, dove sarebbe rimasto da solo per chissà quanto visto che Noël nei negozi di musica (come in quelli di vestiti, giochi, e altre svariate cose) ci schiacciava le ore. Sospirò, intanto che cercava le chiavi dentro lo zainetto. D’altronde ognuno aveva le croci che si meritava, diceva sempre sua madre, difatti lei aveva avuto tre figli maschi. Di solito, dopo questa strabiliante battuta, i tre maschi in questione le tiravano dietro cose ma questo era un particolare irrilevante.
Recuperò la posta dalla cassetta e ci dette un'occhiata veloce mentre apriva la porta, accompagnato dal solito scampanellio furioso: bollette, pubblicità e - finalmente! - le partecipazioni di matrimonio di Gérard e Pablo. Era evidente che le poste spagnole non erano molto efficenti, dal momento che aspettava quel cartoncino da almeno tre mesi. Aprì la busta per scoprire che i suoi amici erano lieti di annunciare il loro matrimono in data 12 settembre 2008, a Barcellona, Spagna. Noël sarebbe stato felice di rivederli: aveva solo quattordici anni quando li aveva conosciuti e ci si era affezionato. Non gli era mai andata giù che si fossero trasferiti, quasi un anno prima.
Entrò e posò la posta sulla scrivania. C'erano delle carte di cui occuparsi prima che queste, come al solito, si riproducessero per partogenesi e colonizzassero l'ufficio intero. Quindi, lanciò lo zaino a terra e si sedette, cercando di fare mente locale. Il colpo di tosse, per quanto discreto e musicale, lo colse pertanto di sorpresa. Quando alzò gli occhi, li vide tutti quanti, come se non fossero stati lì da prima che entrasse ma fossero comparsi solo in quel momento, solo perché si era seduto. La stanza era piccola, e loro erano dieci, cosa che li costringeva a starsene tutti quanti schiacciati, gli uni contro gli altri, come su un autobus durante l'ora di punta. Uno di loro era incastrato tra il divano e la porta aperta come un pezzo del tetris messo particolarmente bene.
David sapeva che ad una mente normale - una, cioè, che avesse delle onde cerebrali in movimento, per dirla alla maniera di Noël - sarebbe sembrato che le misure dell'ufficio potessero contenerli tutti, senza problemi di affollamento, ma per lui le cose erano ben diverse. Lui li vedeva per come erano, perché i poteri psichici - di qualunque tipo - non avevano alcun effetto sulla sua mente.
Se non rideva, e Dio solo sapeva se non fossero ridicoli, era solo perché sapeva cosa sarebbe rimasto di lui se lo avesse fatto.
"Forse gradireste mettervi più comodi. Volete che ci spostiamo all'esterno?" Disse, cercando di non dare troppo peso al fatto che, per quanto fossero tutti incastrati, potevano farlo a brandelli come niente.
Ci fu un attimo di silenzio, durante il quale sembrarono tutti spaesati. Poi, con un un unico e fluido movimento collettivo, la metà di loro sembrò scomparire per lasciare più spazio agli altri. Rimasero cinque figurine sottili, con lo sguardo fisso e vagamente vitreo puntato su di lui. David deglutì ben conoscendo la sensazione che gli strisciava, ora, lungo la spina dorsale: quella di essere preda di un gruppo di animali feroci.
Vampiri, quale modo migliore di concludere una giornata passata in giro a cercare informazioni apparentemente inesistenti.
"Signor Maier, la stavamo aspettando," disse quello più lontano, cercando di infossare con una pronuncia accattivante la gloriosa figura di cacca fatta da lui e dai suoi. Era seduto composto sul divano, una gamba di traverso sull'altra e i capelli biondissimi, lunghi oltre le spalle. Sébastien, capo della Congrega di Vampiri locale. Un po' come dire il capo sindacalista della comunità, ecco. David lo aveva incontrato quattro anni prima e non avrebbe voluto incontarlo di nuovo, con tutta la combriccola al seguito, che per altro si era allargata, e di molto, dall'ultima volta che l'aveva visto.
"Sébastien," gli fece un cenno col capo e lasciò perdere il foglio. "A cosa devo la piacevole visita?"
"A qualcosa di poco piacevole, temo," rispose lui, sospirando un po' teatralmente.
"Temo che neanche la visita lo sia," puntualizzò David, che ci teneva a far cogliere ai suoi ospiti l'ironia della frase precedente.
Sulla maschera perfetta che era il volto di Sébastien si aprì un mezzo sorriso di iena. "Lei è sempre così scortese, signor Maier."
"Vogliamo parlare di scortesia? Vi siete introdotti nel mio ufficio senza permesso," gli fece notare.
"Non è nostra abitudine violare le abituazioni altrui," rispose il vampiro, con tutta la calma del mondo. "Anche perché, come certo saprà, non possiamo, senza un invito. Entrare però si è resa una cosa necessaria. Capirà che il sole è troppo alto perché l'aspettassimo fuori."
David era infastidito: da loro in quanto loro, dalla loro presenza non annunciata e, soprattutto, dal fatto che se erano lì avevano un problema che lo riguardava (e quindi lui ce l'aveva con loro) e non sarebbero andati via finché non sarebbe stato risolto. "A tal proposito, come siete entrati senza un invito esplicito?" Chiese. "E, già che ci siamo, com'è che siete in giro a quest'ora? Non dovreste dormire?"
"Ricorda l'ultima volta che ci siamo incontrati?" Chiese Sébastien. David ricordava fin troppo bene. "Ci ha dato il permesso in quell'occasione e un permesso non ha scadenza."
"Posso sempre revocarlo."
Sébastien lo guardò fisso e immobile e David ricambiò lo sguardo ben consapevole che il suo ascendente di vampiro non attaccava un granché con lui, sempre per il motivo di cui sopra. "E ci caccerebbe prima ancora di sapere il motivo per cui siamo qui?"
"Anche sì," rispose David. "Non hai risposto alla seconda domanda."
Sébastien tirò giù la gamba e raddrizzò la schiena. "Il tempo che ci portiamo sulle spalle ci fa delle concessioni. Possiamo utilizzare le ombre per muoverci, di tanto in tanto. Sebbene sia un processo lento e decisamente pericoloso. C'è altro che vuole sapere, signor Maier?"
David sospirò, quindi decise che poteva sedersi alla sua scrivania. Tanto se volevano farlo fuori lo avrebbero fatto comunque, sia che stesse in piedi, sia che si accomodasse su una poltrona. "Che cosa volete da me?" Chiese alla fine.
Sébastien portò le mani dietro la schiena e lo guardò seriamente, anche se era difficile distinguere davvero un'espressione dall'altra dal momento che i vampiri erano quasi sempre di un'immobilità che sfiorava la maschera di cartapesta.
“Un tempo noi eravamo cacciatori,” esordì, iniziando a passeggiare avanti e indietro, per quanto poteva, “ma questa è un’epoca bizzarra dove tutto è il contrario di ciò che era.”
“Possiamo velocizzare quest’introduzione? Devo preparare la cena.”
Sébastien si fermò e per un istante sembrò contemplare il muro ricoperto di libri di fronte a sé. Quando si voltò lo fece con un movimento lentissimo. “La cena per lei e per il giovane Noël?” Chiese, con un’ombra di sorriso che fece irritare David in maniera violenta.
“Esattamente. Posso capire che si tratti di una storia di notevole interesse,” rispose, ironizzando sul tono pomposo della creatura di fronte a lui, “ma io non ho l’eternità davanti a me, quindi gradirei un riassunto, tanto per utilizzare in maniera più proficua gli anni che mi restano.”
Sébastien ridacchiò, sebbene senza muovere un muscolo. “E’ questo che mi diverte di lei. La facilità con la quale finge di non aver paura. Ad ogni modo…”
In quel momento, la porta dell’ufficio scampanellò e Noël si riversò nella stanza con un quintale di buste in mano. “Dovevi vedere che coda che c’era!” Esordì, chiudendo la porta col piede, sbuffando quando la tracolla gli sbatté contro il ginocchio. “Sembrava che dovessero comprare tutti stasera.”
David aspettò che alzasse la testa per trovare un minimo di contatto visivo con lui e avvertirlo che, così per dire, c’erano cinque vampiri in ufficio, ma ovviamente Noël doveva prima fargli il resoconto di quei trenta minuti della sua esistenza che non conosceva perché era tornato a casa prima di lui. “Fare un regalo a Mathis è impossibile perché ha già praticamente tutto visto che suo padre è un neurochirurgo e gli escono soldi da ogni dove!” Noël si mise a frugare in una delle borse di carta che aveva appoggiato sul divano, incurante dei cinque individui che lo osservavano curiosi dal centro della stanza. “Ma! D’altronde io sono io e, se non lavorassi qui, potrei fare il personal shopper e sarei certo meglio di tante di quelle galline che vengono pagate fior di milioni per consigliarti un paio di scarpe.”
“Noël…”
“Ad ogni modo gli ho preso questo!” Noël si voltò euforico, in uno svolazzare di lacci rossi che gli pendevano dai pantaloni fin quasi a terra. Tra le mani aveva un cofanetto di DVD. “Il cofanetto della prima serie di Queer as Folk. Questo suo padre non glielo comprerebbe mai visto che, povera anima, non ha ancora capito che Mathis sta tutto dalla nostra parte. Anche se, sinceramente, non ho ben capito come si faccia a non accorgersi di Mathis. D’altronde non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere, o una roba simile…”
“Noël, per cortesia,” David gli fece un cenno con la testa e soltanto allora Noël si degnò di alzare lo sguardo e di notare i cinque individui. Un notevole esempio di abilità per uno che aveva poteri ESP e leggeva nel pensiero. “Abbiamo ospiti.”
Noël li osservò con grande attenzione. “Fammi indovinare. Lunghi capelli simili a quelli di Barbie Malibù, abiti alternative-barra-punk-barra-neogoth…” Noël sollevò le sopracciglia di fronte all’unica ragazza del gruppo, ammantata di adorabili trine, “… con qualche tocco di gothloli, complimenti. Ammetto che siete più originali della media. Che cosa siete? Giocatori di LaMasquerade? Cosplayer?... no? Fan di Anne Rice? Tu ci assomigli a Lestat.”
“Noël…” questa volta il richiamo di David fu un vago lamentio strozzato mentre si passava la mano sugli occhi.
“Che c’è?”
David si limitò ad indicarli con un ampio gesto della mano. “Sono…”
“Vampiri,” intervenne Sébastien, con un altro dei suoi sorrisi. “Autentiche e genuine creature della notte che si nutrono di sangue.”
“Oh.” Noël guardò David che annuì, quindi cercò di usare quel poco di potere che aveva per rendersi conto che di solito i dark non emanavano tutta quell’energia. “Oh.”
"E tu devi essere Noël." Il ragazzo annuì, ancora confuso. “Per quanto mi faccia piacere essere paragonato a Tom Cruise, io non ho niente a che vedere con monsieur De Lioncourt, a parte forse le mie origini. Anche io provengo dall’Alvernia. Ad ogni modo. Io sono Sébastien, capo della Congrega Parigina e questi sono i miei compagni.”
Il vampiro si prese il suo tempo per fare le presentazioni. Dietro di lui Mordecai, un uomo scuro di pelle, con due occhi neri, dal taglio quasi orientale. Aveva due tatuaggi a forma di serpente che gli si avvitavano lungo le braccia muscolose fino al dorso delle mani e un terzo, che Noël non riusciva a distinguere, che gli spuntava dal colletto alla coerana. Al suo fianco, immobile come una statua del Canova e altrettanto serico, c’era Shannon. Era più alto del capo della congrega e aveva lunghi capelli neri intrecciati di piume e perline. Sebastian lo presentò – testuali parole – come il suo insostituibile braccio destro. A giudicare dai suoi tratti somatici resi ormai quasi impercettibili dall’usura del tempo, c’era da chiedersi perché fosse Sebastian e non lui, palesemente più vecchio, a dirigere la colonia. Noël notò come i suoi vestiti, un po’ pirateschi con i pantaloni negli stivali e la camicia aperta, fossero del tutto fuori dal tempo. Molto Jack Sparrow ma… scosse la testa, preferendo tenere per sé i suoi commenti visto l’esordio. Mathis sarebbe stato comunque felice di farsi mordere da uno così, per dire. Perché, invece, non c’erano mai vampiri che assomigliavano a Hugh Jackman? Avrebbe abbracciato un’eternità senza sole anche subito.
L’ultimo uomo del gruppo era piuttosto ben messo ma decisamente troppo basso per i gusti di Noël. Aveva un bel viso nordico, con dei bei colori, ed era anche vestito bene. Un po’ tamarro, forse, okay, ma lui non aveva problemi in quel senso. Canotte aderenti, pantaloni un po’ larghi. Andava bene, davvero, ma arrivava alle spalle di David. E non era una bella notizia dal momento che già David era al limite del sopportabile con il suo solo metro e ottantacinque. E comunque Rafael, questo il nome, era pelato e lucido come una pala da bowling. Assolutamente inacettabile.
L’unica donna, Morgan, era una creaturina minuscola. Una specie di folletto, con lo sguardo stranito. A Noël ricordava quei film dell’orrore in cui all’improvviso, mossa dalla volontà demoniaca o qualcosa del genere, una bambola scendeva dalla sua bella mensolina e andava devastando tutti a colpi di coltello. Forse era per quello che guardarla gli faceva inquietudine. Era graziosa, comunque, anche con le calze, la gonna a balze e quel fiocco di raso sulla sommità della testa. Noël immaginò che ricoperta di sangue e col vestito strappato potesse essere di un qualche interesse per chi aveva feticismi del genere.
“Ottimo,” si intromise David, un po’ per velocizzare quella discussione e un po’ per distogliere lo sguardo di Noël dalle creature. “Mi fa piacere vedere che la famiglia è aumentata.”
Sébastien tornò a guardarlo, col suo sorriso onnipresente. “Sarebbe più corretto dire che si è riunita, signor Maier. E’ stato necessario dopo che questa città si è fatta pericolosa.”
“Di cos’hanno paura i vampiri?”
“Anche noi abbiamo i nostri mostri sotto al letto,” commentò Sébastien, seriamente, riprendendo a passeggiare avanti e indietro per due metri di ufficio. “Certamente ricorderà quello che è successo a Jean Claude?”
“Era uno dei vostri?”
Gli occhi azzurri di Sébastien si posarono in quelli un po’ più scuri di David. “Non ci sono vampiri che non siano nostri, signor Maier,” commentò gelido. “Ad ogni modo, Jean Claude era mio fratello.”
“Mi dispiace.”
“No, non le dispiace affatto,” commentò il vampiro.
“Vero.”
Il biondo passò oltre. “La sua è stata una tragica perdita ma non c’era niente che potessimo fare. Jean Claude ha sempre creduto di vivere in un mondo che potesse accettarlo e che le regole fossero vizi di forma.”
“Non ti seguo.”
“Gli hanno sparato perché aveva oltrepassato il confine,” spiegò Sébastien con molta calma, “ma il suo viso mi dice che lei non sa di cosa sto parlando.”
“Infatti. Quali confini? E soprattutto, chi gli ha sparato?”
Il vampiro sembrò valutare la situazione. I suoi occhi immobili rimasero fissi nel vuoto a lungo, prima che riprendesse a parlare, trovando finalmente pace sulla poltrona di fronte alla scrivania. “Esiste un’Organizzazione che studia il paranormale,” esordì alla fine. “Si tratta di una struttura molto potente che esiste da prima che lei, e perfino io, nascessimo. Hanno stabilito dei confini entro i quali le creature come me possono moversi. La questione è un po' più complessa di così, ma diciamo che si tratta di una sorta di patto non scritto fra noi e loro. Questo ci permette di sopravvivere e loro si illudono di avere il controllo.”
“Cos’è quest’Organizzazione?”
“Il punto della questione, però, è un altro,” continuò Sébastien, come se il tedesco non avesse mai formulato la domanda. “Sono estremamente addolorato per la morte di mio fratello ma non posso pretendere vendetta perché ha violato delle regole. Sapeva a cosa andava incontro e loro hanno fatto esattamente ciò che dovevano fare. Fino ad un mese fa.”
“Riusciamo ad arrivare al punto prima dell’ora di cena?” Intervenne Noël.
Sébastien gli dedicò soltanto un’occhiata, peraltro non troppo amichevole. “Altri di noi sono stati uccisi. Sei, per la precisione, nell’arco di soli venti giorni. E nessuno di loro aveva oltrepassato i confini o violato le regole, ho controllato personalmente. Per questo abbiamo indagato. Abbiamo trovato le tracce di un uomo che segue i vampiri per ucciderli.”
“Se siete venuti qui per trovare compassione, siete nel posto sbagliato,” commentò David.
“Non cerchiamo compassione,” intervenne Shannon, facendo un passo avanti e lanciando una sola occhiata a Sébastien come a chiedere permesso. “Se quello che cerchiamo fosse un uomo qualunque, per noi non sarebbe un problema trovarlo e fare giustizia. La situazione è diversa. Quest’uomo fa o faceva parte dell’Organizzazione ed è un professionista. Sa come muoversi e conosce i nostri spostamenti. Inoltre, e questo è il problema maggiore, noi non possiamo avvicinarci."
"Alito pesante?" Chiese David, con un'alzata di sopracciglio.
L'occhiata di Sébastien gli avrebbe dato fuoco se non fosse stato contro ogni legge della fisica e della logica. "Qualcosa di molto simile, sì, signor Maier, anche se non sappiamo esattamente di cosa si tratti," replicò. "Qualunque cosa sia, comunque, ci tiene a distanza."
"Qualcosa come croci o aglio?" Chiese Noël.
Shannon scosse la testa. "Aglio e croci sono solo dei deterrenti. Potremmo sbarazzarcene in un istante, volendo."
E Noël sapeva che era vero. Le poche volte che avevano cacciato vampiri, lui e David avevano sempre portato con loro croci, aglio e acqua santa ma erano perfettamente consapevoli che oggetti di questo tipo potevano solo rallentare un vampiro, non certo impedirgli di avvicinarsi. “Leggergli nel pensiero? Capire come fa?” Buttò lì Noël che, nel frettempo, vampiri o no, si era abbarbicato sul bracciolo del suo divano.
“E’ schermato,” Shannon si voltò verso di lui. “Non sappiamo in che modo ma riesce a tenerci fuori dalla sua testa. Probabilmente, qualunque cosa ci tenga lontani da lui fisicamente, riesce a farlo anche mentalmente. E' per questo che siamo qui."
“Okay, ma se non riuscite a farlo fuori voi con i vostri fenomenali poteri cosmici, cosa possiamo farci noi?”
“Ad essere sinceri, I tuoi poteri cosmici sono più fenomenali dei nostri,” sorrise Sébastien.
Noël inarcò il sopracciglio. “Come fate a…”
“Sappiamo molte cose,” commentò Sebastién.
Noël preferì non indagare oltre. “Quindi in sostanza,” David s’intromise di nuovo. “Vorreste che trovassimo per voi questo fantomatico cacciatore di succhiasangue e lo neutralizzassimo al vostro posto.”
“Esattamente,” annuì Sébastien.
David annuì con lui, un po’ basito. “E, di grazia, per quale motivo dovremmo farlo?”
Sébastien inspirò, con fare pensieroso. David cercò di trattenere gli istinti omicidi di fronte a tanta teatralità. Era già abbastanza disturbante che quel corpo morto potesse ancora nutrirsi e muoversi. Non c’era bisogno che lo facesse come Ava Gardner. “Ci sono centinaia di motivi,” esclamò alla fine, appoggiando le mani bianche sui braccioli. “Innanzi tutto quell’uomo sta violando delle regole.”
“Non sta violando le mie, anzi…”
“Si chieda se sarebbe conveniente vivere in una città gestita da un’Organizzazione che sta perdendo il controllo sui propri elementi interni. Questo cacciatore è abile, preparato e feroce.”
“Sì, e caccia vampiri,” concluse David. “Mi sta facendo un favore.”
“Adesso,” convenne il vampiro. “Ma potrebbe cambiare obbiettivi. Oggi le creature della notte, domani gli psicocineti o i telepati. Chi lo sa? E comunque, signor Maier, Noël è una creatura così giovane, e le notti di Parigi sono buie e pericolose. Non vorremmo mai che gli succedesse qualcosa di male, dico bene?”
Noël sgranò gli occhi, sollevando la testa dallo studio delle proprie unghie un po' mangiucchiate.
"Non lo starai minacciando, spero."
Sébastien sorrise, per nulla oltraggiato dall'accusa. "Io non minaccio nessuno, signor Maier," rispose. "La mia era una semplice constatazione. Parigi è una città enorme e Noël ha spesso l'abitudine di uscire da solo la sera. E' un ragazzino piuttosto indipendente, non è così?"
Noël e David si scambiarono un'occhiata.
L'idea che il vampiro conoscesse gli spostamenti di Noël non era affatto piacevole. David non aveva molte alternative. "Se accetto, pretendo l'immunità per Noël," esclamò alla fine, guardando Sébastien dritto negli occhi. "Nessuno potrà fargli del male, in nessun caso e per nessuna ragione. Per sempre."
Sébastien ricambiò quello sguardo a lungo, poi le sue labbra sottili si distesero di nuovo in un sorriso. "Sta bene."
"Non voglio giochetti sulla grammatica della frase, Sébastien. Niente cazzate. Voglio che mi assicuri che né te nella tua gente farete mai del male a Noël."
Il vampiro annuì. "Ha la mia parola, signor Maier. Noël non sarà mai considerato una preda..." Notò lo sguardò del tedesco ed emise un sospiro melodrammatico "... nè un possibile candidato per la nostra stirpe. Nessuno di noi gli farà mai del male."
"Bene."

*
David non era affatto tranquillo.
Se già portarsi dietro Noël durante i sopralluoghi in circostanze normali lo metteva in ansia, portarlo con sé quando stavano lavorando ad un caso per conto di vampiri poco affidabili lo metteva in uno stato di agitazione tale da costringerlo a litri di tisana calmante al biancospino.
"Dadà, vuoi stare tranquillo?" Esclamò Noël, cercando di orientarsi con in mano la cartina che Sébastien aveva fatto per loro.
"Questa situazione non mi piace."
"Lo vedo," replicò il ragazzino, infilandosi il foglio di carta tra i denti per farsi la coda. Faceva esageratamente caldo, anche per essere le due di notte. "Ma bere da quel thermos come se non ci fosse un domani non ci servirà a tornare a casa più in fretta. Vedi per caso una lapide a forma di... " Noël contollò di nuovo il foglio "... aquila, credo. O forse è un grifone. Sébastien non disegna un granché bene. Potrebbe pure essere una giraffa, girando il foglio un po' così..."
"Laggiù," David indicò oltre il vecchio casottino del guardiano, ormai in disuso. La lapide in questione era intatta ma completamente divelta e pendeva di lato. "Dev'essere quella."
Una volta stabilito che sarebbe stata l'agenzia ad occuparsi del caso, praticamente gratis e sotto minaccia velata di morte - David ancora si chiedeva perché non poteva semplicemente fare il fotografo nella sua vita. I genitori adottivi di Noël avevano abbastanza soldi per camparlo, sarebbe andato a scuola e si sarebbero visti la sera e il fine settimana - Sébastien li aveva aggiornati su ciò che avevano scoperto dalle loro indagini. Incapaci di avvicinarsi o anche solo di percepirlo, i vampiri avevano informazioni frammentarie del cacciatore. Non ne conoscevano il volto, nè il nome. Sapevano soltanto che non aveva bisogno di avvicinare le vittime, poiché una volta individuate, le feriva a distanza e solo quand'erano a terra, trafigeva loro il cuore e tagliava loro la testa. Un lavoro piuttosto preciso, dove l'uomo raramente si sporcava le mani ed impiegava più di una decina di minuti per colpire e andarsene.
Correva ogni genere di voce sulla natura di quell'individuo ma Sébastien sembrava convinto di trovarsi di fronte ad un essere umano. Ne aveva concluso che l'unico luogo in cui forse qualcuno sapeva qualcosa era il mercato nero di oggetti magici che si svolgeva quasi ogni notte sotto la città di Parigi; questo perché, a quanto pareva, l'uomo uccideva vampiri per poi rivenderne le zanne. Inizialmente David aveva sollevato un sopracciglio alla notizia che esistesse un posto del gener e naturalmente Sébastien non si era lasciato sfuggire l'occasione di chiedergli, con un sorrisetto beffardo, come avesse potuto mandare avanti la sua attività di investigatore del paranormale per ben sei anni senza conoscere l'esistenza di un luogo tanto importante. David ovviamente lo aveva messo a disegnare mappe, tanto per farlo stare zitto e doveva ammettere che era stata una soddisfazione vedere un antiquato vampiro del vecchio mondo alle prese con una penna a sfera difettosa.
Ad ogni modo, a quanto pareva, il mercatino in questione c'era davvero e dovevano andarci David e Noël perché per Sébastien e i suoi sarebbe stato impossibile camminare tra le bancarelle senza dare nell'occhio. Per accedervi, c'erano quattro vie, tutte ugualmente ben mimetizzate. Sébastien aveva fornito loro la via di accesso più vicina, attraverso la botola dell'acquedotto di un vecchio cimitero. "Quattro passi oltre il cipresso. La botola dev'essere questa," commentò Noël, guardando in terra il coperchio rotondo.
"Già," David si chinò a sollevarla. "Dammi una mano."
Fecero strisciare il coperchio di lato, quindi in due osservarono il buio nella botola aperta. Noël si pulì le mani sul retro dei pantaloni. "E si aspettano che io mi cali qui dentro?"
"Temo di sì," l'uomo sospirò. "Forza, dammi le mani. Ti calo io."
David lo tenne stretto per i polsi e lo fece scivolare lungo la botola finché non toccò terra. "Non è molto alto," commentò Noël, illuminando lo spazio intorno a sé con la torcia elettrica. C'era un fiumiciattolo di un colore non ben identificato lì vicino. "Siamo nelle fogne."
David gli atterrò accanto con un saltello. "Bene. Indicazioni?"
"A destra per un centinaio di metri, quindi due volte a sinistra," il ragazzino controllò sulla cartina. "Non sembra lontano."
Forse non era lontano, ma di sicuro era puzzolente. La strada che li separava dall'entrata di questo fantomatico mercatino - di cui, per inciso, David iniziava a dubitare, d'altronde Sébastien era abbastanza infame da mandarlo nelle fogne così, solo per sport - era costeggiata dall'amabile olezzo degli scarichi parigini. David si era fatto dare la torcia e adesso apriva la strada mentre Noël, dietro di lui, si teneva il naso tappato teatralmente.
Alla fine dell'ennesimo tunnel umido e lercio trovarono una cancellata semiaperta e dietro di essa, un vero e proprio mercato rionale, con le bancarelle, le tende e tutto quanto.
"Vorranno scherzare?" Si chiese sconvolto David, immobile di fronte all'andirvieni di gente che gli passava di fianco come se niente fosse. "Un mercato di queste proporzioni sotto la città di Parigi e non se n'è mai accorto nessuno?"
"Beh, si sono forse accorti dei vampiri, dei licantropi, dei fantasmi, di un'organizzazione paramilitare che si serve di soldati con poteri mentali e..."
"Ok, ho capito il concetto, Noël," David gli lanciò un'occhiata storta ma il ragazzino nemmeno se ne accorse, intento com'era ad osservare quella novità.
Il mercato si stendeva su due tunnel che si intersecavano a circa trecento metri dalla cancellata che faceva da entrata. Le bancarelle erano disposte in fila lungo i due lati dei tunnel e vendevano qualunque cosa: dalla semplice oggettistica per i rituali, di cui Noël un po' già si intendeva, a pezzi di cose sulla cui provenienza era meglio non indagare, fino ad animali vivi, in gabbie di ferro.
"Da che parte iniziamo?" Chiese Noël.
"Ah non ne ho idea," replicò David, scostandosi quando un tipo dall'aria non troppo pulita gli passo accanto con quattro galli neri vivi tenuti stretti per le zampe. "Immagino che dovremmo cercare un rivenditore di zanne di vampiro, credo. Non so. Esisteranno?"
"Beh, quello vende porri di strega," commentò Noël indicando una minuscola bancarella rossa seminascosta in mezzo ad altre due gigantesce. "Chissà a quanto li comprano, magari a Miranda potrebbe interessare."
David ridacchiò, quindi spense la torcia elettrica perché i tunnel erano illuminati da vecchie torce a catrame e candele. "Tu dai un'occhiata alle bancarelle su quel lato, io mi occupo di queste. Ci vediamo alla fine del tunnel."

*


Noël poteva avere diciassette anni e poteva anche non possedere tutto il bagaglio culturale di David o la sua esperienza nel paranormale ma di certo sapeva perfettamente come girare per mercatini. Le prime due bancarelle vendevano solo gioielli; Noël aveva adocchiato un paio di medaglioni discretamente carini ma l'etichetta li descriveva come maledetti e dubitava che David gli avrebbe fatto indossare ciondoli con il potere di portare sul mondo le piaghe d'Egitto, quindi era passato oltre. Alcune vendevano solo animali vivi, quindi Noël dubitava che trattassero denti di vampiro e nelle due successive non aveva trovato niente di utile. Si avvicinava alla fine. Aveva lanciato di tanto in tanto un'occhiata a David, che si muoveva di pari passo con lui, ma a giudicare dalla sua faccia neanche lui stava ottenendo grandi risultati.
"Posso aiutarti?"
Noël sollevò gli occhi e si ritrovò a fissare quelli pastosi e scuri di una giovane indiana che gli sorrideva. "Forse," nicchiò, sorridendo allo stesso modo. Le lanciò un'altra occhiata, dal basso verso l'alto mentre continuava a far finta di frugare fra gli oggetti che erano esposti sul bancone. C'erano ciotole con noccioli di ogni tipo, piccole grucce con sopra appese centinaia di catenine. Barattoli con i soliti liquami e poi quello che gli interessava di più, una scatola a scomparti, con denti e frammenti d'osso.
"Cerchi il catalizzatore per un amuleto?" S'informò subito lei, scendendo dallo sgabello per seguirlo lungo la bancarella.
"Una specie," annuì vagamente Noël, quindi frugò un po' con le dita nei vari scomparti, come se ne capisse qualcosa di denti di animale.
"Denti di squalo, di tigre," la ragazza indicò gli uni e gli altri con l'indice smaltato di nero lucidissimo " e denti di orso."
Noël arricciò il naso. "Sono un po' troppo comuni," commentò. "Cerco un altro tipo di animale."
"Capisco," commentò l'indiana. Noël lasciò che gli facesse l'ennesima radiografia completa di sorriso malizioso prima di sparire sotto il bancone per recuperare una seconda scatola più piccola. "Allora forse questi andranno meglio." Nella seconda scatola le zanne erano molto più lunghe, più appuntite e soprattutto vagamente umanoidi. "Allora, ci ho azzeccato?"
"Wow. Mi hai letto nel pensiero."
"Magari l'ho fatto," scherzò lei, tutta contenta, le braccia dietro la schiena.
Lui la guardò di nuovo, sorridendo malizioso. "Non so se voglio che tu sappia che cosa mi passa per la testa in questo momento."
La ragazza divenne rossa e Noël decise che poteva dispensare ancora un altro sorriso. Flirtare con le ragazze era così facile. "Sono oggetti bellissimi," esclamò, osservando un paio di canini proprio al centro della scatola.
"E in ottimo stato. Il nostro rifornitore è un professionista," spiegò lei. "Non come certi dilettanti che finiscono per rompere le zanne durante la caccia."
Noël ne tirò su una per esaminarla alla luce di una torcia. Era lunga almeno cinque centimetri e di un bianco innaturale. Dovevano averla lavata e lucidata per la vendita. Il ragazzo non poté fare a meno di testare con il pollice quanto fosse affilata la punta. Era un metodo sicuro per provare il brivido del morso e scoprire di non volerlo provare davvero. Quei cinque centimetri nel collo non dovevano essere piacevoli, estasi del sangue o meno.
"Niente male," mormorò, cercando lo sguardo della ragazza, nel tentatvo di essere il più ambiguo possibile sull'oggetto della propria esclamazione. "Vi servite sempre dallo stesso cacciatore?"
"Sì."
"Dev'essere dura cacciare queste bestie," commentò lui, posando una zanna per tirarne su un'altra ed esaminare anche quella. "Con i poteri telepatici e il resto."
"Oh assolutamente sì," annuì l'indiana. "Sono forse le creature più complesse da catturare, per questo le loro zanne sono così rare sul mercato."
"D'altronde sono rari anche i telepati che possono cacciarle," commentò Noël, passandole una delle zanne più bianche perché lei la incartasse nella carta velina.
"Non sempre servono i poteri," sorrise lei, infilando il piccolo pacchetto in un sacchettino di cuoio. "Ci sono altri metodi, a volte."
"Davvero? E quali sarebbero?" Noël si finse interessato per cortesia. Frugò nella tasca laterale dei pantaloni e ne tirò fuori il portafoglio.
Lei sorrise, sfiorandogli le dita nel restituirgli l'acquisto. "I segreti non si rivelano."
"E se i segreti sono numeri di telefono?" Chiese lui, gli occhi fissi in quelli nerissimi di lei.
Lei recuperò una penna e gli scrisse nome e numero sul dorso della mano.
Noël promise di chiamarla, quindi si allontanò, con il dente di vampiro in tasca e un numero consistente di informazioni che lei non era consapevole di avergli detto.

*


Una volta fuori dal mercatino e di nuovo in auto, i due fecero il punto della situazione mentre tornavano a casa. "Io vorrei sapere che cos'avete voialtri parigini," stava borbottando l'uomo, mentre svoltava sui viali quasi deserti. "Fate sempre finta di non capire se qualcuno non ha una pronuncia perfetta."
"Hai avuto dei problemi?"
"Seh."
Noël si mise a trafficare con la radio, come suo solito. "Non è questione di pronuncia perfetta, comunque. E' che la grammatica ha le sue regole e tu ogni tanto te le inventi."
"Ma non sono incomprensibile!" Protestò David.
"Se avessero lasciato correre, non avresti mai imparato dai tuoi errori," rispose Noël, decidendo finalmente quale canzone ascoltare.
David lo guardò storto. "Se dovessi fingere di non averti capito ogni volta che tu sbagli un caso quando mi parli in tedesco..."
Noël incassò la testa nelle spalle. "Non hai scoperto niente?" Cercò di cambiare discorso.
"Niente che possa esserci utile. Qualcuna delle bancarelle vendeva denti di vampiro, o presunti tali, ma nessuno sapeva niente del cacciatore. O comunque non volevano parlare, ecco. Tu?"
Noël sorrise, molto compiaciuto. "Innanzi tutto ho questo," gli fece vedere il suo prezioso acquisto e quando David mostrò il suo enorme disappunto con un'espressione schifata da manuale aggiunse "Beh ho dovuto comprarlo, ti pare? Non è che potessi star lì a far domande e poi non comparlo, sarebbe stato sospetto."
"Quanto hai speso?"
"Comunque... " continuò il moro, ignorandolo per il quieto vivere. "La ragazza che vendeva queste zanne mi ha detto che si servono da un solo fornitore: un cacciatore professionista e, a quanto dice lei, il migliore sulla piazza che, per altro, mi ha fatto capire non essere un telepate. Di farle uscire di bocca il nome non c'era verso quindi le ho frugato un po' in testa. Il nome non lo sapeva davvero ma è saltato fuori un amuleto."
"Di che genere?"
Noël tirò fuori l'agenda dalla tracolla e cercò una pagina bianca su cui disegnare. Quindi tracciò qualche linea imprecisa, tanto per dare a David un'idea di ciò che aveva visto. Come al solito, finì per passare la mano sul disegno finito e sbavarlo. I pennarellini erano l'incubo dei mancini e lui avrebbe davvero dovuto smettere di usarli. "Si chiama Amuleto di Heimdallr."
"Nella mitologia norrena, Heimdallr è..."
"... il dio del giorno," concluse Noël, con un'occhiata supponente. " Lo so."
David dimenticava sempre due cose: la prima era che il moro odiava essere interrotto. La seconda era che Noël era molto suscettibile sulle proprie conoscenze. "Ad ogni modo, pare che il tipo lo porti sempre al collo, quindi dev'essere quello che gli permette di tenere i vampiri a distanza."
"Cercherò informazioni sull'amuleto non appena saremo a casa. Comunque complimenti, hai fatto un ottimo lavoro."
"Merito del mio fascino, naturalmente," commentò Noël, rimettendo l'agenda a posto e cercando invano di pulirsi la mano dall'inchiostro del pennarello strofinandola sui pantaloni.
"Ah come al solito, certo," David sorrise divertito, parcheggiando di fronte a casa.
"Guarda che è vero," insistette il ragazzino, mentre scendeva dall'auto e attendeva pazientemente che David riuscisse ad inserire l'antifurto sul maggiolone. "Ho anche rimorchiato." Sollevò il dorso della destra per fargli vedere il numero di telefono.
David sgranò gli occhi. "Cosa?" Gli afferrò il braccio e guardò bene. "Chi è questa Maara?"
"La vendirice di denti di vampiro," ribadì il ragazzino, tirando fuori il mazzo di chiavi di casa prima del tedesco. "Che poi senti come suona bene Venditrice di denti di vampiro,"
"Ti sei fatto dare il numero?"
"E ringrazia che mi sono fatto dare solo quello," fu la risposta mentre entrava in ufficio, seguito a ruota da David.
"Noël!"
Il moro, a quel punto, preferì baciarlo, prima che iniziasse con la solita ramanzia o, in alternativa, gli venisse un infarto.

*


Il giorno dopo, erano appena le nove quando Sébastien, con l'inseparabile Shannon al seguito, si presentò alla Paranormal Parisienne. I due proprietari, pacificamente annodati tra loro sul tappeto e intenti a mangiare gelato, guardando un film al piano di sopra, se li videro comparire dal nulla, in mezzo al salotto.
David sobbalzò, stringendosi addosso Noël in automatico. "Cristo Santo!" Sbraitò isterico, alzandosi in piedi. "Dovete sempre comparire in questo modo? E poi da dove, santo cielo!"
"Le finestre sono aperte," commentò Shannon, rimanendo alle spalle del capo.
Noël sbuffò, spegnendo il lettore dvd. Ed ecco che la bella seratina tranquilla andava a farsi benedire.
"Questo non vuol dire che potete entrare quando vi pare. Cercate di frenare l'irresistibile istinto del pipistrello di introdurvi in casa d'altri dalle finestre, grazie," borbottò, tirandosi su in piedi e rimettendo i cuscini a loro posto sul divano, dove per altro si sedevano poco, preferendo stendersi in terra. "Dov'è la buona educazione di inizio secolo? Non siete forse nati in quel periodo, voialtri?"
"Non esattamente," rispose evasivo Sébastien. "Ad ogni modo, mi sorprende trovarvi qui comodamente seduti di fronte alla televisione. Pensavo che aveste un'indagine in corso."
"Ce l'abbiamo, ma capirai che mi è difficile comunicarti i risultati quando non so dov'è che hai nascosto la bara. Non avevo dove lasciarti messaggi."
Noël vide la bocca di Shannon piegarsi in un sorriso senza suono. Sébastien fissò il tedesco per lunghi istanti senza espressione, come del resto faceva sempre quando sembrava aver bisogno di calmarsi per non saltargli alla gola. Noël pensò che quel vampiro doveva aver davvero bisogno di loro se sopportava il sarcasmo di David. A tal proposito, avrebbe dovuto chiedere al suo uomo se non era un tantino rischioso continuare a tenergli testa in quel modo, sebbene questo David duro e puro gli piacesse in maniera quasi illegale.
"Quell'uomo ha ucciso un altro del mio clan," esclamò alla fine Sébastien. "Lo ha fatto nel nostro territorio e l'Organizzazione non sta facendo niente."
"Siete in contatto con loro?"
"Non di recente," ammise il vampiro. "Rifiutano qualunque nostro tentativo di dialogo."
"Vorrei saperne di più su questa Organizzazione," esclamò David, pensieroso. "Se è come penso, l'abbiamo incrociata tre volte e non ci tengo a inimicarmela. Se proteggono quest'uomo, io non voglio andarci di mezzo."
"Noi non crediamo che lo proteggano," intervenne Shannon. "Finora il rispetto delle regole ha permesso a noi e a loro di mantenere l'ordine. Questo comporamento non porterebbero loro alcun vantaggio."
"Eliminano i vampiri e ne rivendono i pezzi al mercato nero," gli ricordò David. "E' un doppio guadagno."
"Il loro obbiettivo non è eliminare, signor Maier," replicò Sébastien. "E ad ogni modo, mi creda, non è rivendendo zanne che si pagano gli arsenali che ha visto all'opera."
"Quell'uomo è una mina vagante," esclamò Shannon. "Qualcuno che fà il doppio gioco. Probabilmente non sanno chi è e non possono fermarlo. Sta creando problemi anche a loro."
"E' riuscito a sapere il nome?" Chiese Sébastien.
"Cos'è quest'Organizzazione?" Insistette David.
Sébastien sorrise. "Le ho già detto tutto ciò che c'è da sapere."
"Non posso combattere qualcosa che non conosco."
"Lei non deve combattere," disse il vampiro, in tono rassicurante. "Deve trovare quell'uomo per me. Quando ha attaccato Rafael, la notte scorsa, nessuno di noi lo ha percepito. Neanche Rafael deve averlo fatto o ne avremmo trovato traccia nei suoi ultimi pensieri."
"Usa l'amuleto di Heimdallr," esclamò Noël, mostrando ai vampiri un libro aperto alla pagina sull'amuleto in questione. Il disegno sul libro era molto più preciso di quello di Noël e mostrava un ciondolo rotondo grosso come una noce, con un solo minuscolo cerchio al centro. "Heimdallr sorvegliava il Bifröst, il ponte dell'arcobaleno che univa la terra alla dimora degli Dei, per questo aveva sensi acutissimi: doveva percepire ogni pericolo e avvisare per tempo. La leggenda vuole che l'amuleto conferisca a chi lo indossa i sensi acuti di Heimdallr, e ha il poter di schermare il portatore. Ecco perché lui può scovarvi facilmente e voi non sapete mai dove si trova. Inoltre..." Noël girò pagina, per mostrare loro una seconda immagine in cui quello che presumibilmente era Heimdallr tendeva le mani verso un gigantesco sole dorato, "Heimdallr è anche il dio del giorno, quindi del sole etc... molto probabilmente questo gli permette di tenervi alla larga."
"Il libro dice che l'amuleto era scomparso due secoli fa," commentò David. "Si pensava fosse andato distrutto."
"Ma evidentemente no," Noël si strinse nelle spalle, chiudendo il libro. "Comunque è tutto quello che siamo riusciti a scoprire. Non ha nome, non ha provenienza, non ha neanche una faccia, a dire il vero, perché nei ricordi delle persone ha sempre qualcosa a coprirgli i lineamenti: cappelli, occhiali, sciarpe... Arriva, vende i suoi oggetti e se ne va. Nessuno sa niente."
"C'è un modo per contrastare il potere dell'amuleto?"
"Sì, toglierlo," rispose David. Il che creava il piccolo problema di dover avvicinare un uomo con un probabile addestramento di tipo militare alle spalle, in grado di cacciare e uccidere vampiri.
Shannon fece qualche passo nella stanza, le mani dietro la schiena e l'andatura lenta. Noël non poté trattenersi dal pensare che ovunque fosse, sembrava sempre in piedi sul ponte di una nave. Gli mancava solo la scimmia sulla spalla. Cosa non avrebbe pagato per potergli fare una foto e portarla a Mathis per sentirlo squittire estasiato. "Allora uno di noi dovrà toglierglielò."

*


Uno di noi era ovviamente David, il quale non aveva avuto nessuna voce in capitolo naturalmente. Il piano prevedeva che uno dei vampiri facesse da esca, in modo da far avvicinare il cacciatore. Se i loro calcoli erano esatti, Noël lo avrebbe percepito per tempo, localizzandolo e David gli si sarebbe avvicinato recuperando il medaglione. Il piano, in sé, aveva un po' troppe incognite per i gusti di David - il Cacciatore poteva mangiare la foglia, Noël poteva non essere così potente come i vampiri credevano e non percepirlo, lui poteva non riuscire affatto ad avvicinarsi - ma non aveva molte altre opzioni, dal momento che l'alternativa era mandare in giro Noël imbevuto d'acqua santa per il resto della sua vita. Idea bagnata ed eccitante, ma un po' blasfema.
L'esca designata avrebbe dovuto essere Shannon, secondo gli accordi iniziali, ma poi il piano era cambiato e a passeggiare inquieto tra le architetture gotiche di Parigi c'era finito Sébastien. Nè David nè Noël avevano voluto indagare sulla guerra in paradiso che aveva portato al cambiamento e adesso se ne stavano ben nascosti, in attesa che capitasse qualcosa. Al momento, Sébastien stava lasciando fluire il proprio potere, in modo che - ovunque fosse - il Cacciatore potesse percepirlo. Non c'era bisogno che fosse un esper, bastava che si lasciasse tentare. Se, grazie al talismano, era in grado di captare i vampiri in qualsiasi situazione, di certe avrebbe sentito a pelle la presenza di Sébastien che lo chiamava col proprio fascino. Soprattutto quando, per ordine della Congrega, nessun altro vampiro era in città, quella notte.
Noël, dal canto suo, scandagliava la zona in cerca di un pensiero qualsiasi che potesse fargli credere che il Cacciatore fosse vicino. E, di tanto in tanto, giusto per la curiosità da portinaia che lo caratterizzava, pescava anche nella testa di Sébastien, sperando di capire cosa fosse esattamente successo tra i vampiri. Fino a quel momento aveva capito che lui e Shannon avevano litigato furiosamente, con tanto di Sébastien che digrignava i denti a due centimetri da quelli di Shannon, una cosa molto erotica ed epica insieme. Poi, a furia di frugare, aveva anche trovato degli stralci di conversazione. Shannon trovava la cosa pericolosa e Sébastien gli aveva risposto che era una sua responsabilità. Poi più niente, quelli erano gli unici pensieri sfuggiti alle strettissime maglie di Sébastien.
"Niente, non riesco a trovare nient'altro," Noël scosse la testa. "Il dialogo completo lo tiene ben nascosto."
"La vuoi pantare con questa storia?" Sbuffò David, scrutando i paraggi col binocolo.
"Ma non sei curioso di capire cosa sia successo?" Insistette Noël.
"Come sono curioso di farmi amputare una mano," commentò l'uomo, tornando a guardare nelle lenti. "Si può sapere cosa ci trovi di tanto interessante?"
"Beh secondo me quei due vanno a letto insieme."
"Cosa?" David lo guardò, improvvisamente più spettinato.
"Ma si, tutta quella tensione sessuale irrisolta quando si interrompono a vicenda, era chiara e palese..."
"Non so nemmeno se lo fanno, sesso, i vampiri!" Protestò David.
"Perché non dovrebbero?" Noël si appoggiò al sedile del maggiolone e lo guardò, preso dalla discussione. Il bello di avere dei poteri psichici era che non dovevi guardare per usarli.
"Come perchè?" Chiese David, che invece continuava a scrutare la notte di Parigi sperando di veder spuntare il Cacciatore.
"Sì, perchè?" Insistette il ragazzino, una gamba piegata sotto il sedere a minacciare le fodere dei sedili lavate da poco.
"Noël, i piedi," lo riprese il tedesco, rilassato dietro al volante, le mani mollemente adagiate sulle cosce.
Il ragazzino tirò giù la gamba senza nemmeno farci troppo caso. "Perché non dovrebbero fare sesso?"
"Perché sono morti?"
"Cosa c'entra? Tu sei vivo e non lo fai comunque!"
David si passò una mano sugli occhi. Disquisire sul sesso dei vampiri era perfino più inutile che disquisire su quello degli angeli. "La mia è una scelta," sospirò. "Per loro dovrebbe essere impossibile."
"Perchè?"
"Devo spiegarti come funziona?" Chiese ironico, sgranando gli occhi. "Mi sembri un po' grandicello per ignorare la faccenda."
Noël gli lanciò un'occhiata poco divertita. "Se camminano e parlano..."
"Ma non respirano e il cuore non batte," insistette David, che a quel punto l'aveva presa come una questione di principio. "Quindi non funziona neanche... l'impianto idraulico."
"Magari dopo che hanno mangiato."
"Piantala, è una cosa disgustosa."
"Ma..." Noël si fece immobile.
"Che succede?"
Il ragazzino si portò un dito alle labbra e chiuse gli occhi. "E' qui..." sussurrò. "E' ancora lontano però. Si avvicina."

>Noël?<



"Non ancora. E' troppo distante," Noël era così concentrato a sentire il cacciatore e a comunicare con il vampiro allo stesso tempo, che trovava troppo difficile pensare e basta le risposte. Parlare era più semplice. E poi così era più comodo, anche David poteva seguire metà della discussione.

>Dov'é?<



"Non lo so di preciso. Non vedo nessun punto di riferimento. Ti sente però. Sta seguendo il tuo potere."
"Andiamogli incontro," ordinò David, mettendo in moto. "Che direzione?"
Noël scosse la testa. "Sébastien, dì a Shannon di stare zitto. Sento anche lui, sto facendo confusione," commentò. Era strano vederlo discutere con qualcuno che non era fisicamente lì. Ed era strano vederlo funzionare senza incepparsi, per usare le parole di Noël quand'era piccolo e provava davvero a servirsi del potere per la prima volta con cognzione di causa. "Ok. Ci sono. David, verso il fiume. Due chilometri, forse tre. C'è una specie di viale alberato... un parco, credo. Non si vede bene, pensa alla strada solo a tratti."
David seguì le indicazioni. "Non lo vedremo mai, è buio pesto."
"Io vedo quello che vede lui," mormorò il ragazzino, con gli occhi sempre chiusi. "Sébastien, pensa di farlo nel parco. Assecondalo."
Noël rimase in silenzio a lungo, disse a David in che direzione dirigersi e nient'altro. Quando arrivarono, il parco era avvolto nella penombra creata da metà dei lampioni spenti. Il tedesco parcheggiò l'auto e spense le luci. "Ti vedo con i suoi occhi, Sébastien. Non ti girare, è dietro di te. Dagli un motivo per spararti."

> Prego? <



"Punta qualcuno. Ringhia, non lo so!" Noël sospirò, mentre scendevano dall'auto. Cercò la mano di David perché non avrebbe aperto gli occhi, era più facile così. "Vuole cacciarti se giochi anche tu, il bastardo. Non spara ai bersagli fissi."
Sébastien lo prese in parola. Noël lo vide letteralmente sparire nel buio del parco, per poi vederlo avvicinarsi come un'ombra più scura delle altre ad una ragazza, in attesa sulla panchina vicino alla fontana. A duecento metri l'uomo imbracciò il fucile di precisione.
"Gli sparerà," mormorò.
"Dov'è?"
"Non lo so! Vedo soltanto lui!"

> Devi bloccarlo <
Era Shannon. Chissà dove e chissà quanto distante.
"Non sono capace."
> Sì che lo sei <
"Posso solo leggergli in testa."
> Bloccalo! <
"Non posso."
> FALLO E BASTA!<

Il resto fu Noël che interferiva col cervello del cacciatore senza sapere esattamente come. Quello sparò ma fu impreciso. Sébastien saltò di lato, ringhiando e nessuno si accorse di nulla. Il parco era vuoto, la ragazza si alzava e Noël era in terra, la mano stretta in quella di David e l'occhio fisso di fronte a sè. "Vai!"
David aveva visto il Cacciatore vacillare, oltre gli alberi, e ora lo vedeva muoversi in maniera scomposta, tenendosi la testa tra le mani. Corse lungo il prato e si gettò di testa sull'uomo che era il doppio di lui. Finirono a terra, l'uomo neanche riusciva a difendersi con la pressa che gli stringeva il cervello, la stessa che stringeva quello di Noël. David frugò sotto il passamontagna alla ricerca della catena e quando riuscì a stringervi intorno le dita, tirò con forza per strapparla. Si alzò, ansimando, l'uomo che lentamente riprendeva coscienza di sé, ai suoi piedi. Si voltò al fruscio nell'erba: Noël sembrava stanchissimo e pallido.
"Tutto a posto?"
"Se a posto è un'emicranea si," rispose il ragazzino in un soffio.
L'attimo dopo sollevarono lo sguardo e si resero conto di essere accerchiati dai vampiri. Non cinque o dieci come in ufficio, ma almeno una ventina. Ed erano ovunque. Sébastien fece qualche passo verso di loro. "Andate."
"E lui?" Chiese David, indicando il cacciatore, che iniziava a riprendersi.
Il vampiro non rispose.
"Non posso permettervelo. E' un essere umano! Voi non potete!"
"E' fuori dalla sua zona. Ha fatto del male e lei non può fermarci. Spetta a noi decidere," concluse Sébastien. "Adesso porti via il ragazzo, signor Maier. Non possiamo trattenerci oltre."
David si tirò addosso Noël mentre tornavano alla macchina. Videro solo l'ombra scura dei vampiri che si avventava sul corpo. L'uomo non fece in tempo neanche ad urlare.

*



Quando facevi un lavoro come il loro, era utile dimenticare in fretta
I lamenti di un qualche fantasma che ti gelavano le ossa in una stanza chiusa dall'esterno nella qualche rischiavi di morire. I denti di un lupo mannaro che ti arrivavano a tanto così dalla gola. E soprattutto un essere umano smembrato da un branco di vampiri incazzati che ne spargevano i resti nei giardini del 15esimo arrondissement.
Per questo Noël, due giorni dopo, non aveva nessun problema a mangiare yogurt ai frutti di bosco, seduto addosso a David, sul lettone in camera.
"Sono due giorni che mangi ininterrottamente," commentò David, sollevando un sopracciglio perplesso. "Qualcosa non va?"
"Carenza d'affetto," rispose il ragazzino fingendosi oltemodo serio. "Non mi sento amato e quindi cerco nel cibo ciò che tu non mi dai."
S'infilò il cucchiaino in bocca quindi socchiuse gli occhi. Fragole e lamponi avevano uno strano effetto orgasmico su di lui.
Davi rise, accarezzandogli leggermente i fianchi. "Hai ragione, non ti merito. Forse dovresti tornare a vivere con la tua famiglia."
"Non ci penso nemmeno," commentò lui. Infilò in bocca un'altra cucchiaiata di yogurt e quindi decidendo di concederne una anche a David. "Senti che buon che è. Questo lo fanno dalle tue parti, in un posto con un nome troppo assurdo perché qualsiasi essere umano possa pronunciarlo. Comunque, piuttosto che vivere a casa di Sophie, m sistemo sulla riva del fiume con una tenda."
"Pensavo che stessi bene con i LeFevre."
"Sono fantastici," annuì il ragazzino, inghiottendo l'ultima cucchiaiata."Ma quando hai 17 anni non vuoi vedere il tuo papà adottivo che gira nudo per casa."
David fece una smorfia. "Neanche a trenta o a quaranta, credo..."
Il ragazzino sorrise. "Infatti. Ci sono cose di lui che non volevo proprio sapere," mormorò, poggiando il barattolo col cucchiaio sul comodino. Accanto alla lampada, tra le altre cose, c'era anche l'amuleto di Heimdallr che David aveva appoggiato lì distrattamente la notte in cui erano tornati a casa dopo lo scontro.
"E di questo che cosa vuoi farne?" Chiese, tirandolo su e osservandone controluce i riflessi dorati. "Peserà tre etti, è una pattonata tremenda."
David ridacchiò. "Solo tu potresti definire pattonata un ciondolo di inestimabile valore, databile al settimo secolo dopo Cristo."
"Ma guardalo!" Insistette Noël, lasciandoglielo dondolare di fronte agli occhi. "Uhm... beh però potremmo rivenderlo, oppure farlo fondere, non lo so. E' sempre oro."
"Io direi che invece lo mettiamo al sicuro con gli altri," suggerì David, recuperandolo delicatamente dalle sue mani.
"Nella cassetta di sicurezza?"
"Nella cassetta di sicurezza."
Noël sembrò pensarci su un po'. "Secondo me dovresti tenerlo tu, invece."
"Io?"
"Sì," annuì. "Dovremmo far riparare la chiusura e dovresti tenerlo al collo. Così, per sicurezza, dai vampiri, sai..."
David sorrise, passandogli una mano tra i capelli. "Non devi preoccuparti, non mi faranno niente."
"Ora, forse ma ..."
"Noël?"
"Hai chiesto protezione per me," insistette il ragazzo. "Lo sai come funziona, accettano una condizione e sfruttano tutte quelle opposte. Sanno che su di me non possono mettere le mani, quindi tu sei un bersaglio perfetto."
"Non hanno motivo di farlo."
"Hanno sempre un motivo. E poi non mi piace che io abbia l'immunità e tu no, insomma..." Noël sbuffò. "Magari avremmo dovuto parlarne."
David rise, intenerito e lo baciò sul naso. "Non preoccuparti, è tutto a posto. Gli interessi più tu," poi vide il viso di Noël e sospirò. "Ma se può farti stare più tranquillo, la faccio riparare d'accordo?"
Noël annuì, tutto convinto.
David guardò il ciondolo con aria critica. "Sì, comunque hai ragione. E' un po' una pattonata. Sembrerò un pappone con questa addosso."
La risata di Noël riempì la stanza per un istante e poi si spense sulle labbra di David. L'uomo adorava il modo in cui Noël piegava leggermente il collo di lato quando lo baciava e i capelli gli scivolavano sulla spalla, coprendo entrambi.
In generale, David non era avaro di baci. Solo che tentava di non darglieli in situazioni che palesemente lo avrebbero portato a perdere il controllo. Noël seduto su di lui, con addosso solo un paio di pantaloncini estivi e una maglietta sformata era una situazione di questo tipo, per dire. Il suo cervello provò a suonare i campanelli d'allarme, soprattutto quando il ragazzino si sistemò meglio su di lui, badando bene a strusciarsi lentamente, ma David era diventato improvvisamente sordo. Mugolò, sollevando il viso a cercare quello di Noël e lo baciò più profondamente.
Noël, a quel punto, si guardò bene dal protestare. Aveva dalla sua la straordinaria benedizione di un cervello che non si spegneva proprio all'istante, per cui si rendeva sempre conto prima di David che stavano andando oltre la linea di demarcazione. E ovviamente non avvertiva nessuno, anzi. Aveva imparato ad assecondare i movimenti di David senza farsi notare, così che David non si rendesse conto di dove stavano andando a parare fino a quando non fosse stato troppo tardi. Non che questo trucco fosse mai riuscito, ma Noël c'era andato vicino tanto così molte volte.
Strinse le dita intorno all'amuleto e gli passò le braccia intorno al collo, quando David prima lo sollevò di peso per stringerselo addosso e poi decise di ribaltarlo sul materasso.
Noël reclinò un po' la testa quando l'uomo affondò il viso nel suo collo e gli morse piano la pelle, lasciando baci umidi sui segni dei denti. S'inarcò sotto le sue dita e lasciò aderire il proprio corpo a quello dell'uomo quando si sentì le mani addosso, lungo i fianchi e sulle cosce. Si lasciò scappare un mugolio dalle labbra quando le dita di David trovarono la strada oltre l'elastico dei suoi boxer. A quel punto Noël pregò che il tedesco non si riprendesse più dall'evidente stato di incoscienza in cui era caduto, cercò le sue labbra per farsi baciare ancora e si sciolse tra le carezze non più solo accennate che lo stavano facendo uscire di testa e che ovviamente si fermarono all'istante quando squillò il telefono.
"No... " fu il primo lamento che gli uscì dalle labbra. Strinse automaticamene le gambe intorno a David in un estremo tentativo di fermare la catastrofe.
"Cazzo..." David si rese conto, in un colpo solo, che il telefono stava squillando e che aveva le mani dove non doveva assolutamente.
"Non sta davvero squillando," cercò di trattenerlo Noël, baciandolo sulle labbra. "Resta qui."
"Sento la suoneria."
Bacio. "No, è la tua immaginazione," insistette, cercando di tenerselo addosso.
"Nou devo andare e noi non dovremmo fare questo," protestò l'uomo, nervoso per aver perso il controllo.
"David per favore..."
David si disincastrò, cercando di ignorare i baci che il ragazzino gli stava lasciando sugli zigomi e sul collo. "No, sta squillando e io non dovrei essere così," borbottò agitatissimo, snodando le gambe di Noël con gentilezza. "E tu, soprattutto, non dovresti essere così."
"Così come?" Chiese Noël, che non si era mosso di un millimetro e lo guardava, disteso tra i cuscini, le ginocchia ancora divaricate.
"Così... " David gli lanciò un'ultima occhiata disperata quindi si alzò dal letto per correre a recuperare il cellulare.
"David..." Noël emise un mugolio strascicato, quindi sbuffò, voltandosi e affondando la testa sotto il cuscino, frustrato e lamentoso.
Della telefonata non colse che qualche stralcio di parola e, visto che era in tedesco, ne dedusse che dovesse essere sua madre. O uno dei suoi fratelli. In ogni caso qualcuno che l'avrebbe pagata cara la prossima volta che sarebbero passati da Leipzig. Questo era certo.
Quando David tornò in camera, già pronto con la tirata del Noël è colpa mia, dovrei contollarmi di più perché... e altri venti minuti di parole che comunque il parigino non aveva mai sentito davvero perché smetteva di ascoltare prima, trovò il ragazzo profondamente addormentato e abbracciato al cuscino. Sospirò, accarezzandogli la guancia. Noël mugolò qualcosa ma gli si adattò tra le braccia non appena gli si stese accanto.
Potevano parlare domattina, in fondo.
O forse anche no.

Note: Salve a tutte :)
Queste note erano molto più belle nella mia testa mentre le progettavo in bagno, ma quando sono tornata me l'ero già dimenticate quindi non saranno molto interessanti (e ora sapete che progetto in bagno. Ebbene sì.). Dunque, innanzi tutto devo scusarmi per il ritardo. Molte di voi avevano chiesto il capitolo e altre si erano chieste perché non arrivasse, quindi non posso davvero lamentarmi per l'interesse che avete dimostrato. A mia discolpa posso dire che, sulla carta, questo era uno dei miei capitoli preferiti e - come tradizione vuole - ho avuto molti problemi a buttarlo giù. Dovevo metterci quindici giorni e invece ho impiegato un mese e, nonostante i 30 giorni di lavoro, non sono comunque soddisfatta di quello che è venuto fuori. Ci sono un sacco di magagne: alcune ho tentato di sistemarle, altre purtroppo sono lì e non ci si può fare niente. Spero di avervi distratto in altra maniera =P
Ad esempio con i vampiri, per dirne una. Inizialmente dovevano essere dieci (ma d'altronde il capitolo doveva essere gigantesco) ma poi si sono ridotti a cinque e quindi a due. E' inutile che vi dica che questi ve li vedrete spuntare non so quante volte da qui alla fine, perché non è concepibile che io mi inventi dieci vampiri e poi non li usi. Rafael ha quell'aspetto per volontà propria, la descrizione non era intenzionale. Che ci crediate o no.
Ci sono però due cose che di questo capitolo mi piacciono in maniera illegale: 1. E' pieno di gioiose citazioni. 2. L'intermezzo etero di Noël. Io adoro il bimbo quando salta di nuovo la sponda. A tal proposito, ci sono due caratteristiche di Nol buttate lì, in mezzo a tutto il resto, che non mi sembrava di avervi mai citato in precedenza. 10 punti (e una drabble parigina) a chi le trova entrambe.
Prima di chiudere, un ringraziamento a: Shee, Ilaria, Fedy, Himitsu e Haru che hanno trovato il tempo di lasciar un segno del loro passaggio nel capitolo precedente <3

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