Adeline era una donna con un passato ben più lungo dei suoi ottant’anni.

La gente di Rungis continuava a dire che era suonata, in realtà erano troppe le cose che aveva visto perché il suo cervello, appesantito dal tempo, ogni tanto non perdesse un colpo. Era nata in un paesino sperduto fra le montagne, ed era stata molto povera. Il padre era morto che lei era ancora piccolina e l’avevano cresciuta la madre e la nonna, per questo era quello che era.

La gente di Rungis diceva anche che era una strega ma lei sosteneva che a far da strega ci voleva furbizia e cultura, e lei non aveva nell’una, nell’altra. In realtà un po’ strega lo era, non così tanto da poter comparire accanto ai nomi di donne ben più illustri di lei, ma c’erano piante e parole di potere sulle quali era stata istruita. Sua madre e la madre di sua madre prima di lei. E presto anche Anaïs avrebbe seguito le orme di chi l’aveva preceduta. Adeline nutriva grandi speranze per sua nipote dal momento che sua figlia di incantesimi e magia non aveva mai voluto sentirne parlare. Faceva l’avvocato e non c’era donna più pratica e con meno fede di lei.

Si accostò alla finestra e guardò la pioggia che scendeva a rivoli sul vetro. Era una notte tremenda per essere soltanto giugno. Aveva iniziato a piovere nel tardo pomeriggio, così all’improvviso che Anaïs, in giro per il paese, si era rifugiata a casa sua e c’era rimasta fino a quell’ora perché il temporale non aveva ancora smesso.

C’era qualcosa nell’aria, qualcosa di elettrico e di poco piacevole.
Adeline se lo sentiva nelle vecchie ossa un po’ curve che qualcosa non andava e che le cose sarebbero cambiate. Non era un brivido o una sensazione fisica ma un presentimento non troppo vago, che le bussava in fondo alla testa come a dirle di prepararsi.

Dopo averci pensato a lungo decise che non poteva crucciarsi oltre e stava quasi per tirare la tenda e prepararsi una tisana per dormire quando, oltre le cortine di pioggia, intuì la sagoma di qualcuno che si avvicinava alla casa. Socchiuse gli occhi e cercò di distinguerne le fattezze ma la pioggia era troppo fitta e, chiunque fosse, il suo volto scompariva nelle falde rialzate del cappotto.
Un attimo dopo, qualcuno bussava alla porta. “Chi è?” Chiese.

“Adeline, sono io.”

La donna sgranò gli occhi chiari, ancora incredibilmente nitidi, e fissò la porta oltre la quale stava una persona che non incontrava da vent’anni. Non aveva bisogno di vederla ora che l’aveva sentita parlare. La voce era una melodia conosciuta e quel modo di modulare le vocali del suo nome non poteva che collocarsi aldilà dell’Oceano. Tolse il catenaccio e aprì la porta, la sagoma s’infilò svelta all’interno, grondando acqua nell’andito.

Adeline scuoteva la testa, incredula. “E tu cosa ci fai qui? Da dove salti fuori?”

“Da molti posti diversi,” disse il nuovo arrivato, che era un uomo, forse un po’ più giovane di Adeline. “L’ultimo della lista era Siviglia. Vengo diretto da San Pablo.”

“Da San Pablo, dice lui!” Esclamò la donna. “L’ultima volta che ti ho visto avevi appena superato i quaranta ed eravamo a Rivas, Nicaragua. Mi hai lasciata in un pessimo guaio, se non ricordo male. Quindi adesso mi farai il favore di sederti e fare un bel riassunto.”

L’uomo sorrise. Era alto e robusto, nonostante ora andasse probabilmente per la settantina. Aveva la pelle scura ma i lineamenti finissimi, a parte due zigomi alti che gli rendevano gli occhi due tagli sottili. “Non credo di avere il tempo di raccontarti tutto quello che è successo dal 1988 ad oggi,” rise.

“Puoi saltare le parti noiose,” insistette lei, guardandolo storto.

L'uomo si limitò a sorridere. “Mi offri una tazza di quella tua tisana meravigliosa?” Chiese, invece, trascinandosi dietro l'enorme valigia in una cucina in cui non era stato assolutamente invitato ad entrare. “Quella sì che mi è mancata in tutto questo tempo.”

Adeline versò l'acqua nella tazza che aveva preparato per sé. “Ti mancavano i miei intrugli ma non io,” commentò con un sopracciglio sollevato. “Molto lusinghiero da parte tua.”

L'uomo si tolse il cappotto e lo appese allo schienale della sedia, con un sospiro stanco. Il suo viso era solcato per obliquo da tre cicatrici parallele, ormai sbiadite dal tempo. “Sai che le cose non sono più state le stesse da quando te ne sei andata.”

“Avevo una figlia da accudire,” si giustificò lei, servendogli la tisana che l'uomo accettò con un cenno del capo.

“Qualcuno di noi doveva pur mettere su famiglia,” sorrise lui. “Come sta?”

Adeline inclinò la testa di lato e sbuffò. “Bene. E' la solita cinica, convinta che la vita stia tutta dietro la scrivania del suo ufficio.”

Rimasero in silenzio per un po', con il rumore della pioggia scrosciante che batteva sui vetri e il vecchio orologio rotondo che dal muro vicino alla cappa della cucina scandiva i secondi con scatti secchi e arrugginiti. “Perché sei qui?” Chiese alla fine la donna, più seriamente di prima. I suoi occhi non lasciavano dubbi sul fatto che adesso stesse pretendendo una risposta.

Lui sembrò valutare per qualche istante le parole da dire. “Stanno accadendo... cose,” mormorò, posando la tazza sul tavolo. “E io mi trovo in una brutta posizione.”

“Sii più preciso.”

“Non posso,” scosse la testa. “Ed è meglio così. Meno sai e meno ti metto in pericolo.”

Adeline non si scompose. “Non posso aiutarti se non mi dici cosa sta succedendo.”

“Mi stanno inseguendo e-”

“Chi?”

“Non ha importanza,” riprese lui. “Mi stanno inseguendo e non ho molto tempo. Sono qui perché devo darti una cosa.”

L'uomo aprì la valigia che era piena di adesivi di località, come se avesse girato il mondo di corsa e senza il tempo di staccarne nessuno. Su quello più grosso e fosforescente che, per traverso, quasi la prendeva tutta, campeggiava la bandiera cubana. L'uomo tirò fuori un libro enorme, rilegato in pelle, con la costola borchiata e un simbolo altrettanto enorme in ferro battuto proprio sulla copertina.

“Un uroburos,” commentò Adeline, accarezzando la copertina. “La ciclicità della vita.”

“E un sacco di altre cose,” annuì lui, spingendo il libro verso la donna.

Adeline accarezzò di nuovo la copertina, quindi ne sfogliò le pagine con aria decisamente poco convinta. “Dimmi che non lo hai trafugato come le decine di libri che si trovano in casa tua.”

“Non ne troveresti nemmeno uno,” disse lui. E al conseguente sopracciglio sollevato della donna aggiunse: “Hanno bruciato tutto. Non mi è rimasta neanche una pagina.”

“Chi?”

“Non ha importanza,” fu pronto a rispondere. “Comunque il libro è mio, adesso. Ed è una grande arma, Adeline.”

“Con tutta la polvere che c'è sopra, direi di sì,” commentò scettica.

“Ci sono incantesimi molto potenti all'interno.”

La donna aprì il libro e glielo mostrò. “Filtri d'amore e di morte?” Lesse, al contrario. “Sai che queste sono solo stupidaggini per le streghe della domenica!”

L'uomo le sorrise. “Tu comunque tienilo,” disse. “Io non posso portarlo con me.”

Adeline stava per replicare qualcosa – che non c’aveva capito niente, per dirne una – ma il telefono dell’uomo squillò proprio in quel momento. Ne seguì una brevissima telefonata in cui non parlò che la persona dall’altra parte della cornetta, quindi l’uomo si voltò verso di lei col volto più bianco di quando era entrato. “Devo andare.”

”Dove?”

”Il libro, Adeline,” ripeté lui.

Lei lo rincorse fino alla porta, cercando di fermarlo. “Che succede? Chi ti sta inseguendo?”

L’uomo sorrise. “Guarda sempre alla base delle cose.”

Adeline rimase a fissarlo, per qualche istante. “Alla base… cosa? Aspetta!”
Ma lui se n’era già andato.

Adeline tornò in cucina. Sul tavolo c’era ancora la tazza fumante e quel benedetto libro, enorme e borchiato che sembrava guardarla con sufficienza. “Che diavolo sei, tu?” Gli chiese lei.
Passò la serata a sfogliarlo, ma non conteneva che incantesimi piuttosto semplici, a volte perfino falsi.

Il libro era vecchio e rilegato alla vecchia maniera – le pagine erano di pergamena! – ma nonostante vi fosse scritto in lingue importanti come il greco e il latino, oltre che in francese, spagnolo e perfino russo, sembrava che nessuna di quelle parole servisse a qualcosa di utile. Perché mai prendersi la briga di riunire tanta spazzatura e scriverla pure in bella calligrafia?

Una volta arrivata in fondo, ricominciò da capo. Non capiva, eppure qualcosa doveva esserci. Lui che si faceva vivo dopo tutti quegli anni e le lasciava un libro senza nessuna importanza.

Guarda sempre alla base delle cose.

Adeline sentì chiaramente qualcosa spostarsi nella sua testa. Sfogliò il libro velocemente, cercando. Una volta, quando ancora erano insieme a Berlino – no, Praga! – e dovevano far avere dei documenti ad una certa persona, avevano ideato un sistema per far passare le informazioni sotto il naso di chi non doveva leggerle. Sfogliò ancora. Se non ricordava male, era una questione di frasi, anzi di parole, lasciate alla base della pagina. Alla base delle cose…
Sorrise mentre recuperava un foglio e una penna.

”Vediamo che cosa volevi dirmi.”


Regard à la base des choses


A David piaceva programmare il suo tempo in maniera maniacale.

David aveva smesso di farlo esattamente quattro anni prima, quando Noël si era definitivamente trasferito a casa sua. Dal preciso momento in cui il ragazzo aveva messo piede oltre la soglia di casa, niente aveva mai più avuto un orario. “Potresti mangiare un po’ più in fretta? Siamo in ritardo,” esclamò, cercando di farlo nel modo più gentile possibile.

“Non siamo in ritardo perché non abbiamo un orario,” protestò Noël, senza fare una piega. Si leccò le dita sporche di marmellata e bevve un sorso di latte.

“Sarebbe utile arrivare dall’antiquario prima che chiuda.”

“Sono solo le dieci, Dadà. Rilassati!” Il ragazzo sorrise, uscì dal letto, prese il vassoio e si avviò giù in cucina a riportarlo con David dietro che si lamentava di cose a caso, tipo la spesa da fare, le fotografie da sviluppare e altre decine e decine di commissioni che non sarebbero mai stati in grado di fare entro la mattinata.

“E allora le faremo nel pomeriggio,” concluse Noël dopo aver messo la tazza nel lavandino e averla riempita d’acqua. Quindi si voltò, ritrovandosi David subito dietro, pronto a lavare le stoviglie. “Riesci a lasciarle nel lavandino per qualche ora?” Scherzò.

”Ma se intanto le lavo mentre tu-“

Noël lo zittì con un bacio. “Devo solo farmi una doccia. Cinque minuti, niente capelli,” lo rassicurò, con un mezzo sorriso. “E tu sei già troppo stressato per essere solo l’inizio della settimana. Quindi adesso ti siedi e guardi qualche assurdo programma dei tuoi o leggi un libro; ma per cortesia, datti una calmata.”

”Cos’è tutta questa gentilezza improvvisa nei miei confronti?” David sollevò un sopracciglio.

“Mi preoccupo per la tua salute,” rispose compunto il moro. “Non vorrei che con tutto questo nervosismo, a novembre tu non sia in grado di compiere il tuo dovere.”

“A novembre? Cosa devo fare a nov-“ Lo sguardo di Noël fu più che sufficiente. “Oh.”

”E’ un Oh bello impegnativo, sai? Non si tratterà solo di Novembre ma di tutti i giorni della tua vita finché avrai abbastanza vigore da-“

”Ok, adesso basta!” Lo zittì lui, girandolo di peso e spedendolo verso il bagno. “Fatti questa doccia, e andiamo.”

”Bacio?”

David obbedì, pur conoscendone le conseguenze. In meno di mezzo secondo, come al solito, si ritrovò un diciassettenne spalmato addosso come una copertina di lana. “Mhn.. Noël?”

”Doccia.” Bacio. “Capito.”

*

Il bagno di casa Maier-LeFevre non era enorme ma bastava per due.

E non era mai chiuso – mai, ma proprio mai. Si entrava e si usciva, e nel caso lo si fosse fatto nel momento sbagliato, si prendevano le urla e si incassavano le spalle. In realtà questo succedeva di rado perché i due sapevano esattamente quando e come potevano essere presenti. Noël, poi, ne aveva fatto un’arte. Erano quattro anni che David non si faceva la barba senza che lui, lì di fianco, si piastrasse i capelli, si facesse le sopracciglia o – peggio – si lavasse i denti, camminando avanti e indietro e spargendo dentifricio ovunque.

In quel preciso momento, Noël se ne stava seduto sul bordo della vasca, aspettando che si riempisse. Cinque minuti per fare la doccia o venti minuti per fare il bagno, per lui suonavano allo stesso modo. Sempre di minuti si trattava. E in fondo era ancora presto, la libreria antiquaria era ancora aperta e lui non aveva nessuna voglia di correre.

Scelse il bagnoschiuma al sandalo a cui David teneva come fosse stato d’oro e che lui, puntualmente, usava in quantità industriali solo per poi uscire e profumare esattamente di David. Quindi decise che l’acqua fin quasi all’orlo poteva bastare e s’immerse, emettendo un mugolio compiaciuto.

Era l'ultima settimana di giugno e Noël era definitivamente entrato in uno stato di grazia e pace cosmica che sarebbe durato fino a metà settembre quando la scuola avrebbe riaperto i battenti costringendolo ad affrontare l'ultimo tediosissimo anno delle superiori. Gli esami finali del quarto anno erano andati molto più che bene, come del resto già aveva previsto. I risultati non erano ancora usciti ma era perfettamente in grado di giudicare i propri scritti ed era certo - senza ombra di dubbio - che metà della commissione aveva trovato molto interessante la sua esposizione delle materie e l'altra metà - vivaddio - era composta da donne con le quali era bravissimo a cinguettare. In quanto all'insegnante di educazione artistica, condividevano un certo disinteresse per le ragazze e l'amore per il rinascimento italiano, per cui più che un esame era stata una piacevole discussione sulle tecniche pittoriche.

Adesso lo aspettavano due mesi di svago assoluto in compagnia di Shatha e di tutti gli altri loro amici, che erano un milione e avrebbero colonizzato casa con grande gioia di David. E naturalmente progettava anche di chiudere più volte il suo amore in casa e vedere di anticipare i tempi, perché novembre era vicino ma non troppo e lui cominciava a stancarsi. Cominciava ad avere anche una certa urgenza, per dire. C’erano delle mattine in cui era quasi imbarazzante doversi svegliare e attestare che il suo cervello di notte non aveva affatto dormito e si era dato alla pazza gioia pensando a David. E dopo l’imbarazzo veniva pure la frustrazione perché quell’uomo proprio non ne voleva sapere di venir meno ai suoi fastidiosi principi morali e allungare le mani e magari stringerle e muoverle…

*

David guardò l’orologio. Avrebbe dovuto saperlo che i cinque minuti di Noël duravano quanto le mezz’ore degli altri esseri umani. E loro erano in ritardo sulla sua tabella di marcia, della quale non fregava niente a nessuno, ovvio, ma che dovevano seguire comunque perché altrimenti non sarebbero riusciti a fare un bel niente. Quindi era ora che uscisse da quella doccia o la smettesse di farsi i capelli – che tanto sicuramente erano più che in ordine – e che non gli venisse in mente di fare le sfilate di moda per scegliere un paio di pantaloni e una maglietta perché non aveva intenzione di aspettare oltre.

“Noël, hai finito?” Spalancò la porta.

Noël non aveva finito. Noël era immerso nella vasca da bagno con gli occhi chiusi, la testa reclinata all’indietro fuori dal bordo e una mano che andava sparendo a ritmo costante sotto la superficie dell’acqua. Ci volle qualche secondo perché l’immagine di fronte a lui trovasse un corrispettivo nel suo cervello e, quando vi riuscì, Noël aveva aperto gli occhi e lo stava guardando attraverso le palpebre abbassate, senza battere minimamente ciglio e continuando, per altro, a fare quello che stava facendo.

“Siamo in ritardo!” Sbottò David, furiosamente in imbarazzo, uscendo dalla stanza l’istante successivo, esattamente com’era entrato. Di corsa, sbraitando e agitando le braccia.
Non che la cosa lo turbasse in quanto tale ma pensò che avrebbe dovuto bussare, o chiamare, o avvertire, o qualunque altra cosa piuttosto che trovarlo lì così, con quel viso perso e finire a pensare che non gliene importava poi tanto di quell’antiquario alla fine. “Avremmo dovuto uscire di qui mezz’ora fa!” Strillò ancora, solo perché non sapeva cosa dire e non gli passava per il cervello che, forse, avrebbe fatto meglio a starsene zitto.

“Se mi facessi la cortesia di smetterla di parlare e magari andassi pure da un’altra parte, io potrei finire e potremmo raggiungere il tuo antiquario,” commentò Noël, con tutta la flemma del mondo. E all’idea di immaginarselo ancora nella vasca e ancora intento nella faccenda lo mandava ai pazzi, con tanti saluti alla sua tempra morale. “Non so tu – dal momento che hai deciso di non farmi partecipe della nostra vita sessuale - ma io ho bisogno di una certa concentrazione.”

“Noël!” David sgranò tanto d’occhi nel corridoio.

“David non mi stai dando una mano, così…” arrivò dal bagno, sempre col solito tono. “La storia della mia vita con te, per altro.”

“Sei indecente!”

“E tu un rompiballe!” Sbraitò il ragazzino. “Ora, visto che non hai nessuna intenzione di fare il tuo dovere, né parte di esso, vedi di levarti di torno.”

David si allontanò borbottando sull’assoluta scostumatezza dei ragazzini di oggi, quindi decise che era meglio aspettarlo in ufficio, magari mettere a posto quel centinaio di documenti sparso sulla scrivania e togliersi dalla testa – Dio, perché a me? – l’immagine di quella vasca da bagno e del corpo nudo che vi aveva scorto all’interno.

*

Noël ebbe la buona creanza di presentarsi con due ore di ritardo rispetto alla tabella di marcia originaria, ovviamente senza ritenersi in dovere di dare delle scuse o altre amenità di questo tipo. Tirato a lucido, pettinatissimo, e palesemente molto rilassato, recuperò la tracolla dall’attaccapanni e dedicò a David un sorriso smagliante. “Andiamo?”

“Sono le undici e mezzo,” gli fece notare l’uomo mentre chiudeva l’ufficio e Noël si guardava intorno, notando che c’era un mucchio di gente per strada adesso che le scuole erano chiuse.

“C’è il sole. Odio il sole,” commentò, ignorandolo del tutto. “Andiamo in macchina?”

“Pensavo di prendere la metro.” Noël gli lanciò una delle sue occhiate esplicative in grado di esprimere concetti lunghissimi quali E’ piena estate, prendono tutti quanti la metro e nei tunnel ci saranno 30 gradi. Io non ho alcuna intenzione di sudare. “… ma suppongo che useremo la macchina, anche se il negozio dell’antiquario è dall’altra parte della città e per arrivarci dovremo attraversare il Périphérique all’ora di pranzo, quando ci sarebbero bastate due fermate di metro.”

“Esattamente,” fu subito d’accordo Noël, che si stava infilando gli occhiali da sole.

Quando raggiunsero l’auto, Noël ebbe modo di lamentarsi del fatto che a lasciarla sotto il sole era diventata un forno, e che David dovesse prima far partire l’aria condizionata – che funzionava solo a salti perché quel maggiolone era un macinino e si poteva sapere quando David aveva intenzione di cambiarlo? – e poi forse lui sarebbe salito.

“Va meglio, ora?” Chiese l’uomo, dopo che la temperatura interna del maggiolone ebbe raggiunto lo zero assoluto e avesse preso a nevicare dai bocchettoni mentre i pinguini pattinavano sul portapacchi.

“Meglio, sì. Grazie, amore,” cinguettò il moro, lasciandogli un bacio su una guancia mentre si agganciava la cintura. David sospirò. Tutta quell’aria condizionata avrebbe contribuito in maniera disastrosa al buco nell’ozono e, a sentire Miranda, per espiare un peccato simile contro Madre Natura probabilmente lo aspettavano mesi e mesi di digiuno karmico.

“Posso mettere su i Placebo? Sì, grazie,” Noël si chiese e si rispose da solo, accendendo la radio che era esageratamente fuori posto in quella macchina cadente, dal momento che era l’ultimo ritrovato della tecnica e oltre ad avere prese USB e collegamento iPod, aveva pure la mascherina simile alla plancia comandi di un aereo dell’aviazione militare ed emetteva lucette colorate fastidiosissime.

David sospirò di nuovo, immettendosi nel traffico cittadino, non ancora sfoltito dall’estate incombente e si preparò a farsi tutto il viaggio con la voce nasale di Brian Molko che riempiva l’abitacolo, disgustosamente troppo alta per le sue orecchie di trentenne.

“Che tipo è questo antiquario?” Chiese Noël, incrociando le lunghe gambe sul sedile.

“Non ne ho idea, il nome me lo ha dato tua sorella,” fu la risposta che era un modo gentile per dire che, con ogni probabilità, era uno squinternato che Miranda aveva conosciuto chissà dove e, soprattutto, chissà perché, il quale non avrebbe fatto altro che far perdere loro del tempo, oppure avrebbe sì dato loro quello che cercavano ma lo avrebbe fatto passando per vie traverse così traverse che avrebbero finito per ritrovarsi in luoghi in cui non avrebbero mai voluto; come quella volta che per trovare un antico artefatto sudamericano, erano finiti ad un rave party a casa di Dio, tra una retata della polizia e tanto di quell’ecstasy che la gente camminava in ginocchio. L’artefatto lo avevano trovato, sì, alla fine, ma erano stati quasi arrestati e aveva perso Noël due volte in mezzo a quel casino.

Noël si mise a frugare nel tascapane e ne tirò fuori una gomma da masticare che si lanciò in bocca. “Lo sai che ha un nuovo fidanzato?”

“Cos’è il quinto questo mese?” Commentò David, distrattamente, svoltando al semaforo.

“Il sesto,” precisò il ragazzo. “Dopo Julien, c’è stato Antoine.”

“Pensavo che non le interessasse.”

“Non le è interessato finché non è saltato fuori che faceva yoga,” commentò Noël, con un sorrisetto allusivo, intanto che sfogliava la sua agenda che non si chiudeva nemmeno più tanto era piena di adesivi, fogli e foglietti. “La strana flessibilità dimostrata da un corpo umano nella posizione del Cobra la incuriosisce sempre.”

David non riuscì a trattenere una risatina. “Che cosa stai facendo?” Chiese poi, lanciando un’occhiata al ragazzo al suo fianco.

“Cerco una serata libera per andare in discoteca,” fu la risposta. David colse il bagliore elettrico di una scritta in evidenziatore che diceva Terzo Piercing.

“Hai intenzione di farti un altro orecchino?” Chiese, cercando di far suonare la domanda il più casuale possibile.

Noël gli piantò in faccia due occhioni ambrati, tranquillissimi. “Pensavo all’ombelico, ti piacerebbe?”

“Non saprei, forse…”

“Sarebbe qui, tipo,” continuò Noël, arcuandosi sul sedile e sollevando la maglietta per mostrargli il pancino, appena un po’ rotondo. “Un anellino, eh, niente di che.”

David si voltò, si ritrovò la pancia nuda di Noël davanti, rischiò di sbandare, quindi ostentando un autocontrollo inesistente sterzò evitando la mamma con carrozzina sul marciapiede e si schiarì la voce. “Non deve piacere a me,” rispose.

“Oh sì che ti deve piacere,” commentò il ragazzo, tornando a sedersi composto e decidendo che il quattro luglio era un venerdì perfetto per andare a ballare. “Sei tu che ci devi giocare, poi. Non mi va di farlo e poi vederti storcere il naso ogni volta che mi spogli.”

“Noël, io non ti spoglio.”

Il moro si strinse nelle spalle. “Dovrai farlo, prima o poi,” commentò. “E allora deve piacerti.”

David sospirò. “E devi farlo per forza?”

“No, ovvio ma mi piace l’idea,” fu la risposta. “Potrei farne un altro alla bocca, se alla pancia non ti va bene.”

A quel punto David decise saggiamente che fosse meglio non visualizzare le labbra di Noël ornate da un secondo anellino e preferì parcheggiare, dal momento che erano arrivati.
“L’indirizzo è questo.”

Noël non si risparmiò di commentare con un sarcastico: “Uhm, bel posto. Proprio da Miranda.”

*

La libreria antiquaria non era in realtà una vera libreria, e non era nemmeno antiquaria a voler essere pignoli. Quel che David sapeva delle librerie antiquarie era che erano luoghi poco frequentati, pieni di scaffali alti fino al soffitto, riempiti di libri fin quasi ad esplodere, il tutto condito da quintali e quintali di polvere. Ora, in quel posto la polvere c’era ma gli scaffali non erano ricoperti di libri quanto più di una varietà di oggetti diversi e tutti quanti molto strani. David notò degli ombrelli, vecchissimi cappelli degli anni venti, una decina di contenitori trasparenti pieni di bottoni e anche una mensola con una serie di quei barattoli pieni di finti feti di drago. Noël di fianco a lui si sistemò gli occhiali sulla testa e guardò con aria scettica il marasma che affollava la minuscola ed unica stanzetta di quel negozio. “Dici che ci sono anche dei libri sotto tutta questa roba?”

“Lo spero,” si ritrovò a mormorare. “Ehm… signor Bernard?”

“Eccomi! Eccomi!” Arrivò una vocetta da dietro un’orrenda riproduzione della venere del Botticelli con un turbante di seta in testa e quattro cammelli intorno alla conchiglia. Noël ebbe giustamente un fremito di disgusto. “Arrivo!”

Quello che si presentò davanti a loro era un ometto alto non più di un metro e cinquanta, con la barba malfatta e un principio di calvizie sulla sommità della testa. “Lei dev’essere il signor Maier,” commentò con un sorriso, per poi rivolgere un cenno al ragazzo. “E tu sei Noël, immagino. Miranda mi ha parlato così tanto di te che non mi sei per niente nuovo.”

“Le ha parlato di me?” Chiese Noël mentre lo seguivano al bancone.

Il signor Bernard annuì, sgomberando la superficie. “Oh sì, cara ragazza Miranda. Ogni tanto passa di qui e mi porta una tisana. Si siede e mi fa un po’ di compagnia,” spiegò. “Suo padre mi ha tirato fuori dai guai qualche hanno fa.”

David tendeva a dimenticarsi che il padre di Miranda era un avvocato. Era facile dimenticarselo quando lo avevi visto girare per Parigi con addosso soltanto un pareo e un paio di infradito come un nuovo figlio dei fiori. “Miranda le ha detto del libro?” Chiese.

“Mi ha accennato qualcosa sì, ma non molto. Lo avete con voi?”

David glielo mostrò e attese pazientemente che l’uomo lo esaminasse con attenzione, calcandosi sul naso un paio di occhiali rettangolari e polverosi come il resto del negozio. Nel frattempo, Noël prese a gironzolare tra gli scaffali, infilando le dita dappertutto e mostrandogli di tanto in tanto barattoli dai contenuti più strani.

“E’ un quaderno di strega,” disse alla fine il vecchietto, pensieroso. “La cosa che mi stupisce è che non ne sono rimasti in giro molti e sono tutti antichissimi. Questo, invece, non avrà più di un centinaio di anni, eppure è originale.”

“E questo cosa significa?” Chiese David, lasciando che Noël si perdesse fra le cianfrusaglie.

L’uomo sospirò, continuando a fissare il libro e a sfogliarne le pagine. “Innanzi tutto che non è schedato. Non fa parte di nessuna collezione o di nessuna serie, è fuori dal circolo, insomma.”

“Quindi non possiamo risalire al proprietario?”

L’uomo sembrò tentennare qualche istante. “Beh, questo non è corretto,” disse alla fine. “Posso sempre fare un tentativo. Conosco delle persone che potrebbero saperne qualcosa.”

“Sarebbe fantastico,” David afferrò un foglio e una penna e vi scarabocchiò sopra il proprio numero di cellulare. “Non appena sa qualcosa mi faccia sapere.”

“Nessun problema.”

L’uomo si voltò in cerca di Noël e se lo vide spuntare fuori con in mano una manciata di catenine ed anelli. “Certo che ne ha di roba qua dentro,” commentò.

“Raccolgo oggetti dalle soffitte da quando ancora nemmeno tuo padre era nato,” rispose il vecchio.

“Oh non saprei,” Noël si strinse nelle spalle. “Io non ho idea di quando sia nato mio padre. Magari è vecchissimo! Comunque, prendo questi.”

Il vecchio riunì gli acquisti di Noël e fece il conto, riconsegnandogli il tutto in un sacchetto di plastica. “Sono 48 e 50.”

Noël tirò fuori il portafoglio dalla tasca posteriore dei pantaloni e ci guardò dentro prima di voltarsi con un sorrisone verso David. “Hai per caso—“

“Non dirlo,” lo fermò, ormai rassegnato. Pagò e quindi trascinò il ragazzino fuori dal negozio prima che potesse scorgere qualche altro gingillo su cui mettere le mani.

*

Quando rientrarono in ufficio trovarono ad attenderli una sgradita sorpresa.

Sorpresa perché non se l’aspettavano e sgradita perché si trattava forse dell’unico cliente che avrebbero voluto poter davvero evitare. Tale individuo, che per larghezza copriva tutta l’entrata della Paranormal Parisienne e per altezza arrivava a malapena a metà del vetro della porta, li tormentava da quasi due anni presentandosi ad intervalli quasi regolari di quindici giorni ed esponendo loro problemi assolutamente inesistenti.

Le prime volte avevano tentato di farlo desistere, cercando di fargli capire che non aveva in casa nessun fantasma o spirito maligno poi, dopo un anno, avevano rinunciato a spillargli soldi legalmente e avevano preso a fingere di esorcizzare qualunque cosa lui sottoponesse alla loro attenzione. L’unica cosa che David si era moralmente sentito in dovere di fare era stata quella di abbassare le tariffe – solo per quell’uomo – in modo tale da non sentirsi troppo in colpa se dopo una sedicente benedizione mistica della stanza, gli chiedeva qualche euro tanto per il disturbo. In generale, il più delle volte si limitavano a dargli una spolverata ai soprammobili con una di quelle minuscole scope di saggina che di solito Miranda usava sul suo altare. Il tipo, alla fine, li salutava, convinto che lo avessero liberato da chissà quale maleficio.

“E’ in anticipo,” constatò Noël mentre si fermavano dall’altra parte della strada ad osservarlo da lontano. “E’ stato qui solo la settimana scorsa.”

“Forse se ci voltiamo e camminiamo molto velocemente, siamo ancora in tempo per fuggire.”

“Troppo tardi, ci ha visto,” sibilò il ragazzino tra i denti, esibendosi in un sorriso falso come l’ottone mentre ricambiava il saluto dell’uomo paonazzo che si sbracciava nella loro direzione.

Quando lo raggiunsero di fronte alla porta a vetri della Paranormal Parisienne, l’uomo si stava frizionando la fronte con il fazzoletto e sbuffava come se avesse fatto numerose rampe di scale. “Meno male che siete arrivati,” esclamò, quando riuscì a trovare l’aria per farlo. “Sono qui da quasi due ore e la mia è una situazione della massima urgenza.”

David dubitava fortemente che potesse esserlo ma si apprestò con grande rassegnazione a dare ascolto a quella piaga umana mentre Noël apriva l’ufficio e faceva strada all’interno. “Di che cosa si tratta, signor Bonnet?”

Gérard Bonnet si accomodò sulla sedia di fronte alla scrivania senza essere stato invitato e si servì delle caramelle come fosse stato a casa sua. Si tamponò la fronte un altro paio di volte prima di iniziare a raccontare la propria storia. “Sento un terribile odore,” disse, guardando David con gli occhi rotondi ed enormi dietro le lenti degli occhiali spesse due dita. “Per tutta la casa.”

Dopo le prime due parole, Noël aveva già alzato gli occhi al cielo. Fosse stato per lui sarebbe salito in casa a farsi gli affari suoi ma David lo aveva pregato di non allontanarsi dall’ufficio se c’era un cliente all’interno, soprattutto se il cliente in questione era il signor Bonnet. L’idea di rimanere da solo con quell’uomo lo terrorizzava parecchio, e non poteva biasimarlo.

“Un odore?” David tirò fuori l’onnipresente taccuino degli scarabocchi e finse, come sempre, di prendere appunti. “Di solito le manifestazioni olfattive sono legate alla presenza di santi.”

“Certo, certo!” Annuì l’ometto pingue, stritolando tra le dita il fazzoletto, “ma di solito il profumo che si sente è un buon odore. Di viole, di rose…”

“E lei che odore sente?” Chiese Noël, seduto a gambe incrociate sul divano, lo specchietto da borsa sulle ginocchia, intento a cambiare l’ordine degli orecchini.

L’uomo gli lanciò solo un’occhiata veloce, di solito preferiva discutere con David, perché riteneva Noël troppo giovane per occuparsi di questi importanti problemi esoterici. “Non saprei con esattezza, ma è un cattivo odore,” rispose. “Un cattivissimo odore. Rende l’aria irrespirabile, deve essere qualcosa di malvagio. Il demonio, probabilmente.”

Gli occhi di Noël corsero di nuovo al soffitto mentre si lasciava sfuggire un sorrisetto, giusto mentre il loro cliente tornava a guardare David. Quando il signor Bonnet si presentava in ufficio non era mai per niente di meno che il demonio. Spesso nella figura di lui stesso medesimo e non di una qualche apparizione minore come demoni sottoposti o cose di questo tipo. Negli ultimi due anni il Principe degli Inferi aveva visitato la casa di quell’uomo un numero considerevole di volte, tanto che c’era da chiedersi che cosa contenesse per far tanta gola all’Inferno. Peccato che Lucifero non si fosse mai scomodato davvero.

David disegnava margherite. “E questo odore da dove proviene? Una foto? Un oggetto?”

Il signor Bonnet scosse violentemente la testa. “Non saprei dirle, non saprei dirle,” disse, guardando David con occhi pieni di ansia. “E’ ovunque, prende tutta la casa.”

“E quando ha iniziato a sentirlo?”

“Questa mattina.”

“Mi spieghi con precisione.” Con quella frase standard, David si assicurava mezz’ora di tranquillità durante la quale l’uomo raccontava e lui non ascoltava che una parola su due. Tanto la storia era sempre la stessa. Iniziò a colorare i quadretti del foglio di carta, uno sì e uno no, chiedendosi a quante righe sarebbe arrivato questa volta.

“Stamattina, come ogni mattina, mi sono svegliato alle sette precise, lo so perché oltre alla mia sveglia, le campane della chiesa di Saint Gervais, in Rue Barres, spaccano sempre il minuto. Ho preparato come sempre la mia colazione–“

“Un cappuccino con cioccolata, due croissant appena sfornati, fragranti e ben cotti, e del succo d’arancia,” lo anticipò Noël, che avrebbe potuto leggergli nel pensiero ma che non ne aveva affatto bisogno. Ogni resoconto del signor Bonnet iniziava con la descrizione minuziosa della sua prima colazione, che era sempre la stessa.

L’uomo lo guardò un po’ basito. “Esattamente,” balbettò. “Dice che è stato questo, a scatenare il maleficio, dico, la mia colazione? Vi è già capitato che tali pietanze fossero collegate a–“

“No,” commentò secco David, con un’occhiataccia al ragazzino, che sorrise. “Noël ha solamente una buona memoria. Vada avanti, la prego.”
Era ad appena due file di quadretti.

“Sì, dunque,” l’uomo recuperò il filo del proprio assurdo discorso e proseguì. “Inizialmente non c’ho fatto caso, vivo in un palazzo e capita spesso che dall’appartamento di fianco al mio provengano odori e rumori molesti. Così mi sono preparato per la giornata, ma l’odore pungente persisteva e mi inseguiva in sala da pranzo, in camera da letto e perfino in bagno!”

Il signor Bonnet espresse tutto il suo disappunto per la profanazione del gabinetto con un ampio gesto di entrambe le braccia, subito imitato da Noël che, per farlo, aveva interrotto momentaneamente la riorganizzazione dei suoi piercing. Ne teneva ancora uno in mano e, se David vedeva bene, era quello che di solito finiva al sopracciglio.

“Sono uscito per fare le mie commissioni, convinto che fosse una cosa momentanea ma quando sono tornato a casa l’odore era perfino peggiorato. Credo che lasciar passare del tempo non sia stata una scelta saggia,” continuò. “L’infestazione dev’essersi propagata ulteriormente. A quel punto ho deciso che fosse meglio non rientrare in casa e sono corso subito qui, ma l’agenzia era chiusa.”

David penso che non avesse l’obbligo di spiegargli il perché. “E non ha sentito nient’altro? Nessun suono, magari risate o campanelli?” Chiese. Ben otto file di quadretti. O lui era estremamente veloce a colorare o quell’uomo si faceva ogni giorno più lento. “Solo il cattivo odore?”

“Solo il cattivo odore.”

David colorò un’altra fila di quadratini. Uno sì e uno no, stando ben attento a non uscire dai bordi. Era bravissimo a fingere di valutare la situazione. Mise su un’espressione molto professionale e pensò a come cavarne le gambe senza dover perdere necessariamente il resto della giornata. In più mise in conto di dover versare dell’idraulico liquido in qualche lavandino, perché quello sembrava uno scarico intasato.

“E’ molto grave?” Chiese il signor Bonnet, inquietato dal silenzio prolungato. “Crede che sarà il caso di avvisare la Curia o l’Arcivescovado? C’è bisogno di un esorcista?”

Noël si ritrovò a pensare che l’unico esorcista di cui avessero bisogno era il film di William Friedkin del 1973 che, fra parentesi, lui e David non vedevano da almeno due anni. Si segnò mentalmente che una di quelle sere avrebbero potuto farsi una bella maratona di film horror e ridere sistematicamente delle idiozie che ognuno di essi conteneva. Con Rosemary Baby ci avevano fatto tante di quelle risate che era praticamente diventato un film comico.

“No, non credo proprio che scomoderemo il vescovo, signor Bonnet,” commentò alla fine David, con un sospiro molto rassegnato. Si alzò dalla poltrona e recuperò il cappotto. “Io e Noël verremo a dare un’occhiata di persona e risolveremo la situazione.”

Noël si trascinò fino alla propria borsa, decidendo che poteva dimostrare il proprio disappunto dando il via ad una lunga e dispendiosa discussione con Shatha via sms.
Il loro cliente li guardò entrambi con sincera gratitudine.

*

David si premurò di parcheggiare il più vicino possibile alla casa dell’uomo che per altro, precedendoli a piedi, aveva fatto prima di loro – Dio solo sapeva come. Noël si lasciò scivolare fuori dall’auto, ancora attaccato al cellulare, con il quale Shatha gli aveva fatto sapere che sarebbero potuti uscire quel fine settimana. Lui era particolarmente felice di questo, visto che non vedeva la sua migliore amica da un tempo infinitamente lungo. Tipo quattro giorni.

David scaricò dal bagagliaio una borsa di cianfrusaglie che sarebbero sicuramente servite allo scopo. Era importante mostrare al signor Bonnet quanti più attrezzi del mestiere possibile, meglio se assolutamente inutili.

“Che cosa pensi di fare?” Gli chiese Noël, dopo essersi nuovamente infilato in tasca il telefono.

“Il solito, naturalmente,” rispose David, passandogli una seconda borsa dal quale spuntavano qualche candela e un curioso oggetto ricurvo di cui, francamente, perfino lui ignorava l’utilizzo.

*

“Sei sicuro che questo funzioni?” Chiese il signor Bonnet, osservandolo con un’aria così scettica che Noël si sentì perfino un po’ offeso. In quella casa non gli si dava abbastanza fiducia, ecco cosa. E dire che era lui quello con i poteri – se si voleva escludere David e la sua strabiliante capacità di non possedere onde cerebrali. Si sedette ancora più composto e posò le mani sulle ginocchia, chiudendo gli occhi con aria molto mistica. “Abbia fiducia, signor Bonnet,” pronunciò con una finta aria da estasi spirituale. “So quello che faccio. Accenda la musica, per cortesia.”

L’uomo, seppur ancora un po’ dubbioso, fece come gli era stato detto e premette il pulsante di accensione del vecchio stereo rotondo che i due si trascinavano dietro in situazioni del genere. Nella stanza si diffusero le prime note di una canzone a caso della McKennitt che era in quel cd solo ed esclusivamente perché il cd era di Miranda. Mai – e per nessuna ragione al mondo – Noël avrebbe voluto una roba del genere nel suo iPod.

Ad ogni modo, si rilassò facendo schioccare le vertebre del collo e quindi attese l’attacco della musica per sollevarsi in piedi, con molta lentezza. Noël andava spesso a ballare in discoteca, era una cosa che gli piaceva fare non tanto per il ballo in sé – nel quale non era neanche particolarmente bravo – quanto per il fatto che l’idea di scendere in pista vestito in un certo modo e sapere, con assoluta certezza, che gli bastavano un paio di pantaloni per farsi guardare era divertente.

In quanto al ballo vero e proprio, l’anno prima era cresciuto troppo in fretta in altezza perché avesse imparato come gestire le braccia e le gambe che si ritrovava così, spesso e volentieri, un movimento sensuale diventa piuttosto goffo, o faceva cadere cose quando ancheggiava. David aveva devastato centinaia di momenti potenzialmente erotici scoppiando a ridere in malo modo.

In quel preciso momento David, che ufficialmente stava rilevando con una normalissima lente d’ingrandimento del cartolaio tracce ectoplasmatiche di rilevanza esoterica non indifferente, si fermò sulla porta per assistere alla trance mistica dell’unico vero esper dell’agenzia.

Noël chiuse gli occhi e gettò le braccia lungo i fianchi, muovendosi avanti e indietro come gli aveva visto fare centinaia di volte, andandolo a prendere la notte alle due – o peggio quando Noël lo trascinava a ballare e quindi a subire la tortura fisica dei suoi strusciamenti per molte ore e troppi pochi alcolici.

Mentre David sembrava particolarmente attratto dall’ancheggiare perpetuo dei fianchi del suo assistente, il signor Bonnet non era altrettanto convinto. “Che cosa sta facendo?” Sussurrò, avvicinandosi all’uomo.

“Chiama a raccolta gli spiriti,” inventò sul momento David, trattenendo a stento una risatina quando uno dei volteggi di Noël quasi buttò giù dal mobile la riproduzione di un vaso Ming, nel quale un anno prima avevano finto di trovare una maledizione che giustificasse in maniera paranormale un normalissimo calo della corrente elettrica.

“E questo a cosa dovrebbe servire?”

David non staccava gli occhi di dosso da Noël, agitando a casaccio la lente nell’altra mano per dimostrare di stare continuando a cercare tracce ectoplasmatiche. “Li riunirà tutti qui e poi li annienteremo, immagino,” commentò per niente interessato. Trattenne a stento una risatina quando Noël perse visibilmente il ritmo e per almeno due minuti si mosse assolutamente fuori tempo, infilando un piede sul sottovaso di una pianta, rischiando di ribaltarlo.

Il moro aprì un occhio e lo vide sghignazzare. “David, quei residui ectoplasmatici?” Chiese. “Li vogliamo trovare o vuoi venire tu a richiamare gli spiriti?”

“Vado, vado,” borbottò l’uomo, riprendendo l’inutile ricerca.

Loreena McKennitt, a quel punto, aveva ampiamente finito di cantare così, prima che iniziasse di nuovo a farlo – non pensava di poter reggere due canzoni di fila – Noël decise che era tempo che il signor Bonnet facesse qualcosa per la sua casa.

“Signor Bonnet, venga qui,” disse, aprendo gli occhi di scatto, “mi dia una mano.”

L’uomo obbedì, colto di sorpresa. In due anni che chiedeva loro aiuto questa era la prima volta che gli chiedevano di fare qualcosa. “Sì?”

Noël tirò fuori dalla borsa un tappetino bianco arrotolato e lo svolse a terra, nel bel mezzo del soggiorno, dopo aver spostato un tavolino da caffé così assurdamente atroce che si chiese se non fosse il caso di dare la colpa a quello e quindi distruggerlo inventandosi un sacro martello di Thor o robe simili per farlo a pezzi.

”Che cos’è?” Gli chiese subito il loro cliente, quando ebbe finito di sistemare.

Il tappetino in questione era bianco con una serie di enormi pallini colorati sopra. Accanto ad esso, Noël aveva posizionato un piccolo rettangolo di carta con una freccia sopra. “E’ un tappetino mistico di richiamo ectoplasmatico mediante l’utilizzo del corpo terreno.”

L’uomo sembrò molto colpito, così Noël si legò i capelli in un codino basso e proseguì. “Dal momento che questa è la sua casa e che palesemente gli spiriti stanno cercando di comunicare con lei, in qualche modo…”

“Con me?”

”Sì , con lei,” ripeté il ragazzo. “Gli spiriti vogliono sempre comunicare, non lo sapeva? Comunque, visto che la casa è sua, credo che il suo corpo sarebbe un buon catalizzatore per l’energie psichiche.”

Qualunque cosa fossero, pensò Noël. In ogni caso, il corpo del signor Bonnet sarebbe stato un buon catalizzatore per qualunque cosa visto che era oggettivamente qualcosa di enorme.

“Tu dici?”

”Dico sì,” insistette Noël. “Ora per cortesia, faccia girare la freccia…hum… mistica.”

Il signor Bonnet sembrava dubitare che quel tappetino in vinile potesse in qualche modo liberarlo dagli spiriti ma dall’ultima volta che Noël gli aveva sbraitato contro isterico non osava più davvero mettere bocca, così fece girare la freccia.

“Bene. Piede destro sul giallo, mano sinistra sul blu. Coraggio,” il ragazzino indicò il tappeto.

Il signor Bonnet si piegò con uno sforzo tremendo e con la stoffa dei pantaloni che gli tirava pericolosamente sul sedere. “Così?”

“Giri di nuovo la freccia,” esclamò impietoso Noël. L’uomo obbedì di nuovo. “Mano destra sul rosso e piede sinistro sul blu,” decretò il moro.

”Non credo di riuscirci, Noël.”

Il ragazzino lo guardò molto seriamente. “Vuole forse che le forze mistiche infernali abbiano il sopravvento?”

”No certo che no!”

”E allora coraggio. Mano destra sul rosso…”

*

L’odore di cui andava lamentandosi quell’uomo, era effettivamente fortissimo.
Se le narici di David non fossero state perfettamente in grado di decifrare puzza di marcio, l’uomo avrebbe davvero finito col credere che ci fosse un non morto in giro per quelle quattro stanze.

Il suo primo obbiettivo fu ovviamente il frigorifero ma all’interno, a parte quattro ripiani di cibarie riposte in maniera maniacale dentro contenitori in plastica col tappo ermetico, non c’era assolutamente niente di anormale. Così passò al lavandino che scintillava e al forno che era così pulito da dare l’idea che non fosse mai stato usato. La pattumiera era stata svuotata. Eppure l’odore veniva da lì.
Alla fine lo fulminò il colpo di genio e si stese sul pavimento, recuperando la torcia elettrica dalla propria borsa. A furia di scrutare sotto i mobili, ne venne fuori rotolando un limone così marrone che David non volle chiedersi da quanto, esattamente, marcisse sotto il lavello della cucina. Lo buttò nel cestino, chiuse il sacchetto che ficcò in un altro sacchetto, per poi trascinare tutto quanto in salotto, dove trovò il signor Bonnet annodato tra un pallino blu, uno rosso, e due gialli con Noël che lo costringeva a contorsioni folli con il cipiglio da generale della Wehrmacht.

“Che cosa…cavolo..”

Noël gli sorrise angelico. “Richiamo ectoplasmatico mediante corpo terreno... o qualcosa di simile, comunque,” lo liquidò agitando la mano con noncuranza. E mentre il signor Bonnet si contorceva alle sue spalle, chiese: “Lo hai trovato questo benedetto spirito o devo tirare fuori anche Indovina chi e Pictionary?”

David sollevò il suo sacchetto della spazzatura. Mimò le parole limone marcio, quindi sorrise in direzione dell’uomo che stava per essere stroncato da un infarto sul pavimento del proprio soggiorno.
“Signor Bonnet, abbiamo risolto il problema,” esclamò felice.

“D-davvero?”

”Sì, si tiri pure su in piedi, ecco, le do una mano,” David lo aiutò a rimettersi in piedi, lanciando un’occhiataccia a Noël che alzò gli occhi al cielo, incrociando le braccia.

“Lo spirito è lì dentro?”

“Più o meno,” fu la risposta.

“Bene, bene,” l’uomo annuì a se stesso, come cercando di convincersi che non sarebbe morto di lì a poco per un intervento demoniaco. “Per il compenso?”

”Le faremo avere la fattura” rispose. “Abbiamo già i suoi dati.”

“Ottimo, ottimo,” borbottò ancora l’uomo.

Lasciarono la casa che era ancora intento a fissare il vuoto e David sospettava fosse per il sangue che gli era andato alla testa grazie alla grande trovata di Noël.

*

Noël non aveva neanche richiuso la portiera dell’auto che già si stava lamentando del tempo perso. “Dovremmo dire a quell’uomo che gli spiriti, in due anni, non lo hanno mai considerato nemmeno di striscio. E’ ora che se ne faccia una ragione, non possiamo mica continuare a pulirgli casa ogni due settimane!”

“Con i soldi che ci deve anche questo mese, forse riusciamo ad andare in Italia per Natale,” commentò David, mettendo in moto.

Gli occhi di Noël divennero due perline luminose. Sognava quel viaggio in Italia da quasi tre anni. David gli aveva promesso di portarcelo – di portarlo in un posto in cui non era mai stato con nessun altro prima e lui aveva scelto l’Italia – ma non erano mai riusciti a mettere via abbastanza soldi per partire.

“Oh d’accordo allora. Tra quindici giorni veniamo noi, qui, di nostra spontanea iniziativa e ci inventiamo un poltergeist qualunque, tipo, non so, il famoso fantasma della frutta nel bidoncino dell’umido o una roba simile e…”

David lo interruppe mettendosi a ridere. “Lo so che ci tieni ad andare in Italia.”

“Non è per l’Italia.”

“Lo so, NouNou,” David gli accarezzò il viso dopo aver cambiato la marcia. “E ci andremo, promesso.”

Noël stava per rispondere che lo sapeva, quando il telefono di David si mise a squillare, spandendo nell’abitacolo le note di una vergognosa Madonna degli anni d’oro. Noël si mise a canticchiare secondo la melodia mentre recuperava il suo telefono per rispondere agli otto messaggi che gli erano arrivati mentre erano a casa del signor Bonnet.

La discussione di David fu piuttosto breve e, quando l’uomo riattaccò, aveva un mezzo sorriso sul viso.
”Beh?” Commentò Noël, fra un T9 e l’altro. “Chi era?”

“L’Antiquario, dice che ha trovato il contatto che ci serve,” rispose. “Si farà vivo lui.”

“Ottimo!” Cinguettò il ragazzino. “Questo fa di noi due persone fortunate e di me, in particolare, un ragazzo libero finché questo non chiama. Mi dai uno strappo fino a casa di Mathis, per favore?”

“Pensavo che avremmo pranzato insieme.”

Noël gli dedicò il suo miglior paio di occhioni. “Volevamo andare al nuovo negozio underground che hanno aperto in centro, solo che poi lui alle sei deve andare in palestra e quindi dobbiamo muoverci, perché se prendiamo la metro subito dopo pranzo, e comunque il negozio apre alle quattro, non ci resta abbastanza tempo per girarlo tutto. Lo sai com’è fatto Mathis che deve…”

“Okay, vai, mi hai già stordito a sufficienza,” David s’immise sul viale. “Almeno per cena sei a casa?”

“Sette in punto,” annuì convinto.

“Quindi per le nove meno un quarto dovresti essere a casa, perfetto.”
Noël gli fece la linguaccia.

*

Alle nove spaccate, David sentì la campanella sulla porta dell'ufficio tintinnare gioiosamente e seppe di poter buttare la pasta. Dopo quattro anni di tagliatelle italiane - comprate dal signor Luigi che le faceva a mano per il suo ristorante l'Osteria, in rue de Sévigné - aveva imparato che doveva buttare la pasta soltanto quando Noël era già in casa e possibilmente già seduto a tavola a giocare con la forchetta mentre guardava distrattamente il canale musicale alla televisione. Al massimo poteva buttarla mentre Noël si toglieva il cappotto - ma era rischioso anche lì, perché il ragazzino poteva aver deciso di fare la doccia prima di cena. In ogni caso mai, ma proprio mai, buttarla tenendo in conto l'ora in cui Noël si supponeva dovesse arrivare. Men che mai se quell'orario te lo aveva dato lui, spontaneamente, chiamandoti e dicendoti che sarebbe stato lì nel giro di dieci minuti. Quella telefonata l'aveva ricevuta quattro ore prima, per dire. David si affacciò nel corridoio, dove Noël era passato sfrecciando. "Mangi subito?"

"E' pronto?" Arrivò dalla camera.

"Il tempo di buttare la pasta."

"Okay, allora sì," Noël uscì dalla camera da letto, per poi appoggiarsi allo stipite della porta e tirarsi su uno dei calzettoni che gli era sceso fino alle caviglie. Nell'altra mano aveva già il cellulare. Se non era attaccato all'iPod, al computer, o non stava già ciarlando con uno dei suoi innumerevoli amici di persona, allora lo stava facendo per telefono.

David sospirò, quindi tornò in cucina a girare le sue tagliatelle, in attesa che il principino si decidesse a prestargli attenzione. Intanto, poteva accendere la radio. Quando Noël lo raggiunse, lo fece sulle note d'inizio di Stand By Me e David perse la testa.

"Sai che oggi..." Noël si fermò di fronte ad un David che gli si avvicinava sugli accordi di chitarra, con un mestolo in mano a fargli da microfono. "David?"

"When the night has come, and the land is dark," rispose lui, andando perfettamente a tempo con la musica ma senza essere particolarmente intonato. A David piaceva la musica ma non era stato proprio graziato dal dono, ecco. "And the moon is the only light we'll see."

Noël gli dedicò un'occhiata molto interrogativa, con un sopracciglio sollevato da manuale e lo osservò con diffidenza mentre si avvicinava cantando e lo prendeva per i polsi.
"No I won't be afraid, no I won't be afraid," continuò l'uomo, convintissimo, trascinandolo in mezzo alla cucina, con il sottofondo della pasta che bolliva. "Just as long as you stand, stand by me."

“Okay,” Noël lo guardava neanche avesse davanti un pazzo da ricovero in manicomio. “Credo che sia l’ora che tu la smetta con tutto quel guaranà, ti dà evidentemente alla testa.”

And darlin', darlin', stand by me, oh now now stand by me.
Nonostante le sue perplessità, David lo fece girare e aveva una faccia così convinta che Noël non riuscì a trattenere una risatina. “Ti sei drogato di nuovo, David?” Scherzò. “Guarda che dovrebbe essere il contrario. Dovrei farmele io le canne e tu dovresti…ah!” Noël si ritrovò coinvolto suo malgrado in un casque, con David che cantava molto preso nel suo mestolo di legno, incapace anche lui di rimanere serio. “Sei un cretino,” commentò Noël, baciandolo.

David stava per replicare che una buona dose dei suoi neuroni bruciati era dovuta alla sua costante presenza in casa quando qualcosa si schiantò contro la finestra della cucina, ruppe il vetro e mancò la pentola della pasta di qualche centimetro soltanto.

Noël guardò allarmato alle spalle di David, che tirò su entrambi velocemente. “Che diavolo è stato?”

“La finestra,” mormorò Noël, avvicinandosi al vetro rotto.

“Stai lontano da lì,” lo ammonì l’uomo. “Vieni via. Stai indietro.”

Noël fece come gli era stato detto e guardò di nuovo la finestra quindi osservò David che cercava la causa della rottura del vetro. “Che cos’è?” Chiese poi, quando lo vide rovistare dietro le pentole, dopo aver chiuso il fuoco.

“Un sasso,” fu la risposta.

“Un sasso?” Noël dimenticò qualsiasi divieto e si avvicinò a David per controllare. Tra le mani dell’uomo c’era un sasso rotondo con un pezzo di carta stropicciato legato intorno. “E’ un messaggio?”
David annuì, svolgendolo.

“Andiamo, ma dove siamo? Non lo sa questa gente che esiste la posta elettronica?” Commentò il ragazzino, più oltraggiato da questa mancanza di stile che non per il sasso in sé. “Che cosa dice?”

“E’ il tipo del libro, vuole che ci troviamo domani al bar del parco.”

*

Il giorno successivo, i due si presentarono all’appuntamento all’ora prefissata nonostante David avesse trascorso ben quaranta minuti a convincere Noël a non presentarsi – è troppo pericoloso! – fallendo miseramente. Noël era troppo intrigato dall’idea di vedere in faccia uno che, nell’era digitale, ancora ti contattava spaccandoti il vetro della finestra.

“Secondo me non viene…” commentò distrattamente, bevendo un sorso con la cannuccia dal suo frullato alla fragola. “O magari ce lo vediamo arrivare con naso e baffi finti.”

“A me questa cosa innervosisce invece.”

“Tu sei sempre nervoso, amore,” commentò Noël. Quindi lanciò un sorrisino al cameriere che era venuto a recuperare i soldi della loro ordinazione e che aveva passato l’ultima mezz’ora a chiedersi in primo luogo se lui fosse un maschio o una femmina e, nel caso si trattasse della prima ipotesi, se stessero insieme oppure no. La qual cosa, tanto per cambiare, sembrava fargli molto ribrezzo. “In ogni caso, se se lo sta chiedendo, e se lo sta chiedendo perché lo vedo dal suo bel faccino pieno di dubbi, sono un maschio.”

“Noël…” David sospirò, mentre il cameriere si allontanava molto in imbarazzo. “Non puoi proprio farne a meno, eh?”

Il ragazzino bevve un altro sorso di frullato e si calcò meglio gli occhiali da sole sul naso. “Finché la gente si ostinerà a guardarci come un fenomeni da baraccone…”

David sospirò, con lui era una battaglia persa. Noël non poteva semplicemente fregarsene, doveva sempre dire la sua e far sentire le persone in imbarazzo. Non sopportava l’idea che ci fosse qualcuno nel mondo che si sentisse in diritto di giudicare lui, David o quello che erano. Il che, da una parte, era decisamente tenero ma alle volte non si sopportava. Tanto più che se la prendeva veramente in maniera gravissima. David aveva perso il conto delle volte in cui aveva dovuto trascinarlo via che ancora agitava il pugno verso un povero malcapitato che aveva avuto la sfortuna di posare gli occhi su di loro in una maniera che a Noël non piaceva.

La discussione sarebbe andata avanti per un’altra mezz’ora buona se mentre erano intenti a parlare tra di loro qualcuno non si fosse seduto al loro tavolo. “Ho poco tempo,” esordì.

Ci fu una attimo di stasi in cui i due si chiesero da dove fosse spuntato fuori quell’uomo non più giovanissimo che adesso sedeva con loro.

“Ehm,” David si schiarì la voce. “E lei sarebbe…?”

“Sono il vostro contatto,” rispose l’uomo che – effettivamente – si nascondeva dietro le lenti scure di un paio di occhiali da sole e teneva le mani in tasca, quasi a nasconderle. A Noël non sfuggirono le tre cicatrici sul viso e il fatto che dietro quelle lenti li stesse osservando entrambi. La prima cosa che fece, ovviamente, fu frugargli nella testa ma tutto ciò che vi trovò furono immagini confuse senza alcun senso e anche a volersi sforzare di trovargliene uno, non gli dicevano assolutamente niente. Lanciò un’occhiata a David che lo stava già guardando in cerca di una risposta ma non ne aveva da dare, così scosse la testa e si strinse nelle spalle.

“Il suo nome?” Chiese David.

L’uomo scosse la testa. “Non ha veramente importanza, signor Maier,” fu la risposta. “Mi chiami pure come preferisce.”

“Qualunque sia il suo nome, mi fa piacere incontrarla, alla fine,” commentò David. “Mi deve circa duecento euro per il vetro della finestra che mi ha rotto.”

Noël scoppiò a ridere ma smise all’istante quando l’uomo si voltò verso di lui e si sentì il suo sguardo addosso. “Tu sei capace di cose molto speciali, bambino.”

Noël era troppo sorpreso di essere stato scoperto così da un altro essere umano per indispettirsi sull’appellativo che di certo non gli si addiceva. “Chi è lei?”

“Il libro che avete trovato è pericoloso,” esclamò l’uomo, ignorando completamente la domanda. “Non è a voi che è destinato.”

“Di che cosa si tratta?” Chiese ancora David.

“Non c’è tempo,” ripeté l’uomo. “Gli eventi stanno per compiersi, signor Maier. E adesso più che mai quel libro dev’essere tenuto lontano da mani sbagliate. Deve restituirmelo.”

“E lei deve dirmi perché qua dentro una ragazzina di dodici anni è riuscita a trovare ed usare un incantesimo di necromanzia.”

Sul volto color caramello si aprì un leggero sorriso. “Quello non è merito del libro,” sussurrò.
Fu allora che arrivò una fitta, così dolorosamente simile alla prima di nemmeno un mese prima. Noël sentì la puntura nel cervello e quel breve colpo allo stomaco che lo piegò in due.

>Il libro non ha nessuna importanza.<
>Uccidete l’haitiano<

Nonostante ci fosse già passato, non riusciva a controllarlo. I pensieri gli arrivavano tutti quanti insieme, come quando era piccolo, come quando quella sua abilità si era palesata per la prima volta. Il pulsare costante delle informazioni che lo raggiungevano era sempre lo stesso, una frequenza che gli sembrava di conoscere, che aveva certamente già sentito non solo a casa di Jean Claude, ma anche prima. Molto, molto prima. O forse altrove e per altri motivi.

>Non ha fatto niente.<
>Colpite l’haitiano.<

>Di nuovo loro.<
>Signore, che cosa facciamo?<

>Lasciateli perdere, non ora. L’haitiano è più importante.<
>Sparate all’haitiano.<

Noël allungò una mano ad annaspare nell’aria. Una parte del suo cervello era consapevole del fatto che stesse ancora respirando ma tutto il resto di lui sentiva la mancanza dell’aria, come se stesse annegando. Un effetto collaterale del concentrarsi esclusivamente sui pensieri che arrivavano a frotte per sbarrare loro la strada e, contemporaneamente, cercare di isolarne alcuni e di seguire una conversazione che sapeva essere importante.

>Capitano?<
>Pronti.<
>Non possiamo. E’ un essere umano.<

Sentì David chiamarlo da qualche parte alla sua sinistra e sentì che lo prendeva in braccio, forse, non ne era proprio sicuro. Stavano per sparare e se gli haitiani erano di colore – lui non lo sapeva – allora forse stavano per perdere un testimone. Di cosa, poi? “David…”
Allungò una mano, sperando di allungarla davvero e David gli afferrò la mano. “Va tutto bene, ce ne andiamo a casa e…”

>Fuoco.<
>Cazzo.<

La debole barriera che aveva posto ad arginare i pensieri che venivano da chissà dove e da chissà chi, s’infranse sul suono di un colpo col silenziatore. Uno sbuffo, come di aria compressa, e poi il rotolare continuo di decine di pensieri e voci diverse, e l’unica che fosse riuscito a seguire si perse in un mare di cento altre grida. David forse lo stava sollevando.
“Ce la fai a camminare?”
“… eh?”

>… Ehi, stai bene?<
>Non esattamente.<
>Sei pallido, non ti facevo così impressionabile.<
>E’ sempre quel fottuto mal di testa<.
>Devi farti vedere.<
>Sto bene. E’ solo un mal di testa.<


“Noël, guardami…” si sentì muovere la testa. David gli teneva il mento stretto tra due dita, forse. “Apri gli occhi, ascoltami. Ce la fai a camminare?”
Lasciò ricadere la testa e David lo prese per un sì. Ma non sapeva se fosse davvero in grado di camminare. Il mondo reale stava entrando a forza nei suoi pensieri tutto quanto insieme, tutto quanto allo stesso momento e lui aveva voglia solo di dormire. Quella voce non c’era più e non poteva seguirla. Non poteva…

>Qui abbiamo finito.<
>Già, finito.<
>Cosa c’è? Non è la prima volta.<
>Uccidere i mostri si, ma gli esseri ...<

“… umani no. Non mi piace.”
David si fermò non appena fu sicuro che fossero abbastanza lontani dal parco e dal cadavere dell’uomo. Il bar era quasi vuoto e il parco era abbastanza grande perché tutti quelli che erano venuti a passarci un po’ di tempo al fresco fossero tutti concentrarti nello stesso punto.

“Che cos’hai detto?”

Gli occhi di Noël erano ancora un po’ fuori fuoco. “Uccidere i mostri sì, ma gli esseri umani no. Non mi piace.” E poi decise che era stanco.


*

“Sei sicuro di non voler andare in ospedale?” Chiese David per la milionesima volta in cinque minuti,mentre gli passava la tazza di cioccolata.

“Sono mai stato sicuro di volerci assolutamente andare?” Sorrise furbo Noël. “Andiamo, sto bene. E’ tutto finito.”

“Il punto è che non sarebbe mai dovuto neanche iniziare,” insistette l’uomo, tornando a sedersi accanto a lui sul letto. Questi mancamenti che hai non sono normali, NouNou.”

“Non sono mancamenti, è questo il punto,” il ragazzino bevve un sorso di cioccolata e poi si passò la lingua sulle labbra, rimuginando fra sé e sé. “C’è qualcosa che mi crea problemi con la telepatia. Non so cos’é. Quel freno che di solito riesco a mettere scompare e siamo da capo. Tutti i pensieri insieme, come niente. E mi va in pappa il cervello. E’ tutto lì il problema, devo capire cosa mi leva il blocco.”

David si ritrovò ad annuire. “Quella cosa che hai detto, era un pensiero dell’uomo?”

“No,” Noël scosse la testa. “Veniva da un’altra parte ma…”

“Ma?”

“Conoscevo quella voce. L’ho già sentita,” si strinse nelle spalle. “Credo sia quella che mi ha dato problemi con il vampiro.”

David sospirò e si scrocchiò il collo per poi appoggiarsi alla testata del letto e accogliere Noël che gli si accoccolava sullo stomaco. “Tutta questa faccenda comincia ad assumere toni inquietanti.”

“Il fatto che qualunque persona che divida il tavolo con noi finisca morto ammazzato? Sì, lo penso anche io,” annuì il moro. “Non è che meniamo un po’ sfiga?”

A David sfuggì una risata. “Cerchiamo di essere seri, per una volta?”

Noël si rigirò per guardarlo in faccia. “E’ evidente che quel libro c’entri qualcosa.”

“Chiaro.”

“E che chiunque ha ammazzato l’haitiano, ha ammazzato anche Jean Claude perché io ho sentito la stessa voce.”

“Chi è l’haitiano?”

“Il tipo che ci doveva duecento euro,” asserì il ragazzino. “E’ così che lo hanno chiamato. L’haitiano.”

“Oh, okay.”

Rimasero in silenzio per qualche istante. “E da tutto questo cosa ne deduciamo?” Chiese Noël alla fine.

“Non ne ho la più pallida idea.”




Note:
Volevamo dirvi qualcosa di sensato ma come al solito è tardissimo e dobbiamo ancora fare diecimila cose prima di riuscire ad aggiornare il sito con questo capitolo, quindi, in definitiva, saremo brevi. Speriamo che non vi siate affezionati troppo all'haitiano. Prima o poi la finiremo di ammazzare la gente che vi presentiamo amabilmente ad inizio capitolo. Davvero, giuro. Qualcuno lo faremo vivere. Cos'altro? Il ristorante citato esiste davvero, noi però non lo sappiamo se il padrone del posto si chiama Luigi. Non sappiamo nemmeno se sia italiano. Sì ma, ad un certo punto, anche chi se ne frega, no? =P Vi abbiamo raccontato un po' di più (un bel po' di più) sul corpo di Noel. E sulla vita di Noel. E sulle abitudini di Noel. E Yulin si lamenta tanterrimo che di David non si sa nulla. Vero. Si saprà. Saprete. Sapremo tutto. Abbiate fede. Chiudiamo con la risposta ad una domanda che Haru ci ha fatto nel commento ad un capitolo (ma non ricordiamo quale): il nome Shatha si pronuncia Sciàta. Noi Abbiamo deciso così.

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