"Non ci pensare nemmeno!" Noël scosse la testa, il viso semi-nascosto nel bicchiere di carta. Le fece segno di girare sui tacchi e rispedì Shatha indietro nel camerino. "Quei jeans verde pisello non andrebbero bene con nessuno dei tuoi maglioni."

"Neanche con quello giallo?" Provò Shatha da dentro il minuscolo spogliatoio, in un altro disperato tentativo di convincerlo ad approvare.

"Meno che mai con quello giallo," commentò Noël, bevendo un altro sorso d'acqua. "Perchè invece non ti provi la gonna azzurra che abbiamo visto prima?"

"E' troppo corta, Noël," sbuffò la ragazza.

"Prima o poi dovrai pure farle vedere quelle gambe, no?" Esclamò il ragazzo, seduto sulle poltroncine fuori dai camerini, in attesa che l'amica provasse gli abiti che aveva scelto. Lui aveva già comprato più di quanto si fosse imposto di fare e nelle sue borse erano già accuratamente ripiegati tre maglioni, due maglie, un paio di pantaloni e tre cappelli. Se Shatha si sbrigava, forse sarebbe riuscito a dare un'occhiata anche ad un paio di stivali nella vetrina del negozio a fianco ma erano lì già da quattro ore e non poteva tirare oltre la corda con David, che lo rivoleva a casa da lì a venti minuti.

"Sì certo, magari non a tutti quelli che incrocio per strada, tu che dici?" Commentò Shatha, uscendo dal camerino con in mano i pantaloni verde pisello già dolorosamente ripiegati per essere riposti sul loro scaffale.

"Ce n'era una abbastanza lunga," ragionò Noël. "... beh? Che c'è?"

Shatha lo stava fissando con l'occhio vagamente catatonico. Aveva aperto la bocca ma non ne era uscito alcun suono, il risultato era che adesso se ne stava lì immobile - come in preda ad un colpo apoplettico - e lo indicava col braccino tremulo.

"Shatha, cos'è? Ho qualcosa sulla faccia?" Chiese il ragazzo e si toccò le guance cercando di capire. Gli passò anche per il cervello di tirare fuori lo specchietto dalla tracolla, ma c'erano cose che faceva solo quando rimaneva senza alternative.

La tunisina scosse la testa. "Tu... la tua... cioè..."

Noël sollevò un sopracciglio scuro. "Okay, prova di nuovo. So che ce la puoi fare," disse ironico. Poi si schiarì la gola, perchè la voce gli era uscita un po' troppo stridula perfino per lui. "Mi sa che mi sta venendo l'influenza..."

"Io non credo .... E' meglio se guardi." Shatha lo afferrò per un braccio, quindi lo spinse nel camerino, in modo che si guardasse allo specchio.

Noël rimase quattro secondi in silenzio a fissare la propria immagine riflessa. "Decisamente non è influenza," fu la prima cosa che disse. E poi urlò.

Aveva le tette, e tutto ciò che veniva con esse.


La Pucelle de Paris


Quattro ore prima. Casa Maier-Lefevre.

Noël era disteso sul tappeto del salotto, le gambe ciondoloni dietro la schiena, mentre David, seduto sulla poltrona poco distante, leggeva il Süddeutsche Zeitung borbottando di tanto in tanto qualcosa nella sua lingua madre. Noël capiva solo una parola su cinque, ancora, ma gli piaceva sentirlo parlare in tedesco.

Tornò a guardare le due paginate di esercizi di matematica e sbuffò. Odiava quella materia come poche altre cose in vita sua: era inutile e troppo razionale. Lui si trovava molto più a suo agio con le parole, cioè quando non aveva la necessità di seguire delle regole fisse e il cervello doveva usarlo solo per mettere su carta le sensazioni e i pensieri, e non per mettere in croce due alfa e due beta che non volevano dire niente.

"E' incredibile," borbottò David, perso tra le pagine della politica interna. "Ancora con questa storia."

Noël si mise a mordicchiare la matita mentre lo ascoltava sproloquiare in tedesco. Riconobbe la parola governo e cancelliere, ma non molto altro. Frugò nella propria testa alla ricerca delle parole giuste e poi, in tedesco, provò a chiedere: "Che cosa stai leggendo?"

David sollevò lo sguardo dal giornale e lo guardò sorpreso. Non si aspettava di sentire qualcuno parlare tedesco; non si era nemmeno accorto di farlo lui.
"Ho sbagliato qualcosa?" Chiese Noël in francese, vedendo che non rispondeva.

David scosse la testa. "No, anzi..." sorrise. "Fra un po' non avremo più bisogno di parlare francese."

"Ti piacerebbe!" Noël gli fece la linguaccia e non riuscì a schivare il cuscino che David gli aveva appena tirato dietro e che lo prese in pieno in testa. "Brutto...!"

Noël afferrò al volo un cuscino del divano e cominciò a picchiarlo con quello, ridendo quando David finì per armarsi a sua volta e scendere sul tappeto per tirargliele meglio. I cuscini del divano erano pieni e pesanti, e facevano un rumore morbido quando impattavano. "Arrenditi, teutonico!" Rise. "Non hai più l'età."

"Come osi!" David gli si avventò contro con un po' più di forza. Mandò il suo cuscino a volare dall'altra parte del salotto e lo stese sul tappeto, inchiodandolo a terra. "Ti arrendi?"

"No mai," rise il ragazzino, sollevando il naso in aria e guardandolo con aria di sfida. "Noi francesi siamo un popolo fiero!"

"Sembra che dovrò costringerti, allora," sospirò l'uomo, sorridendo altrettanto.

"Mhm-mh," annuì il moro.

David si chinò a baciarlo ma non fece in tempo a sfiorargli le labbra che suonò il telefono. Noël imprecò, riappoggiando la testa sul tappeto mentre David si alzava di malavoglia a rispondere. "Mamma," esclamò, fingendo entusiasmo.

"Merdamerdamerda," Noël continuò a borbottare, sempre in terra, mentre David prendeva a camminare avanti e indietro per il salotto con il cordless in mano, blaterando in tedesco senza prendere un solo respiro. Noël sapeva per esperienza che le telefonate della signora Maier avevano una durata minima di un'ora e mezzo. Una volta, quando gli era capitato di rispondere al telefono al posto di David, la signora era riuscita ad incastrarlo per quaranta minuti in una conversazione fatta soltanto delle parole tedesche che anche lui conosceva. Era stato un miracolo di linguistica non indifferente, quella donna era un genio del male. Non avrebbe dovuto essere possibile, a livello di logica, parlare per più di dieci minuti di Pretzel conoscendo soltanto la forma presente di tre verbi regolari.

Guardò l'orologio appeso al muro che da almeno quattro anni era indietro di un quarto d'ora e si rese conto di essere in ritardo. Rotolò sullo stomaco e mise via i libri il più in fretta possibile, infilando le penne a casaccio nell'astuccio. Aveva fissato con Shatha per le tre e mezzo e lei, come il resto di ogni persona normale che lo circondava, era particolarmente puntuale e non sopportava di dover aspettare più del dovuto.

Recuperò tutto da terra e lo infilò a caso nel mobile del salotto in cui teneva tutte le sue cose di scuola, quindi si specchiò nella vetrina della credenza di nonna Maier che era arrivata direttamente dalla Germania con il corriere, due anni prima, alla morte della buon anima. David aveva altri tre fratelli e a nessuno era toccato un pezzo di mobilia peggiore di quello. Sua nonna doveva odiarlo. Noël sospirò di fronte alla propria immagine riflessa e per niente affatto in ordine. Aveva lisciato i capelli quella mattina dopo la doccia, ma era giugno, faceva caldo e continuavano ad arricciarsi in fondo con il sudore. La frangia era tutta scombinata e non c'era verso di farla stare come doveva. Pescò un elastico dal retro dei jeans e si fece una coda bassa, la frangia avrebbe dovuto restare così com'era.

"Mamma, scusa un attimo," stava dicendo David. L'uomo tappò la cornetta con una mano e guardò in direzione di Noël. "NouNou dove stai andando?"

Noël spostò il piercing al labbro con i denti, mentre si infilava in tasca le gomme da masticare e recuperava la tracolla. "Esco con Shatha," rispose. "Andiamo all'inaugurazione di quel nuovo Centro Commerciale fuori città."

"Noël, non credo proprio sia il caso," commentò David, tentando di mantener un tono di voce ragionevole.

"E' venerdì pomeriggio," gli fece notare il ragazzo.

"E hai un esame lunedì," gli disse di rimando David. "Sarebbe meglio che tu stessi in casa a ripassare, non pensi?"

"No, non penso," replicò il moro, sistemandosi la tracolla. "Sono tre settimane che ripasso, so i libri a memoria. Voglio uscire."

David disse qualcosa a sua madre, un qualcosa che probabilmente significava 'Ti richiamo dopo', e riattaccò per discutere meglio. "Gli esami di fine anno non sono da prendere sotto gamba. Lo sai che non sono mai amichevoli con chi non frequenta."

"Beh non è il primo esame che dò, ti pare?" Commentò l'altro, mentre scendeva le scale come se David non gli avesse appena detto di rimanere in casa. "L'anno scorso è andata benissimo. Mi conoscono, sanno che sono un genio..."

"... un genio che non va d'accordo con storia e matematica," gli fece notare David, andandogli dietro fino in ufficio.

Il loro appartamento si trovava esattamente sopra la Paranormal Parisienne e vi si accedeva solo attraverso l'ufficio, oppure attraverso il garage che però era sempre chiuso per via della camera oscura. Una scala interna saliva dall'ufficio fino all'appartamento, permettendo loro di muoversi dall'uno all'altro senza problemi. "La sufficienza basta e avanza," borbottò Noël, trafficando con il suo portachiavi dal quale pendeva ogni genere di ammennicolo oltre alle chiavi di casa. Aprì la porta, facendo tintinnare la campanella.

"Magari con un altro po' di esercizi potresti prendere qualcosa di più," tentò David. "Hai voti molto alti nelle altre materie."

"Odio la matematica, David," rispose e poi ghignò. "E poi non mi sembra che stessimo studiando quando è suonato il telefono."

David tossicchiò, chiedendosi perché il moro finisse sempre per avere la meglio. Forse perché lui era palesemente un uomo di panna. "Noël, potremmo almeno discuterne?" Chiese. Il moro sbuffò, ma si fermò sulla porta, guardandolo senza dire una parola, come a chiedergli di continuare. "Il centro commerciale è a più di mezz'ora da qui, a che ora torni?"

"Non lo so, a cena, credo," rispose. Poi lo guardò con la faccia che tirava fuori ogni volta che David lasciava la confortevole zona dell'amante per introdursi in quella del sostituto padre/tutore quasi legale. Noël aveva già una famiglia adottiva, con una padre e una madre che non s'impicciavano mai degli affari suoi, e gli andava bene così. David era carino a preoccuparsi, ma certe volte la cosa si faceva scomoda.

David dovette rendersi conto di aver passato il limite. Per quanto si sentisse profondamente responsabile, aveva ben pochi diritti di fargli da padre. Non nel senso stretto del termine, per lo meno. Insomma, poteva proteggerlo e dargli consigli, ma non metterlo in punizione se non faceva gli esercizi di matematica. Sospirò. "Mi chiami se ceni fuori?" Chiese.

Noël annuì, quindi tornò dentro a baciarlo, prima di sparire per le strade di Parigi con l'ipod nelle orecchie.

*

"Dove sei?" Chiese Noël, non appena Shatha rispose al telefono. Il moro si guardava intorno, cercando di scorgere la testa velata dell'amica. Era di fronte all'entrata del centro commerciale sul quale uno striscione di sei metri ne annunciava l'inaugurazione.

"Secondo te?" Rispose lei, la voce sostenuta. "Sono entrata, visto che sei in ritardo di un'ora!"

Noël sbuffò, infilandosi tra le porte automatiche. "Potevi anche aspettarmi," esclamò. "Non è colpa mia se il pullman ha trovato traffico."

"No, ma è sicuramente colpa tua se lo hai preso con mezz'ora di ritardo," ritorse lei.

La pubblicità non mentiva, stavolta. Il posto era veramente gigantesco: una struttura a base eptagonale che si estendeva verso l'alto per otto piani. Una gigantesca torre futuristica appena fuori Parigi. Noël era entrato nell'atrio del primo piano, dove si affacciavano una decina di negozi in circolo intorno ad una piccola aria relax, comprensiva di gigantesca fontana con giochi d'acqua e piante in vaso. In fondo, sulla destra, la scala mobile portava ai piani superiori che erano tutti visibili dal momento che i pavimenti erano trasparenti. "Wow.." esclamò, affascinato.

"Cosa?"

"Questo posto," rispose, seguendo con lo sguardo l'ascensore trasparente che saliva verso l'alto. "Come ti trovo?"

"Terzo piano, come scendi dalla scala mobile a destra," lo informò la ragazza. "Sto prendendo un gelato."

"Senza di me? Donna orrenda," sibilò Noël, dirigendosi fino alla scala mobile.

Shatha rise. "Non ho ancora finito di mangiare, datti una mossa."

Quando Noël la raggiunse, la trovò seduta ad uno dei tavoli del Étoile de glace, il cui menù vantava più di 150 gusti. A giudicare dalla grandezza, la coppa di gelato di fronte ad una Shatha molto felice ne conteneva almeno la metà.

"Alla buon'ora!" Lo salutò, agitando il cucchiaino.

Noël lasciò andare a terra la tracolla e si sedette pesantemente di fronte a lei con uno sbuffo. "Lasciamo perdere, vuoi?" La pregò. "Com'è?"

Lei gli passò il cucchiaino e Noël lo affondò nel gelato un secondo dopo.

*

Shatha aveva adocchiato quei pantaloni verdi durante il primo giro di perlustrazione del negozio e se n'era innamorata all'istante, ma non li aveva agguantati se non al secondo giro, mentre Noël non guardava. Quando entravano in un negozio, facevano sempre prima un giro per vedere se c'era qualcosa di carino; quindi ne facevano un secondo dove Noël recuperava quintali di cose e lei, tendenzialmente, provava a scegliere qualche articolo mentre Noël faceva le smorfie per il colore, la forma, la taglia... qualunque cosa. Al terzo giro, lui sceglieva per lei e, in effetti, di solito erano abiti che le stavano perfettamente.

Shatha era certa che Noël non avrebbe affatto approvato quei pantaloni, ma a lei piacevano da morire. Come previsto, quando uscì dal camerino, con le gambe fasciate dalla stoffa verde pisello, Noël la rispedì indietro con uno spocchioso, "Non ci pensare neanche," da dietro il bicchiere che aveva appena riempito d'acqua alla fontana del piano terra. "Quei jeans verde pisello non andrebbero bene con nessuno dei tuoi maglioni."

Shatha si richiuse la porta alle spalle e si guardò malinconica allo specchio. "Neanche con quello giallo?" Provò, sperando che il moro cambiasse idea.

"Meno che mai con quello giallo," commentò Noël. "Perchè invece non ti provi la gonna azzurra che abbiamo visto prima?"

Shatha si tolse i pantaloni, sbuffando. "E' troppo corta, Noël."

Il suo migliore amico aveva questa tendenza a scordarsi sempre e comunque che non le piaceva andare in giro semi-nuda, cosa che invece non sembrava affatto sconvolgere lui. A volte Shatha pensava che se Noël fosse stato una donna, sarebbe andato in giro praticamente in mutande solo per il gusto di farsi vedere. Era già tanto che la decenza gli impedisse di farlo anche adesso.

"Prima o poi dovrai pure farle vedere quelle gambe, no?" Arrivò distrattamente da Noël.

"Sì certo, magari non a tutti quelli che incrocio per strada, tu che dici?" Commentò Shatha, ripiegando con un sospiro i pantaloni che si era appena tolta e rinunciandovi per sempre. Qualcuno avrebbe anche potuto chiedersi perché non comprasse quello che voleva lei e basta. La risposta a questa domanda si trovava dietro l'antina destra del suo armadio, dove giacevano inutilizzati quintali di abiti dai colori e dalle forme improponibili che aveva comprato da sola salvo poi rendersi conto che non le stavano per niente bene.

Uscì dal camerino con un altro sospiro sconfortato, per poi fermarsi lì dov'era di fronte a Noël. Che sembrava lui, in effetti, ma non lo era.

"Ce n'era una abbastanza lunga," stava ragionando il moro. "... beh? Che c'è?"

Shatha non rispose, perché quello che vedeva era oltre la propria capacità di parola. Noël era lì di fronte a lei, seduto sulla poltroncina. Il problema è che oltre alla solita faccia, e al suo solito corpo c'erano.... cose che non avrebbero dovuto esserci. Ad esempio quei fianchi rotondi. Ad esempio il seno.
Aprì la bocca, rendendosi conto di non aver risposto e, quando non ne uscì alcun suono, sollevò un braccio e lo indicò.

"Shatha, cos'è? Ho qualcosa sulla faccia?" Chiese il ragazzo, portandosi le mani sul viso.

Shatha scosse la testa. "Tu... la tua... cioè..."

"Okay, prova di nuovo. So che ce la puoi fare," disse ironico il ragazzo. La voce gli uscì più acuta del solito e Shatha non se ne stupì dal momento che aveva davanti una donna. Noël si schiarì la voce. "Mi sa che mi sta venendo l'influenza..."

"Io non credo .... E' meglio se guardi." Shatha lo afferrò per un braccio, e lo trascinò di fronte allo specchio del camerino, dove lo lasciò, chiudendo gli occhi in attesa del cataclisma che prevedibilmente sarebbe arrivato.

"Decisamente non è influenza," concordò il ragazzo. E poi si mise ad urlare all'improvviso. Shatha sgranò tanto d'occhi, scattando nel camerino.

"Noël, calmati!"

"Sono una donna!" Strillò lui querulo.

Una signora, con in mano una camicia da notte di un rosa confetto alquanto opinabile, passò loro di fianco e lanciò un'occhiata curiosa nel camerino. Shatha fu costretta a chiuderle la porta sul viso mentre Noël, preso dal panico, si accartocciava su se stesso fino a sedersi in terra. "Sono una donna!" Strillò di nuovo.

"Questo non è possibile," tentò Shatha, accovacciandosi di fronte a lui.

"Guardami!" Si agitò disperato Noël, le mani a palparsi il seno. "Ho le tette! Le vedi? E Dio solo sa cos'altro!"

Shatha avrebbe voluto rispondergli qualcosa di molto volgare, ma sua madre le aveva insegnato ad essere una donna educata e rispettosa. Quindi lo prese per le spalle e lo costrinse a guardarla negli occhi. "Chiamiamo David, d'accordo? Lui saprà cosa fare!"

*

David, in quel preciso momento, era molto impegnato ad imprecare in lingua madre contro ogni singola anziana ed arzilla vecchietta gli fosse mai capitato di incontrare nel corso dei suoi trent'anni.

"Non so che cosa tu stia dicendo," commentò Miranda che camminava appena dietro di lui, le mani affondate nelle enormi tasche della sua gonna pantalone, "ma sono quasi certa che se lo sapessi non mi piacerebbe."

I due erano reduci da una visita del tutto inutile ad Adeline Blanchard in Dubois, ossia la nonna di Anaïs. Miranda aveva giustamente fatto notare che forse il miglior modo per scoprire qualcosa riguardo al grosso libro di incantesimi che si erano ritrovati per le mani, era chiedere direttamente a chi quel libro lo aveva messo in circolazione. E, dal momento che il misterioso cubano che aveva portato il libro alla nonna non aveva né volto né nome, sarebbe toccato ad Adeline dare delle spiegazioni.

Purtroppo si erano aspettati una dolce e adorabile vecchietta dove invece avevano trovato una specie di messo del demonio. Anaïs, forse intuendo, si era data immediatamente alla macchia non appena erano entrati in casa, lasciandoli soli con Adeline che li aveva subito attaccati, accusandoli dapprima di essere dei ficcanaso, poi di furto e infine di qualche strana eresia che non li aveva toccati giacché Miranda era pagana e David praticamente ateo.

Alla fine Miranda era riuscita a farle notare che sua nipote, con quel libro, c'aveva risvegliato l'intero cimitero di Rungis e che David aveva rimesso a letto i morti senza pretendere un euro, pertanto quel libro poteva essere considerato un pagamento adeguato. Adeline non aveva potuto ribattere niente, e aveva ceduto, considerando la perdita del libro meno grave di una denuncia. Oltre a questo, però, non aveva voluto collaborare in nessun altra maniera. Aveva negato di conoscere o di aver mai conosciuto un cubano, o un qualsiasi altro abitante di uno stato a caso del Sudamerica. O del Nordamerica. O di uno continente qualsiasi.

Adeline aveva negato, in effetti, di conoscere chicchessia.

Di fatto non si era abbassata a dare una sua versione dei fatti - anche sbagliata, sarebbe apparso quantomeno appropriato -, aveva semplicemente urlato che quelli non erano affari loro e che se volevano il libro se lo tenessero pure, aggiungendo per altro un inquietante "Tanto non sapreste che farvene." E con questo li aveva sbrigativamente messi alla porta, non mancando di chiudergliela sul sedere. Era lì che David aveva iniziato a tirare giù un santo dopo l'altro, sulle scale della fatiscente casetta in stile coloniale che sarebbe valsa da sola a mettere paura alla gente, e che ne metteva forse di più all'idea che dentro ci abitasse quella strega. Senza voler offendere né Miranda né le sue colleghe.

"Ti vuoi calmare?" Esclamò Miranda all'ennesimo sproloquio in dialetto stretto di Leipzig, tirandogli uno scappellotto. "Non ti sarai mica aspettato che quella ti dicesse qualcosa?"

"Anche si?"

"Anche no?" Gli fece il verso lei. "Possibile che in sei anni che hai la Par Par tu non abbia ancora imparato come funzionano queste cose? Non sei cambiato per niente da quando lavoravamo insieme!"

David le lanciò un'occhiata stizzita. "Posso ricordarti che l'idea di venire a trovare la vecchia del demonio è stata tua?"

"Avevi idee migliori?" Miranda agitò le sopracciglia nella sua direzione e, quando David scosse la testa, lei si strinse nelle spalle. "Non avevamo nessuna pista, tanto valeva provare. Mi offri un gelato?"

L'uomo si voltò a guardarla molto, molto male. "Ho per le mani un libro sulla resurrezione dei morti e una vecchina testarda che non vuole spiegarmene l'origine. Ti dispiacerebbe darmi una mano invece di pensare al gelato?"

"E cosa vuoi che faccia se lei non parla?" Commentò Miranda, pacifica. "E comunque non ti fa bene agitarti così, hai una certa età. Ti sale la pressione."

David avrebbe voluto replicare che lui non aveva una certa età, bensì era un uomo nel fiore degli anni. E che lei, pischella, non poteva capire la poesia delle sue rughe intorno agli occhi - una bella frase da bohémien che Noël aveva tirato fuori una sera che erano seduti entrambi sul gradino esterno dell'ufficio a guardare le stelle. Avrebbe voluto, appunto, ma il suo telefono iniziò a squillare prima che potesse, diffondendo nell'aria le note folk di un Bruce Springsteen vecchia maniera. "Pronto?" Chiese di getto in tedesco.

*

"Ehm... signor Maier?" Chiese incerta Shatha, quando l'uomo le rispose in tedesco. In attesa di una risposta, si passò il telefono da un orecchio all'altro mentre trascinava Noël fuori dalla cabina di prova, tenendolo per mano.

"Chi parla?"

"Sono Shatha, si ricorda di me?" Chiese, strattonando l'amico che aveva smesso di piagnucolare ma si rifiutava di camminare in mezzo agli altri clienti del negozio.

"Si certo, ma come mai mi chiami?" David fece una pausa. "E' successo qualcosa a Noël?"

Shatha sentì l'ansia comparire all’istante nella voce dell'uomo. Si chiese come e quanto dovesse dire, dal momento che era davvero successo qualcosa a Noël, ma - per quanto strano fosse - non era così grave da valere un mezzo infarto via telefono. "No! No!" Si affrettò a rispondere, intanto che Noël cercava disperatamente di tornare nei camerini. "Niente di preoccupante. Solo... beh, stiamo tornando a casa e abbiamo..." Shatha espirò per la frustrazione, afferrando più saldamente il polso di Noël e tirando. "...abbiamo bisogno di un consiglio, ecco. Ed è urgente. Insomma, avremmo bisogno di parlare con lei."

David sembrava perplesso. "Avete combinato qualcosa?" Chiese. "Perché mi hai chiamato tu? Noël è davvero lì? Voglio sapere se sta bene."

"Sì, è qui ma è... impegnato," tentò Shatha. "Saremo a casa tra mezz'ora. Possiamo parlare lì? E' complicato."

"Va bene, d'accordo," acconsentì David. "Ci vediamo lì. Qualunque cosa sia, la risolveremo, okay?"

Shatha sorrise. "Sì," annuì prima di riagganciare.

Intanto Noël si era ancorato saldamente ad un estintore appeso al muro e non voleva lasciarlo. Quando la tunisina si voltò a guardarlo, con le sopracciglia sollevate, lui scosse la testa. "Te lo puoi scordare, Shatha. Io non esco in questo stato."

"Ma di cosa stai parlando? Non sei molto diverso da prima, sai?" Commentò lei, scrutandolo da capo a piedi. Adesso Noël aveva fianchi un po' più rotondi ma non erano certo quelli a renderlo più femminile. E con la sua nuova quarta di seno nascosta dall'ampia maglia che indossava, nessuno avrebbe notato questa gran differenza.

"Ah, grazie mille!" Sbraitò il ragazzo, isterico. "Grazie d'avvero. Non mi basta avere queste... queste COSE enormi. No, devi anche prendermi in giro. Chissà come ti sentiresti tu se ti trovassi la sorpresina nelle mutande!"

Shatha divenne di un colore indefinito tra il rosso porpora e il vinaccia, un po' per l'argomento e un po' perché la signora della sottoveste rosa era appena uscita con due occhi sgranatissimi dal camerino e li guardava entrambi un po' sconvolta. "O..ok, Noël, hai ragione," tentò di blandirlo, prima che esplodesse del tutto. "Non posso neanche immaginare. Dobbiamo uscire dal centro commerciale, però. David ci aspetta a casa."

Noël annuì, ma senza staccarsi dall'estintore.
La vecchina guardava.

"Signora, le dispiace?" Chiese Shatha, fulminandola con lo sguardo. E quella si affrettò ad allontanarsi sulle gambette esili e un po' arcuate. Una volta che fu certa che fossero soli, Shatha si rivolse nuovamente all'amico. "Ascolta, è pochissima strada. Facciamo una corsa fino all'uscita e poi non ci resta che la metro."

"No."

"Noël, ti assicuro che non si vedono!"

"Ma sono enormi!" Protestò lui, sgranando gli occhioni ambrati.

La ragazza sollevò un sopracciglio, poi gli tese una mano tirandolo su. "Ora non cominciare a vantarti," commentò scettica. "Non è che tu abbia tutto questo armamentario, eh!"

Noël trovò un briciolo del vecchio se stesso, quanto bastava per pronunciare un: "Gelosa?" Questo prima che Shatha si decidesse a trascinarlo fuori di lì praticamente prendendolo per i capelli. Non più femminili del solito.

*

Arrivare a casa era stato drammatico.

Noël era corso fuori dal negozio, sotto l'occhio vagamente rotondo delle commesse, fino a raggiungere la metro e, una volta dentro il vagone, si era rintanato in un angolo e aveva piagnucolato per poi maledire tutti gli dei, per poi tornare a piagnucolare e infine arrabbiarsi come solo un ragazzo di diciassette anni, già originariamente omosessuale, poteva fare quando si ritrovava degli ormoni femminili non voluti per le mani.

Quando si richiusero la porta di casa alle spalle, Shatha tirò un profondo, giustificatissimo sospiro di sollievo. "Pensavo che non saremmo mai riusciti ad arrivare," commentò, appoggiandosi sul divano della Paranormal Parisienne mentre Noël raggiungeva di corsa il piano superiore.

Un attimo dopo, l'urlo disumano di Noël riverberò attraverso le quattro modeste mura della casa fino alle orecchie della tunisina per poi, probabilmente, rompere il servizio buono di Madame Morel, la vicina di casa.

"Noël?"

"Sono un mostro!" Sbraitò lui, la voce isterica.

Shatha sbuffò, quindi si sollevò faticosamente dal divano e salì le scale fino a raggiungerlo. Lo trovò in piedi di fronte allo specchio della camera da letto, senza il maglione, che fissava con un disgusto quasi offensivo le sue nuove forme. Shatha tossicchiò, volgendo pudicamente lo sguardo: non tanto per il seno nudo, quanto per il fatto che, nella sua agitazione, Noël continuava a muoversi come avrebbe fatto da maschio e in definitiva stava sbandierando la cosa a destra e a manca, in maniera quantomeno... inappropriata.

"Ehm.. Noël, scegli una divinità e fallo in nome suo: copriti," commentò, passandogli la prima t-shirt che le capitò sotto mano e che, ad occhio, doveva essere di David dal momento che c'erano sopra quattro righe in tedesco dal significato molto scuro. E una mucca.

"Ma sono un mostro!" Ripeté Noël, infilandosi nella maglietta senza mai staccare lo sguardo dal suo riflesso.

"Non sei un mostro, sei una donna."

"Appunto!" Sbraitò il ragazzino, agitandosi tutto. "Ho... queste!" Indicò, di nuovo con quella faccia da nausea. "E due fianchi enormi! E... dio non voglio neanche pensare a come sto messo da altre parti."

Shatha prese atto della situazione non propriamente idilliaca e decise che poteva soprassedere sull'assoluta misoginia delle ultime affermazioni dell'amico. "Adesso calmati, d'accordo?" Guardò l'orologio. "David sarà qui a momenti, e sistemerà tutto."

"David non è un mago! Questa è magia!" Indicò lo specchio. "Anzi no, è stregoneria! Un maleficio! Il... il malocchio, ecco! Qualcuno ce l'ha con me e mi ha fatto il malocchio!"

Shatha sollevò un sopracciglio. "Certo dev'essere stata quella povera ragazzina appena assunta alla quale hai fatto tirare giù non so quanti maglioni prima di decidere che il modello non ti stava un granché bene."

Noël sgranò gli occhi, improvvisamente consapevole della suprema verità insita nelle parole dell'amica. "Hai ragione!" Esalò, indicandola mentre il suo cervello macinava quintali di informazioni assolutamente sbagliate. "E' stata lei per forza! Quella vipera! Mi ha... mi ha maledetto è chiaro!"

Shatha lo guardò per niente impressionata. "Certo," disse atona. Poi lo prese per le spalle e lo spinse fino in cucina. "Ti faccio un po' di té," poi lo guardò e si corresse: "Facciamo una camomilla bella forte."

David era un uomo puntuale, ma Miranda non lo era per niente. Non solo, aveva anche la strepitosa abilità di far ritardare chiunque le stesse vicino nel raggio di due chilometri. Una specie di super-potere Marvel venuto male. Per questo David, che dopo la telefonata di Shatha sarebbe salito in macchina, avrebbe percorso l'autostrada superando tutti i limiti di velocità consentiti dalla polizia francese e dalla fisica, e sarebbe arrivato lì in dieci minuti invece che trenta, arrivò dietro la Gare Montparnasse un'ora e mezzo dopo la sua tabella di marcia.

Nevrastenico come una donna incinta.

"Potrebbe stare male!" Sbraitò, spalancando la porta a vetri della Paranormal Parisienne, con dietro Miranda che camminava pacificamente, in mano un sacchetto di caramelle.

"Lo hai detto anche tu che Shatha era piuttosto tranquilla," gli fece notare. "Se fossero stati in pericolo, avrebbero urlato o cose simili. Andiamo, vedrai che non è niente."

"NOËL!" Urlò invece David, gettandosi di corsa su per le scale, senza ascoltarla.

"Ma sì, facciamo la scena tragica ogni volta che il bambino si sbuccia un ginocchio," borbottò contrariata Miranda con la solita flemma.

Shatha bloccò ad entrambi la strada, intercettandoli sul disimpegno, davanti al salotto. "David!" Esclamò, per metà felice e per metà stranamente preoccupata.

"Shatha! Che succede? Dov'è Noël?" Chiese immediatamente l'uomo. "Si sente male?"

"Dunque," iniziò la ragazzina, torcendosi le mani. "E' qui e sta bene ma abbiamo un problema che definirei... di genere, ecco."

L'occhiata che David le lanciò andava ben oltre ogni definizione possibile. In testa gli passarono una dietro l'altra innumerevoli possibilità: cosa sta dicendo? E' impazzita? Ha preso troppo sole.... ma siamo solo a Giugno! E pazza, sicuramente. Fortunatamente, evitò di esprimere queste sue supposizioni e formulò un più diplomatico: "E questo che cosa significa?"

Shatha li guardò entrambi con aria affranta. "E' meglio che lo vediate da soli."

L'ansia di David raggiunse livelli cosmici. Odiava, odiava, odiava sapere che Noël aveva qualcosa che non andava e non sapere cosa. Miranda, dal canto suo, era semplicemente curiosa. L'ansia nella sua famiglia, non sapevano neanche dove stesse di casa.

Quando oltrepassarono la soglia della cucina - o meglio: quando David vi si gettò all'interno come un uomo a cui hanno appena dato fuoco con la benzina e Miranda lo seguì masticando un marshmallow - trovarono Noël rannicchiato su se stesso in un angolo del divano, le braccia intorno alle ginocchia e il viso nascosto.

"NouNou?" Chiamo l'uomo, avvicinandosi piano piano.

Il ragazzino non rispose. Quando però sollevò lo sguardo e poi il busto, e quindi si snodò tutto, fino a mostrare la tragedia in cui i due nuovi arrivati ancora non sapevano di trovarsi, tutto apparve chiaro, nella sua totale assurdità. Avevano un problema.

David rimase a fissarlo, come un qualche esemplare raro di Dodo. Shatha attese che l'uomo nel quale aveva riposto ogni speranza, tirasse fuori la soluzione. E Miranda...

Miranda si grattò il collo con aria perplessa. "L'avevo detto io che doveva ancora sviluppare," commentò, trattenendo a stento le risate. "Ma non pensavo in questo modo!"

Scoppiò a ridere e, a ruota, finirono per andarle dietro tutti.
Noël escluso, ovviamente.

*

"Noël, dai, apri! Ci dispiace averti preso in giro!" Lo chiamo David, praticamente spalmato sulla porta del bagno chiusa a doppia mandata ormai da almeno quaranta minuti.

"No, vattene via!" Sbraitò Noël, da dentro. "Siete tre infami! E tu sei il più infame di tutti!"

David sospirò, appoggiando la fronte al legno della porta. Noël era molto suscettibile già di suo, prenderlo pure in giro in un frangente simile era stato un atto di sadismo. Eppure doveva sforzarsi per non ricominciare a ridere com'era successo in salotto. Noël era Noël... ma era una ragazza: curve, gambe tornite, seno. Era incredibile. Quando la consapevolezza che doveva trattarsi di qualcosa di serio lo avrebbe finalmente colpito, allora avrebbe smesso di ridere; ma per il momento l'unica cosa a cui riuscisse a pensare era che Noël aveva trovato una soluzione davvero geniale per giustificare la sua isteria. Sbuffò un'altra risata, e tentò di soffocarla con una mano.

"Ti ho sentito!" Sibilò Noël dall'altra parte. "Stai ancora ridendo!"

"No, no, non era una risata," si affrettò a dirgli l'uomo. "Era un colpo di tosse. Sto tossendo."

"Noël, perché non ti dai una mossa e vieni fuori?" Commentò a quel punto Miranda, che si era seduta a gambe incrociate e aveva deciso di portarsi avanti con le ore giornaliere di meditazione, tanto per avere la sera libera e poter andare al cinema con quel biondino svedese appena arrivato per l'Erasmus che si era installato nell'appartamento di fianco al suo. Aveva come l'impressione che quella sera le sarebbe mancato lo zucchero. "Io sono donna da quando sono nata e tutte queste storie non le ho mai fatte!"

"Tu stai zitta!" Arrivò dal gabinetto. "E' stata una delle tue colleghe, sai?"

"Un'insegnante di Reiki?" Chiese dubbiosa.

"UNA STREGA!" Ululò il ragazzino. "Mi ha trasformato in questa cosa per ripicca! Siete prepotenti, suscettibili e vendicative! E io rivoglio il mio corpo indietro!"

"Noël sai benissimo che questo non è possibile. Noialtre non-"

"Miranda ti dispiace?" La interruppe David, con un'occhiata alla porta. "Sto cercando di farlo uscire dal bagno."

"IO NON ESCO!"

"NouNou per favore!" David sospirò. "Mi dispiace davvero, te lo giuro. Se esci di lì farò tutto quello che vuoi, promesso."

Ci fu un attimo di silenzio dall'altra parte della porta, durante il quale David, Shatha e Miranda rimasero in attesa. Tutti e tre con l'orecchio teso.

"Tutto tutto?"

"Qualsiasi cosa," confermò David, speranzoso.

Ancora silenzio. E poi: "Vieni a letto con me?"

"Noël, questo non posso farlo, lo sai," mormorò l'uomo.

"E allora non esco," replicò inviperito il moro, probabilmente tornando a sedersi sul coperchio del water.

David tornò ad accasciarsi contro la porta. "Amore, se non esci di lì non posso capire che cos'hai e non posso trovare una soluzione. Te lo chiedo per favore, vieni fuori."
Miranda roteò gli occhi al cielo per l'appellativo sdolcinato ma non fiatò ben sapendo che ad infrangere di nuovo la delicata opera di convincimento creata dalle parole di David avrebbe rischiato la morte. Per mano dello stesso David.

Ci furono altri lunghi e tesi istanti di silenzio poi, accompagnata da un sospiro di sollievo collettivo, la serratura scattò e Noël comparve sulla porta, gli occhi arrossati e le labbra imbronciate. David se lo tirò contro abbracciandolo. "Va tutto bene, adesso cerchiamo di capirci qualcosa."

Quando si furono nuovamente riuniti tutti in salotto, David cercò di dare un senso a quella giornata. "Com'è successo?"

Noël scosse la testa. "Non ne ho idea. Un momento prima ero normale e un momento dopo ero... così," mormorò.

"Eravamo al Centro Commerciale," aggiunse Shatha, pensando che ogni piccolo particolare potesse servire. "Io mi stavo provando dei vestiti e lui era fuori dal camerino. Quando sono entrata era un maschio e quando sono uscita... beh era una ragazza."

"Non avete notato niente di strano? Persone, cose, oggetti-"

"-simboli?" Intervenne Miranda, che per farsi perdonare si era seduta accanto a Noël e gli accarezzava la schiena mentre lui era abbarbicato a David come se non ci fosse un domani. "Non solo pentacoli: rune, disegni... anche parole, magari un murales," aggiunse, gesticolando come suo solito. "Una di quelle scritte sul muro, forse ha attirato la vostra attenzione. Basta avere molta forza di volontà per farle funzionare a volte."

Entrambi i ragazzini scossero la testa e Noël un po' mugolò e un po' fece le fusa, indeciso se essere triste per la sua situazione o se godersi comunque le coccole di Miranda.
"E' un'ingiustizia divina," mugugnò. "Qualcuno lassù mi odia."

"Se così fosse, sarebbe drammatico ma meno preoccupante," commentò saggiamente David, passandogli una mano tra i capelli. "Con la furia divina hai sempre la scusa che è ineffabile e non hai potere di ribellarti; questo però sembra un attacco deliberato, che è molto peggio."

"Quindi qualcuno ce l'ha con lui?" Chiese Shatha, un po' preoccupata.

"E' possibile, ma non tiriamo conclusioni affrettate," rispose David. Poi sospirò. "Possiamo solo tornare al Centro Commerciale e vedere se vi fosse sfuggito qualcosa. Sarà la prima cosa che faremo domattina."

Shatha guardò l'orologio. "E' tardi," mormorò. "Devo andare, o mio padre mi farà a pezzi. Devo essere a casa per le otto."

Miranda si alzò, recuperando le chiavi della Citroën dalla borsa a sacco - una specie di buco nero in cui finivano intere galassie. "Ti accompagno io, tanto devo andare."

"Grazie."

Prima di varcare la soglia, Miranda si voltò ad indicare David con un dito ammonitore. "Tienimi informata, voglio sapere ogni minimo cambiamento," commentò. Poi si mise a ridere: "E ricordati, adesso: se dice no, è si. E viceversa. Oh, e qualsiasi cosa tu pensi dei suoi fianchi, non dirgli mai, per nessuna ragione, che non sono più che perfetti."

Noël la mandò gioiosamente a quel paese, lanciandole dietro un cuscino.

*

David stava lavando i piatti mentre la radio sul mobile della cucina gli regalava una bellissima versione live di Thunder Road. Non capitava spesso che passassero chicche di questo genere.

Lanciò un'occhiata alle sue spalle, a Noël abbarbicato su uno degli sgabelli vicino all'isola centrale e gli sorrise. "Album?" Chiese.

Noël alzò gli occhi al cielo. "Born to Run, 1975, " rispose, "Questa era facile."

"Ah sì, vediamo come te la cavi ora," lo sfidò David, mettendo l'ennesimo piatto nella piattaia. "I Wanna Marry You."

"Andiamo, David! Per chi mi hai preso?" Noël scosse piano la testa con un sospiro divertito e supponente. "The River, 1980."

"Disco?"

"Uno, naturalmente." Noël sorrise. David rimase sinceramente colpito ma non lasciò trasparire la propria sorpresa. "Provane un'altra."

"...hmmm, vediamo," disse, accanendosi con particolare ferocia su una pentola che non ne voleva sapere di lasciare andare gli ultimi rimasugli di frittata di zucchine. "It's Hard to Be a Saint in the City."

Noël si morse un labbro. Questa volta la risposta sembrava costargli qualche secondo in più e un notevole sforzo mnemonico. "Ti arrendi?" Gli chiese David, trionfante.

"Neanche per idea," commentò subito Noël, con la lingua che gli faceva capolino dalle labbra serratissime. "Greetings from Asbury Park, N.J.!" Proruppe alla fine, battendosi un pugno sul palmo della mano. "Mille.... Millenovecentosettantatre!"

David finì di asciugare l'ultima stoviglia e poi batté le mani. "Complimenti, sei un vero conoscitore di Springsteen," commentò, sollevando entrambe le sopracciglia per la sorpresa e l'ammirazione. "Sono sinceramente impressionato."

Noël allungò le braccia verso di lui. "Ho avuto un buon maestro," commentò e, quando David lo avvolse in un abbraccio, scivolò a terra e mormorò un: "Coccole?"

David lo prese per i fianchi, appoggiandolo delicatamente contro il mobile, per poi baciarlo sulle labbra con tenerezza. "Coccole sia," sospirò divertito. Era stata una giornata assurda, conclusasi in maniera ancora più assurda ma la sola idea di avere Noël fra le braccia riusciva a migliorare notevolmente anche il ricordo di tutte le ore precedenti. Il moro gli passò le braccia intorno al collo e si tirò su, sulle punte dei piedi, cercando di nuovo le sue labbra ad occhi chiusi. Si schiacciò contro il suo petto, più morbidamente del solito.

David mugolò estasiato e lasciò scivolare una mano sotto la maglietta che Noël indossava e che, fra le altre cose, era anche sua, si ritrovò a notare. Una t-shirt recuperata all'ultimo festival animalista a cui aveva partecipato. Le sue dita accarezzarono il fianco morbido del ragazzino per poi risalire la sua schiena e sfiorare con la punta delle dita, la curva rotonda dei suoi seni.

L'uomo deglutì, ed inspirò. Nascose il viso nell'incavo del collo di Noël, e si impose di dimenticarne la trasformazione. Riportò le mani in basso, lungo i fianchi del ragazzo, gli baciò piano una guancia e poi di nuovo le labbra.
Noël si strinse contro di lui e ancora una volta, lo fece in maniera decisamente troppo morbida. David si scostò, ma il moro aveva l'abitudine di stargli il più vicino possibile, sempre, soprattutto in situazioni simili.

E David poteva ripeterselo quanto voleva, ma l'idea che ci fosse un corpo di donna sotto quei vestiti lo faceva alternativamente rabbrividire e scoppiare a ridere. Limonare in queste condizioni era inconcepibile. Il connubio Noël-tette, anche solo a pensarlo, era inquietante. Il fatto che ci fossero, potesse sentirle, e rimbalzassero ogni volta che Noël perdeva la presa e poggiava di nuovo tutta la pianta dei piedi a terra non faceva che peggiorare la situazione.

"Non ci riesco," esclamò alla fine, per altro senza trattenere le risa. Appoggiò la testa alla spalla di Noël, e ridacchiò ancora. "Scusa.. scusa, non volevo!" Tentò di salvarsi in corner, sollevando entrambe le mani. "Noël, davvero..."

"Tu sei un mostro!" Sbraitò il ragazzino, le mani sui fianchi come sua sorella quando si inacidiva per qualcosa. Se non fosse stato adottato, David avrebbe pensato che si trattasse di ereditarietà genetica; poi si rese conto che lo era, ma non della famiglia Lefevre. Del genere umano di sesso femminile.

"Lo so. Hai ragione," David chiuse gli occhi, cercò di recuperare contegno. Fallì. E rise. Noël emise un suono irritato, infuriato e prossimo ad un'esplosione d'ira, tutto quanto insieme. David tentò ancora di tornare serio. Stavolta ce la fece per due secondi e mise le mani avanti, cercando di giustificarsi. "No davvero, scusa. Hai ragione. Ora smetto!"

"Sei inqualificabile," sbottò Noël. "Un infame senza perdono! Tu stanotte dormi sul divano! Anzi no, sul pavimento del bagno! Meglio: in garage fra le tue stupide fotografie di fiorellini di campagna!" In tutto questo, David continuava a ridere come un invasato, nonostante i tentativi di smettere. Noël sbuffò infastidito. "Io sono inorridito dall'insensibilità che sei stato capace di dimostrare! Altro che Garage: tu dormi fuori! Senza coperte!"

E detto questo s'infilò in camera e chiuse la porta con un tonfo sonoro, sull'eco delle risa di David che era piegato ancora in due in cucina.

*

David era un tipo molto mattiniero e anche molto abitudinario.
Che piovesse o ci fosse il sole, si alzava alle sette e mezzo, meditava sul tappeto del salotto e poi andava in cucina a preparare la colazione per sé e per Noël.
Quella mattina, gli riuscì soltanto di aprire gli occhi all'ora giusta, e solo per un incredibile coincidenza che volle Noël in bagno mentre la sveglia suonava.

Il resto fu il delirio.

"DAVID!" Noël stava gridando così forte da far pensare che stesse cadendo dal terzo piano. L'uomo si alzò in piedi di scatto, senza ancora capire bene come si chiamasse, perché si trovasse in salotto - di chi fosse il salotto! - e soprattutto che cosa fosse quel rumorino fastidioso in sottofondo all'urlo disumano. "DAVID STO MORENDO!" Arrivò dal bagno.

Se fossero state le sei del pomeriggio, l'ultima frase avrebbe avuto come risultato quello di far teletrasportare David fino al bagno. Alle sette e mezzo del mattino, pure lui doveva ancora far ripartire gli ingranaggi. Dunque si stropicciò gli occhi e cercò di fare mente locale: mi chiamo David Maier e sono in salotto - il mio salotto - perché il mio ragazzo, palesemente minorenne, ieri sera mi ha impedito di dormire in camera dal momento che rido del suo essere diventato una femmina senza una spiegazione razionale che coinvolga un'operazione per il cambio di sesso o l'assunzione di ormoni specifici.

"DAVID!" L'isteria aveva raggiunto livelli inquietanti.

Ripresa coscienza della sua persona, David spense la sveglia e quindi corse verso il bagno, dove Noël continuava ad urlare. L'uomo spalancò la porta e si gettò all'interno e trovò Noël con i pantaloni del pigiama in mano e le lacrime agli occhi. "Che succede?"

"Sto male!" Piagnucolò gettandosi fra le sue braccia in lacrime.

David questa volta si guardò bene dal notare il seno che si schiacciava contro il suo petto e gli passò una mano tra i capelli neri. "D'accordo, adesso calmati. Che succede?"

"Sto morendo!" Ripeté ancora il ragazzino.

"Okay," disse lentamente David, per nulla sconvolto dal momento che Noël non sembrava affatto agonizzante quanto piuttosto scosso. "Puoi essere un po' più preciso? Stai morendo di cosa?"

"Non lo so!" Ululò il ragazzino, con un altro fiume di lacrime. "Mi sto disfacendo! Presto non rimarrà più niente di me, sono condannato! Guarda!"
Noël gli passò i pantaloni e David li prese un po' perplesso, con un sopracciglio sollevato che presagiva una chiamata alla neuro. I pantaloni erano quelli normalissimi del suo pigiama bianco; se li rigirò tra le mani per capire, finché non trovò la macchia rossa sul cavallo.

"E' sangue!" Sbraitò Noël. "Sangue!"

"Lo vedo," commentò David, col sospiro affranto e disperato del padre che deve spiegare al figlio da dove nascono i bambini. "Noël-"

"E' evidente che la trasformazione è pericolosa. Sto male. Sto morendo," esclamò. "E' la fine."

David emise un altro sospiro. "Noël," iniziò di nuovo. E non proseguì finché non fu sicuro di avere l'attenzione del fidanzato, ossia i suoi occhioni ambrati fissi su di sé. "Tu sei momentaneamente una donna. E questo... è sangue."

Seguirono due minuti di silenzio completi. Centoventi secondi durante i quali il cervello di Noël si permise di estraniarsi dalla realtà ed elaborare le informazioni che non voleva assolutamente riconoscere di aver già compreso, catalogato e archiviato nelle piccole scatoline della sua memoria. "No," esalò alla fine, scuotendo la testa.

"Noël..."

"No," ripeté il ragazzino con più convinzione. "Non è possibile. Non lo accetto. Non esiste."
Quando David si limitò a stringersi nelle spalle, senza la minima idea di come poterlo consolare dal momento che anche lui la trovava una cosa piuttosto tremenda, Noël si lasciò andare seduto sul bordo della vasca in un mare di lacrime.

"Chiamo tua sorella, che ne dici?" Azzardò David, già praticamente con il cordless in mano.

*

Quando Miranda si presentò sulla porta, stava già ridendo.
David se la ritrovò sullo zerbino della Par Par con addosso un paio di pantaloni che avrebbero potuto benissimo essere di Noël e una canotta rosso sangue. Il panierino che stringeva amabilmente fra le mani, le dava l'aria di un'inquietante Cappuccetto Rosso.

"Non ridere," la ammonì lui, scostandosi di lato per farla passare. "L'ho appena fatto calmare."

Lei cancellò il sorriso con un grande sforzo di volontà che le distorse tutta la faccia in maniera quasi comica. Sollevò il panierino dal quale spuntavano sacchettini di stoffa di ogni genere e forma. "Ho portato la soluzione."

David lasciò che Miranda si chiudesse in bagno col fratello e assistette impotente alle grida di Noël che tentò di liberarsi e fuggire almeno quattro volte; ma la ragazza aveva prudentemente sprangato la porta. L'uomo si sedette sul primo gradino delle scale che portavano al piano inferiore e attese con pazienza e un briciolo d'ansia che quello strazio di urla finisse, nella speranza che fosse una fine ottimistica.

*

"Te lo puoi scordare!" Sbraitò Noël, rintanato nell'angolino del bagno più lontano dalla sorella che bloccava la sua unica via di fuga, standoci davanti. "Io non userò uno di quei cosi!"

"Noël, cerchiamo di ragionare, d'accordo?" Disse lei, conciliante. "Non puoi andare in giro senza!"

Il ragazzo si spalmò contro la parete, nel tentativo di farsi assorbire dalle mattonelle dietro di lui. "Allora vorrà dire che non andrò in giro!"

Miranda sospirò, avanzando di un altro passo. "Neanche questo è possibile. E sono certa che se ti calmi, te ne renderai conto da sola... solo." Noël spalancò la bocca e gli occhi nell'espressione più oltraggiata, più ferita, più ferocemente incazzosa che Miranda gli avesse mai visto addosso. "Scusa!" Si affrettò a dire, con le mani davanti in segno di resa. "Hai ragione, sono imperdonabile!"

"Io non lo metterò, Miranda."

"Non puoi discutere, tesoro." La ragazza sospirò. "Ascolta, per ora le cose stanno così e finché non cambiano dovrai seguire il flusso delle cose."

Noël fece una smorfia.

"Okay, pessima scelta di parole," concesse Miranda, inclinando la testa di lato. "Comunque, il concetto è quello. E' successo questa cosa, d'accordo. Cerchiamo di conviverci finché non troviamo la soluzione. Forse la Dea..."

"Non tirare fuori la Dea, sai? Non ti azzardare!" Sibilò Noël, sollevando l'indice. "Lei è la principale responsabile dei maledetti cicli della natura. Quindi è meglio se non la nomini."

"In realtà," iniziò Miranda, già pronta a spiegare come stessero veramente le cose riguardo alla sua religione.

"Niente. Dea." puntualizzò ancora il ragazzino. E poi tese la mano. "Avanti, dammi quell'affare, e vediamo di farla finita."

*

"Ehm, tutto a posto?" Chiese David, una volta che li vide uscire.

"Non chiederlo," mormorò Miranda muta, scuotendo la testa alle spalle di Noël che camminava ingobbito e come svuotato di ogni forza, ripetendo ossessivamente: cheschifocheschifocheschifo.

David annuì e si affrettò a cambiare discorso. "Colazione? Miranda, mangi con noi?"

La ragazza annuì. "Avete sentito quello che sta succedendo in giro?" S'informò, prendendo posto su uno sgabello e recuperando il telecomando della tv. "Sono tutti in preda al delirio."

Noël provò a salire sullo sgabello ma sembrò rinunciarci dopo due secondi netti. Così recuperò una sedia e vi si appallottolò sopra, senza dire una parola. A Miranda non ci volle molto per trovare un canale che riportasse la notizia dal momento che tutte le trasmissioni, o quasi, erano state interrotte dalle edizioni speciali dei telegiornali.

"Siamo qui di fronte all'ospedale Saint Joseph," riportava una giornalista, in piedi in mezzo ad una folla di curiosi, "dove oggi altre venti persone sono state ricoverate per accertamenti." David accese il fuoco sotto la caffettiera e si voltò verso il televisore con una mano sul fianco. Gli occhi di tutti, nella stanza, erano puntati sullo schermo del televisore. "Durante la conferenza stampa tenutasi questa mattina, Alain Laurent, il direttore dell'ospedale, ha smentito le voci secondo cui si tratterebbe di uno strano caso di mutazione genetica."

Le immagini della donna furono sostituite con quelle di un uomo sulla settantina, seduto di fronte ad un numero considerevole di microfoni. "Dalle prime analisi non risulta niente che possa far pensare ad una mutazione del DNA dei pazienti," l'uomo aveva una voce chiara e potente, anche se tesa. "Ma serviranno ulteriori analisi per una diagnosi più precisa. Al momento, tutti i pazienti sono in prognosi riservata."

La linea tornò di nuovo in studio, dove un'altra giornalista fissava in camera con aria greve, entrambe le mani posate su una pila di fogli ben ordinata di fronte a lei. "Le autorità parlano di quattrocento casi nella sola città di Parigi. Uomini e donne a cui da un giorno ad un altro spuntano code o corna ritorte," disse la donna. "Neanche i bambini, come potete vedere dalle immagini alle mie spalle, sembrano immuni da questo fenomeno che ha colpito la regione."

Lo schermo appena dietro di lei mostrava un montaggio piuttosto frettoloso di una serie di riprese fatte molto velocemente a questo o quel paziente che stava entrando in clinica. C'era una donna molto giovane con in braccio un bimbo dal viso apparentemente deformato che somigliava in maniera impressionante a quello di un maialino. "Quando si è svegliato era già così," piangeva la madre, scuotendo la testa senza smettere di camminare per parlare al microfono che la inseguì fino all'entrata dell'ospedale. "Scusate, scusate devo andare."

"Alcune associazioni religiose parlano di..."

Miranda spense la televisione e si voltò verso gli altri due che fissavano ancora lo schermo ormai nero, inebetiti. "Naturalmente al Vaticano si parla già di Apocalisse, gli estremisti islamici danno la colpa all'immoralità dell'occidente e c'è perfino un’associazione mistico-vegana legata a non so quale diavoleria di Scientology che sostiene si tratti di un intervento alieno da parte degli abitanti di chissà quale pianeta dedito al culto degli animali con l'intento di far capire agli esseri umani che i bovini e i suini sono nostri amici, robe così..."

"Sono trasformazioni fisiche," stava dicendo Noël, senza nemmeno ascoltarla. "Come la mia."

"Oh sì," annuì Miranda, addentando tranquilla un croissant. "Tra le altre cose, molti hanno dichiarato che si sono trasformati dopo essere stati al nuovo Centro Commerciale che hanno aperto ieri fuori città. La polizia ha già fatto dei controlli, ma pare che non abbiano trovato niente."

"Perché probabilmente non hanno idea di cosa cercare," commentò David, spegnendo il fornello e dirigendosi di corsa al piano inferiore. "Dobbiamo muoverci."

*

Il centro commerciale era ad un quarto d'ora di macchina dalla loro abitazione.

Miranda li aveva salutati, combattendo una lotta interiore con se stessa per non scoppiare di nuovo in una grassa risata e lasciando David alquanto in imbarazzo con un Noël provatissimo, sull'orlo della depressione e avvolto nei vestiti più larghi e sformati che David gli avesse mai visto addosso in quattro anni che lo conosceva. Noël che se ne andava in giro infagottato nel maglione color vinaccia dei pomeriggi in cui aveva voglia di stare in casa a non fare assolutamente niente, era un chiaro segno di tragedia imminente.

David si era aspettato di trovare le transenne e i sigilli della polizia ma a quanto pareva, non avendo trovato assolutamente niente alla prima indagine, il Centro Commerciale doveva essere stato dichiarato sicuro. Una mera coincidenza. Al che ci sarebbe stato da chiedersi come quattrocento e passa persone che visitavano lo stesso Grande Magazzino e poi tornavano a casa con la faccia del Minotauro potessero essere una coincidenza.

Trascinò giù dalla macchina un Noël che camminava talmente piano da far pensare ad una paralisi degli arti inferiori e quindi raggiunse l'interno del posto. "Allora, adesso faremo così," disse, osservando come, nonostante il delirio pubblico, ci fosse ancora molta gente disposta a fare compere proprio là dentro. "Tu mi dirai esattamente che cos'hai fatto ieri e rifaremo tutto da capo, d'accordo?"

Noël annuì. "Sono arrivato in ritardo e ho fatto una corsa fino al terzo piano, in gelateria."
Ripercorsero tutto il tragitto: stesso percorso, stesse scale mobili, stesso arco sotto al quale Noël era passato per raggiungere L'Étoile de glace. Quindi fecero di nuovo il giro di tutti i negozi con Noël che strascicava i piedi, si lamentava e chiedeva di andare al bagno almeno una volta ogni dieci minuti, millantando alternativamente che gli faceva male lo stomaco o che doveva fare pipì. A volte le due cose contemporaneamente. Ci misero quattro ore dove avrebbero potuto impiegarne la metà. E comunque non trovarono niente.

"Okay, questo è l'ultimo posto," commentò David di fronte ai camerini di prova, osservando la lista che avevano fatto prima di cominciare. "E' da qui che Shatha mi ha chiamato?"

Noël annuì, massaggiandosi il pancino. "Io ero seduto lì," disse indicando una delle poltroncine appena fuori dalla fila di cabine. "Ed ero ancora un maschio, ne sono sicuro. Quindi lei è entrata, si è provata una paio di pantaloni improponibili, l'ho rispedita dentro a cambiarsi nel buon nome della decenza e quando è uscita... " si indicò, senza dirlo. Bastava l'ausilio visivo.

David annuì, più a se stesso che a lui. "D'accordo. Che cosa stavi facendo?"

"Aspettavo?" Rispose sarcastico il ragazzino.

"E poi?" David non fece caso al tono. Era come quella volta che gli era capitato di dover passare quattro ore con sua cugina Hilda, incinta di sei mesi. Qualunque cosa avesse detto, fatto o anche solo proposto vagamente di fare lei aveva reagito come un muflone imbufalito. David scosse la testa, perso nel ricordo atroce di Hilda che gli tirava dietro anatemi, accusando lui - in qualità di rappresentante del genere umano maschile - di ogni male del mondo. Buco nell'ozono compreso. "Stavi leggendo? Guardando il muro?"

"No, niente del genere," sbuffò Noël, che aveva le gambe così rigide da desiderare disperatamente di potersi stendere. Ovunque andava bene, anche sul pavimento. Sedersi mai, comunque. "Mi stavo annoiando, però. E volevo andare a comprare un paio di scarpe."

David si mise a passeggiare avanti e indietro per il corridoio sul quale si affacciavano le cabine. "Dev'essere successo qualcosa qui, se è qui che ti sei trasformato," ragionò, per poi fermarsi e battere un piede. "Che fossero i pantaloni di Shatha? Magari c'era sopra qualche maledizione o cose simili..."

"Immagino: la maledizione della stagione passata!" Esclamò Noël, agitando le dita in maniera mistica. "Ti costringe a vestirti in maniera indecente per tutto il resto della tua vita."

David gli lanciò una tipica occhiata da critico di stile. "Direi che allora deve proprio trattarsi di quella, a giudicare da come ti sei conciato stamattina," sibilò infastidito. E poi, prima che l'espressione di vanità intimamente ferita sul viso di Noël si trasformasse in un urlo sonico, aggiunse: "Sto cercando di fare del mio meglio qui, possiamo evitare di fare dell'ironia e sforzarci di capire cos'ha scatenato questa tragedia?"

Noël valutò se fosse o meno il caso di offendersi e poi decise che non ne aveva la forza. "Non lo so cosa sia successo, non ne ho idea!" Esclamò esasperato, appoggiandosi con grande attenzione al muro, tanto per avere qualcosa che evitasse alle sue ginocchia di doverlo sostenere. "Me ne stavo lì su quella dannata poltrona a bere un bicchiere d'acqua e il mondo mi si è rivoltato contro!"

"Aspetta un attimo," commentò David. "Stavi bevendo?"

"Era acqua!" Esclamò subito Noël sulla difensiva.

"Sì ma è un elemento in più," replicò l'uomo. "Perché non me lo hai detto prima?"

"Perché era acqua!" Replicò Noël, capendoci sempre di meno. Poi si fermò, e guardò fisso davanti a sé mentre le rotelline del suo cervello intorpidito si mettevano in moto. "E' stata l'acqua, era acqua della fontana del centro commerciale..."

Un attimo dopo stavano già correndo verso il primo piano. "Cosa diavolo ti è preso di bere da una fontana?"

"La targhetta diceva che era acqua potabile! C'era anche un rubinetto apposta sul lato e un distributore di bicchierini!" Protestò Noël, con lo zaino che gli sbatteva ritmicamente sulla schiena facendogli un male d'inferno. "E comunque lo ha fatto un sacco di gente a quanto pare, o non avremmo caproni e maiali in giro per Parigi stamattina!"

David preferì non commentare.

*

Lavorando alla Paranormal Parisienne, David e Noël avevano visto molte cose strane: vampiri, zombi, lupi mannari, un numero infinito di fantasmi e presenze. Perfino un paio di streghe, una volta. Mai, però, quello che si trovarono davanti una volta che ebbero raggiunto il primo piano.

La fontana si trovava al centro della struttura eptagonale che componeva il Centro Commerciale, e spruzzava magnifici giochi d'acqua che cambiavano forma ogni due minuti. C'erano le panchine, le piante, il rubinetto e i bicchierini di cui aveva parlato Noël.
E in mezzo a tutto questo, un vero e proprio commando di gnomi alti meno di mezzo metro, col viso semi coperto da kefieh a scacchi bianchi e neri.

Non erano i folletti ad essere strani.
Erano le kefieh.

Alcune delle creature circondavano la fontana, altre poco distanti erano in formazione d'assalto, armate di piccoli bastoncini di dieci centimetri, che Noël suppose essere bacchette magiche, con le quali stavano tenendo in ostaggio i clienti del Centro Commerciale.
Di fatto, non appena misero piede fuori dall'ascensore, due di loro sventolarono la bacchetta nella loro direzione e abbaiarono un: "Voi due, laggiù! Muoversi!"

David obbedì e fece cenno a Noël di fare lo stesso. Quindi li osservò sigillare l'ascensore: evidentemente l'assalto doveva essere iniziato da poco. "Che cosa diavolo sono?" Sibilò tra i denti Noël, mentre lo gnomo li spingeva contro il muro insieme ad altri clienti terrorizzati e rannicchiati sul pavimento. "Nani?"

"Troppo bassi," David scosse la testa, mentre osservava i loro sequestratori. Erano creature verdognole, con le orecchie puntute come quelle dei pipistrelli ma più grandi e sfrangiate, con le punte che pendevano verso il basso. Avevano occhi piccoli e rossi, ma non avevano l'aria cattiva. Solo fortemente incazzosa.

"Okay, allora gnomi?" Tentò ancora Noël, lanciando un'occhiata di sfuggita al suo uomo.

"Siamo Korrigan, dolcezza," esclamò con voce rasposa una delle creature, appena spuntata fuori praticamente dal nulla. Passò di fianco a Noël e gli tirò un'inaspettata pacca sul sedere prima di superarlo. "E ora fammi il favore di chiudere quella boccuccia di rosa e lasciami parlare."

Noël aprì la bocca, la richiuse e la riaprì più volte, così sconvolto da non riuscire neanche ad articolare un'offesa appropriata. "E ora signori," gridò il folletto senza più degnarlo di uno sguardo. "Io parlerò e voi mi ascolterete!"
Noël guardò David con due occhioni tra lo sconvolto e l'incredulo e l'uomo non trovò niente di meglio da fare, per evitare la catastrofe, che portarsi un dito alle labbra e fargli segno di non reagire.

Noël assottigliò gli occhi e sibilò tra i denti, "David, mi ha toccato il culo!"

"E tu lasciaglielo fare fintanto che non ci deatomizza con la bacchetta magica," replicò l'uomo, scuotendo la testa come a dire che era una sciocchezza. "E' solo un culo..."

"Sì ma è il mio! E dovrebbe anche interessarti," replicò il moro. "E comunque cosa diavolo è un Korrigan?"

"Un folletto bretone," replicò l’uomo velocemente. "Creature che abitano nella caverne e vicino ai monoliti."

Il korrigan che, a quanto pareva, ricopriva il ruolo di leader, aveva attraversato tutta la stanza e si era appollaiato con notevole agilità sul bordo della fontana. Ora se ne stava lì a gambe larghe, le mani sui fianchi e la bandana a scacchi che gli lasciava scoperti solo gli occhietti rossi con i quali osservava i suoi prigionieri. "Il mio nome è Duncan McKanzie, e sono qui per rivendicare a nome del popolo dei Korrigan l'azione terroristica di ieri pomeriggio. Gli esseri umani vittime delle trasformazioni che adesso si aggirano per la vostra bella Parigi, sono opera nostra e rimarranno tali finché non saremo ascoltati e avremo ottenuto ciò che vogliamo."

Si alzò un brusio di panico che i Korrigan si affrettarono a sedare con le bacchette magiche puntate dritte alla testa dei prigionieri. "Dimmi che non è quello che penso," sussurrò Noël con gli occhi al cielo.

"Temo di sì," commentò David, un po' basito anche lui.

"Andiamo! Cioè, è ridicolo: un commando di gnomi avvelena l'acqua di un centro commerciale per attirare l'attenzione dei media? Ma nemmeno AlQuaeda!"

Intanto Duncan aveva ripreso il discorso. "Voglio parlare col vostro capo," disse. "Ho delle richiesta da fare."

"Questo è un Centro Commerciale," gli fece giustamente notare una ragazza, in piedi dall'altra parte della stanza. "Non abbiamo un capo, siamo clienti."

Il capo dei Korrigan sembrò perso per un istante. Uno dei suoi uomini gli bisbigliò qualcosa all'orecchio e lui annuì più volte prima di ringalluzzirsi di nuovo e assumere ancora una volta quella posa tronfia. "E allora voglio parlare con il Direttore del Centro Commerciale," si corresse. Quindi indicò quattro dei suoi uomini. "Trovatelo e portatelo qui."

Noël approfittò di una momentanea distrazione del folletto che lo teneva sotto tiro, e si avvicinò ulteriormente a David. "Dimmi che prima di aprire la Par Par hai fatto un corso di sopravvivenza in caso di rapimento da parte di gnomi dei boschi."

"No, e non sono gnomi," rispose David, sempre guardando avanti. "Sono Korrigan, fai sempre ben attenzione a chiamare la gente del Piccolo Popolo con il suo nome. E’ gente molto permalosa."

Noël sospirò. "D'accordo, cosa facciamo? Io devo anche andare in bagno."

"Aspettiamo."

Aspettarono almeno un quarto d'ora prima che i quattro Korrigan tornassero, trascinandosi dietro un uomo in giacca e cravatta molto sconvolto e spaventato. "Che cosa volete?" Chiese.

"Voglio che tu stia zitto, prima di tutto," gli rispose Duncan. "Parlerai solo se ti dico di farlo e anche quando lo farai, sarai breve e conciso. Io sono Duncan McKanzie, Primo Generale dei Korrigan e sono qui in nome della Regina e del mio popolo tutto per riprendere ciò che appartiene da sempre ai Korrigan e che voi ci avete sottratto." Finita l'introduzione e con una pausa ad effetto che Noël, invero, trovò piuttosto ben riuscita, proseguì. "Questo vostro... lurido posto di svago sorge sul terreno sacro dei Korrigan. Alberi centenari sono stati abbattuti per fare spazio a questo schifo. Pretendiamo vendetta in nome del Bosco Sacro e degli Spiriti che vi abitavano."

"Se non lo vedessi in faccia, penserei che si tratta di Miranda durante una delle sue peggiori settimane new age," commentò Noël. David si ritrovò a ridere.

"Pretendiamo, qui e ora, l'abbattimento di queste mura," concluse il Korrigan. "Parla, Uomo. Obbedirai?"

Il povero direttore del Centro Commerciale, che stava seriamente rimpiangendo di aver scelto quella strada e di non aver fatto l'avvocato - come invece voleva sua madre -, cercò di darsi un contegno e si risistemò la cravatta. "Temo, signori, che questo non sia possibile," disse. "Il terreno è stato legalmente comprato dai proprietari. Posso fornirle i documenti se-"

Ad un cenno, uno dei korrigan gli tirò una gomitata dietro al ginocchio, lo fece cadere e quindi gliene tirò un'altra in testa. "Avevo detto conciso," commentò Duncan. "E comunque le vostre carte non hanno alcun valore. Il Bosco è nostro da secoli, non c'è motivo di discutere sulla proprietà. Voglio che questo posto sia raso al suolo, o darò ordine ai miei soldati di uccidere ogni singolo schifoso essere umano in questa stanza." Come a sottolineare la forza della minaccia, i piccoli Korrigan spinsero le bacchette di legno nelle costole dei loro prigionieri, intimando loro di non muoversi.

Il direttore del Centro Commerciale non era addestrato a gestire neanche una situazione di sequestro da parte di esseri umani, figuriamoci da parte di esserini alti come bambini di qualche anno, armati come in un qualunque film fantasy. Pertanto si limitò a tremare terrorizzato e ad avere molta molta paura. Una cosa molto scenica, che però non avrebbe risolto assolutamente niente.

David decise che era il momento di darsi una mossa. "McKanzie!" Gridò, per attirare l'attenzione del Korrigan. Avanzò tenendo le mani bene in vista, ma ignorando i richiami delle creature che li tenevano sottotiro.

"David!" Sibilò Noël. "DAVID!"
Quando vide che non rispondeva, roteò gli occhi e lo seguì, con i Korrigan che gli punzecchiavano la schiena con le bacchette.

"Mi chiamo David Maier," si presentò David, mentre Noël guardava così male uno dei folletti che questo fece involontariamente un passo indietro. “E gestisco un’agenzia investigativa: la Paranormal Parisienne.”

"Chi ti ha dato il permesso di parlare?" Ringhiò Duncan. "Prendi la signorina e tornatene al tuo posto prima che mi arrabbi sul serio."

"La signorina," intervenne imbufalito Noël, "si chiama Noël LeFevre, ed è un maschio che si trova in questa assurda situazione per colpa vostra."

Duncan lo guardò, ed emise uno sbuffo divertito. "L'acqua non inventa niente, Splendore. Ha solo trovato quella forma dentro di te e l’ha scelta tra le altre. Dovresti riflettere su ciò che questo significa."

"Vediamo come rifletti bene tu, se t'infilo una di queste bacchettine su per il-"

"... Come stavo dicendo," li interruppe David, prima che il disastro si compiesse. "I proprietari del Centro Commerciale non acconsentiranno mai alla distruzione della loro proprietà per quanto dolore essa abbia causato al popolo dei Korrigan."

"E allora morirete. Tutti." Commentò Duncan.

Ci fu un qualche segno di movimento mentre i soldati afferravano uno a uno i loro ostaggi e li gettavano a terra, pronti a fare fuoco dritti alle tempie. David però non si scompose. "E se avessi una soluzione?"

Il Korrigan lo guardò negli occhi, sfruttando il bordo della fontana. "Sarebbe?" Buttò lì, palesemente poco convinto.

David aveva uno sguardo così deciso, un portamento così fiero e l'aria così sicura di sé che Noël, al suo fianco, iniziò letteralmente a sbavare e a guardarlo con quegli occhioni luccicanti da manga che aveva avuto i primi tempi di infatuazione completa e totale.
"Il Centro Commerciale non può essere raso al suolo e l'omicidio delle cinquanta e più persone presenti in questa stanza porterebbe ad una guerra fra gli Esseri Umani e il Piccolo Popolo che nessuna delle nostre due razze vuole, dico bene?"

"Bah," sbuffò Duncan, stringendosi nelle spalle come a dire che a lui, a dire il vero, la cosa non faceva né caldo né freddo.

David però, lo prese per un sì. "Dal momento che nessuna delle nostre due razze vuole una guerra," ripeté infatti, "che ne dite se i proprietari di questo stabilimento, rappresentati dal signor..." David guardò il direttore del Centro Commerciale a terra.

"Faur. Robert Faur," rispose l'uomo. "Io però, veramente non..."

David lo ignorò. "... rappresentati dal signor Faur s'impegnassero a piantare un nuovo Bosco Sacro? Ogni singolo albero, secondo le vostre direttive?"

"Un nuovo Bosco Sacro?" Chiese Duncan.

"Esatto. Appena fuori dal parcheggio di questo Centro c'è un terreno assolutamente perfetto allo scopo. E potremmo deviare parte dell'acqua che arriva alla fontana per creare una sorgiva nuova di zecca," spiegò il tedesco. "Voi però dovreste ritrasformare tutte le persone avvelenate."

Duncan sembrò pensarci su. Si tirò giù perfino la kefiah per accarezzarsi il mento e apparire più pensieroso. Dopo dieci minuti di silenzio pensoso, Noël cominciò a ballare da un piede all'altro, anche se molto discretamente. "Noël?" Chiese David, sussurrando.

"Te l'avevo detto che dovevo andare in bagno," sibilò in riposta. Poi mugolò, perché la cosa si stava facendo insostenibile. "Senta signor McKenzie... approposito che razza di folletto bretone ha un cognome scozzese?"

"Mia madre sostiene che mio padre avesse l'accento scozzese quando passò dalla sua locanda," rispose Duncan, come se nulla fosse.

"Ci mancava anche il folletto figlio di..."

"E insomma, che cos'ha deciso?" S'intromise David, tirando a Noël una gomitata da manuale e ignorando l'occhiataccia al vetriolo che ne seguì.

"Potrebbe sbrigarsi? Io devo andare in bagno," aggiunse Noël, massaggiandosi il braccio colpito.

Con un ultimo sospiro teatrale, Duncan annuì. "E sia," disse nel tripudio generale. "Trecento querce, duecento tra faggi e cipressi. Cespugli di more, di bacche e di fragole. Vi faremo avere una lista di tutto ciò che dovrà essere piantato, secondo gli ordini che vi daremo." Quindi si rivolse ai suoi uomini. "Korrigan, prepararsi al rientro!"

Il commando si mosse efficiente. I soldati si allontanarono dai prigionieri e si organizzarono in formazione, bacchette alla mano, pronti a tornarsene a casa. Duncan scese dalla fontana con un saltello e si avviò a raggiungere gli altri.

"Ehm.. signor McKenzie?" Chiamò David. Il folletto si voltò. "Vorrebbe annullare la trasformazione, cortesemente?"

Il Korrigan agitò una manina con nonchalance. "Oh sì, l'effetto è assolutamente temporaneo," commentò. "Entro domattina torneranno tutti quanti normali. Per quanto può valere con voi essere umani. Tu piuttosto, Delizia," aggiunse rivolto a Noël. "Sei proprio sicuro di non voler restare così? Sei decisamente uno schianto!"

"NO. GRAZIE," ringhiò, stringendo i pugni ai fianchi.

Duncan rise, portandosi due dita alla fronte in segno di saluto e coprendosi il viso con la Kefiah. "Un bel caratterino, eh, signor Maier!"

"Non me ne parli," commentò affranto David, mentre il commando intero spariva in una nuvola di scintille. "Noël?"

Il ragazzino però, era già dall'altra parte della stanza, alla disperata ricerca di una toilette libera.

*

Noël addentò un croissant, una gamba piegata contro il tavolo e l'altra giù penzoloni dalla sedia, intento a sfogliare il giornale. In onore della sua ritrovata forma maschile, aveva messo su la maglia più aderente che aveva, in modo da notare su ogni superficie riflettente disponibile che le fastidiose tette erano definitivamente scomparse.

"Allora, che dice?" Chiese David, portando in tavola il resto della colazione. Quella era una delle straordinarie mattine in cui Noël si palesava in cucina per mangiare e David era piuttosto sicuro che tutto questo dipendesse dalla speranza disperata che alle otto del mattino lo aveva portato fuori dal letto e poi dentro al bagno, ad urlare di fronte allo specchio che era tornato finalmente un maschio.

"Indovina un po'?" Rispose Noël, passandosi la lingua sulle labbra per recuperare la cioccolata. "Secondo le analisi dell'Ufficio d'Igiene, si è trattato di una sostanza chimica disciolta nell'acqua da una fabbrica illegale di diserbanti che sorge poco distante dal Centro Commerciale."

David si versò del caffé. "E' opera dei Korrigan anche questa. Il Piccolo Popolo non ama mostrarsi agli Esseri Umani. Per compiere un'azione come quella di ieri dovevano essere piuttosto arrabbiati. E la gente che dice?"

"Nessuno ha nominato i folletti, né il sequestro," rispose Noël. "Hanno cancellato loro la memoria?"

"No, loro non c’entrano niente. E’ pura e semplice rimozione. La gente non crede alle creature fatate. E dal momento che esse non esistono, vengono archiviate come eventi mai avvenuti anche se ciò non è vero."

Noël annuì, inzuppando distrattamente il croissant nella sua tazza. "E a noi non succede perché vediamo più creature sovrannaturali che esseri umani veri, tra un po'," girò nuovamente pagina. "Oh, senti qui. I proprietari del Centro Commerciale hanno promesso che, nei prossimi due mesi, ottocento nuovi alberi verranno piantati nel terreno incolto appena dietro la struttura in loro possesso. Interrogati sulle motivazioni dietro questo gesto di grande generosità ambientalista, i signori Arnaud hanno dichiarato che è un dovere da parte di ogni imprenditore francese fare qualcosa per il territorio nazionale che da secoli alimenta con i suoi alberi e le sue acque anche lo sviluppo industriale."

"A me suonano come parole di Duncan," commentò David, da dietro la sua tazzina.

"Direi anche io," rispose Noël chiudendo il giornale, per poi stirarsi come un gatto e sbadigliare con altrettanto gusto. "E non ci abbiamo guadagnato un euro neanche stavolta."

David bevve un altro sorso e scosse la testa. Recuperò una busta gialla dal cestino della posta che teneva sul tavolo e la passò a Noël. "Mille euro, tondi e in netto," commentò con un sorriso complice. "Ce li ha consegnati stamattina un fattorino."

Noël guardò incredulo l'assegno, firmato e in regola.
"Come hai fatto?"

"Io non ho fatto niente, ma guarda il biglietto."

Noël recuperò il rettangolo di cartoncino che accompagnava l'assegno e lesse a voce alta quello che c'era scritto. "Il signor Duncan McKenzie ci informa che dobbiamo all'intervento inaspettato della Paranormal Parisienne la salvezza del nostro prezioso stabile. Pertanto vogliate accettare questo assegno come segno della nostra più profonda gratitudine. Firmato Juliette e Louis Arnaud." Noël sollevò lo sguardo sempre più incredulo su David. "Non ci posso credere, è stato il Korrigan."

"Sì e non è finita qui. C'era anche questo nel pacchetto," David gli passò una piccola fede di ferro, con sopra incise delle rune che avrebbe avuto bisogno di un libro per decifrare. "Gira il biglietto."

Noël osservò l'anellino e lo strinse nel pugno, leggendo il retro della nota.
"L'anello che troverete insieme a questa busta, è un regalo del signor McKenzie per il signor LeFevre. Ci ha incaricati di farvi sapere che esso restituirà al signor LeFevre la forma che aveva il giorno in cui si sono incontrati. Sfortunatamente non abbiamo idea di cosa possa significare, noi ve lo facciamo avere nella speranza che l'informazione, seppur oscura, possa esservi di qualche aiuto."

"Sembra che tu abbia un ammiratore." Noël lanciò l'anello sul tavolo con un gesto di stizza e quello cozzò tintinnando con tutte le tazze e le brocche tra le risate scomposte di David.




Note:
A dire il vero, non abbiamo molto da dire sull'episodio tranne che era volutamente un filler per dare modo a Tabata di parlarvi di Shatha e di altre cosucce della vita di Noël che sarebbero certamente passate in secondo piano nel mezzo della trama principale. Qualcosa sui Korrigan? Beh, non se ne sa molto, o meglio: io (Tabata) non ho trovato moltissimo in giro. Sono creature bretoni, comunque. Simili ai goblin a quanto mi è parso di capire. Ad ogni modo, quello che non ho trovato me lo sono inventato. Che ve ne pare?
Nient'altro, se non un grazie a tutte per i bellissimi commenti che ci avete lasciato al capitolo precedente. Ci avete fatto davvero, davvero felici. E abbiamo apprezzato ogni parola. Grazie. Speriamo che questo capitolo possa piacervi altrettanto.
Fateci sapere! :D

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